Trentaquattro anni non sono bastati a rimarginare la ferita, né a sigillare i faldoni di una delle pagine più oscure della Repubblica. Oggi, quel vuoto pneumatico tra la cronaca giudiziaria e la giustizia sostanziale torna a farsi sentire con la forza di un urto, attraverso le parole cariche di determinazione e amarezza dell’avvocato Fabio Trizzino.
Legale della famiglia Borsellino e marito di Lucia, figlia del magistrato, Trizzino ha interpretato l’audizione del procuratore De Luca in Commissione Parlamentare Antimafia in un nuovo, vibrante punto di partenza per una battaglia che non accetta la parola “fine”.
L’appello è netto, privo di fronzoli diplomatici: non bisogna abbassare la guardia. In un Paese che tende pericolosamente all’oblio o alla rassegnazione, Trizzino richiama l’attenzione su un’inchiesta che, per decenni, è stata “inquinata” da depistaggi colossali e silenzi istituzionali.
Il cuore del suo intervento scava nel profondo, toccando corde che vanno oltre il diritto e sfociano nell’etica universale. Quando l’avvocato parla di chi, prima o poi, “dovrà fare i conti con la propria coscienza”, non si riferisce solo agli esecutori materiali, ma a quella zona grigia, a quel “mondo di mezzo” fatto di complicità e omissioni che ha permesso il massacro del 19 luglio 1992.
Il percorso per la ricerca della piena verità somiglia a una via crucis laica che dura da oltre tre decenni.
Trizzino, con il rigore del legale e la passione di chi quella storia la vive nel Dna familiare, sottolinea come ogni tassello aggiunto dalle recenti audizioni, inclusa quella del procuratore De Luca, rappresenti un monito contro la stanchezza democratica.
La verità non è un atto di gentilezza concesso dalle istituzioni, ma un debito che lo Stato ha verso se stesso.
Le dichiarazioni emerse in Commissione non sono semplici verbali, ma frammenti di uno specchio in cui l’Italia deve avere il coraggio di guardarsi, per scorgere i volti di chi sapeva e non ha parlato, di chi ha deviato le indagini e di chi, ancora oggi, protegge segreti inconfessabili.
Non è solo una questione di nomi e cognomi, ma di metodo. L’insistenza di Trizzino sulla necessità di mantenere alta l’attenzione serve a scongiurare il rischio che il tempo trasformi la strage di Via D’Amelio in un reperto archeologico, privo di conseguenze nel presente.
La “piena verità” evocata è un traguardo che richiede una resistenza civile fuori dal comune. È un richiamo a chi detiene ancora frammenti di quella memoria sporca: il tempo della giustizia degli uomini può avere scadenze burocratiche, ma quello della coscienza è un tribunale che non conosce prescrizione.
Mentre il calendario corre verso il trentaquattresimo anniversario, il messaggio che arriva dalla famiglia Borsellino è chiaro: la ricerca della verità non è una pretesa privata, ma l’unico modo per onorare il sacrificio di un uomo che credeva nello Stato più di quanto lo Stato stesso, in certi momenti, abbia dimostrato di meritare. Finché ci saranno voci come quella di Fabio Trizzino a ricordare che i conti con la storia sono ancora aperti, la guardia non potrà, e non dovrà, essere abbassata.
Aggiornato il 16 aprile 2026 alle ore 10:59
