venerdì 27 febbraio 2026
Taccuino Liberale #77
Siamo a poche settimane dallo svolgimento del referendum confermativo della legge di riforma su alcuni aspetti dell’ordinamento costituzionale della magistratura nel paese, e qualche riflessione sorge spontanea.
1) Se in molti si periziano di proporre spiegazioni più o meno plausibili a favore dell’una o dell’altra ipotesi, confermare o meno la riforma approvata dal Parlamento, quasi nessuno si perizia di far capire alla gente, quella che poi dovrebbe andare a votare, qual è l’iter a cui è chiesto di partecipare, di far capire perché è questo l’iter, e cosa comporta andare a votare (o meno). Basterebbe andare per strada e chiedere alle prime 20 persone maggiorenni se hanno idea, ad esempio, di quale sia il quorum richiesto per far passare la loro scelta (qual è il quorum necessario, se c’è un quorum o meno da raggiungere), e scoprire così il grado di conoscenza della materia. Abbiamo sempre votato di pancia ai referendum in questo Paese, sarà così anche in questo caso. Senza pensare alle conseguenze, sia intenzionali che inintenzionali delle nostre scelte, perché non erano il frutto di un ragionamento ponderato ma la risposta alla sollecitazione politica del momento.
Solo che in questo caso, la riforma, andando ad incidere su una fetta abbastanza ristretta di lavoratori e sulle loro dorate carriere (anche il più giovane dei magistrati e Pm prende una stipendio considerevole rispetto alla media dei lavoratori italiani; se poi è ben capace, arrivano o possono arrivare incarichi, altre funzioni, insomma non faranno di certo la fame e non rischieranno mai il licenziamento) che non pagano per i loro errori professionali, sebbene con le loro scelte possano incidere pesantemente sulle vite delle persone, al pari degli errori medici, è singolare che questi lavoratori pubblici si siano organizzati per promuovere comitati pro risultato a loro più congeniale.
Sembra come se in una partita di calcio arbitro e tifosi si accordassero contro le squadre in campo. Purtroppo è tutto tenuto a livello di reazione di pancia dell’elettorato che troverebbe troppo dispendioso, dal punto di vista di impegno delle proprie energie per acquisire tutte le informazioni necessarie per effettuare le proprie scelte con piena consapevolezza, e quindi deciderà se andare a votare o meno, se scegliere il Sì o il No sulla base di sensazioni emotive o indotte ideologicamente di chi fa della manipolazione delle masse il proprio modus operandi, nella migliore delle ipotesi con abili forme di nudging, nella peggiore per fini esogeni alla votazione, auspicando che l’unico scopo raggiungibile sia quello di sovvertire le scelte democratiche delle elezioni politiche.
2) Come già specificato dalla premier questo non è un referendum di carattere politico per cui in caso di esito negativo del referendum confermativo della legge di riforma proposta al vaglio dell’elettorato non si dimetterà. È un punto politicamente più onesto di quello invece proposto all’epoca da Renzi. I governi si valutano nel momento delle elezioni politiche, e se la maggioranza parlamentare e governativa approva una legge specifica su un argomento specifico e il sentiment popolare la giudica inadeguata ai tempi, ciò non implica che il giudizio su quel provvedimento sia applicabile a tutto l’operato del governo (anche perché allora dovrebbe valere pure al contrario e non ho trovato nessuna opposizione politica o popolare ad essa legata così onesta intellettualmente da riconoscere il buon operato del governo fosse anche per una sola misura legislativa adottata).
Si voterà nel 2027 e in quell’occasione i cittadini saranno chiamati a giudicare l’azione del governo e del Parlamento, ora si chiede se vogliano carriere separate per una categoria di operatori del settore di erogazione del servizio (pubblico) di giustizia; con particolare quella della giustizia penale, che da troppo tempo appare sempre meno giusta e sempre più una pena per chi vi incappa e non ha le conoscenze giuste per arrivare ad essere rappresentato/difeso dagli avvocati giusti per ottenere in aula il riconoscimento delle proprie tesi difensive o accusatorie. Come recita il vecchio adagio, le leggi, si sa, per gli amici si interpretano per i nemici si applicano.
3) La politica e la magistratura, non sono mondi separate, divise e senza punti di contatto. Compongono invece una insiemistica istituzionale ben salda e chiara che solo chi non vuol vedere fa finta che non ci sia. Fare finta in occasione del referendum è una forma di ipocrisia facilmente identificabile. Il caso Palamara ci ha raccontato chiaramente come i politici siano stati e sono interessati alle nomine dei giudici, e così, di converso i giudici. Un sistema sostanzialmente osmotico. Quanti appartenenti all’ordine giudiziario poi ad un certo punto sono passati in politica? Quanti fanno un passaggio magari in strutture di vertice sono diventati ministri, sono stati a capo di uffici legislativi, hanno diretto gabinetti dei ministeri, di regioni, di comuni, o sono stati nominati ˗ dalla politica ˗ assessori, hanno svolto funzioni di consiglieri giuridici, sono stati nominati capi di autorità indipendenti e poi, al termine di tali incarichi politici e fiduciari sono anche tornati a lavorare in tribunale, ad “amministrare” la giustizia? Tanti, forse anche troppi.
Politica e magistratura hanno rapporti ben consolidati perché il potere pubblico può avere o assumere ben oltre cinquanta sfumature e forme di esercizio. Le uniche forme di “contrasto” o di “separazione” riguardano solo l’ideologia di appartenenza degli operatori di giustizia, che li fa essere più o meno vicini ad un partito o ad un altro, ed i partiti li accettano nella misura in cui con il loro operato soddisfi e rappresenti i valori politici ed identitari che vogliono portare avanti. L’autonomia e l’indipendenza come ce la stanno dipingendo è una favoletta per bambini paurosi.
4) Il mondo lavorativo reale, quello che è costituito da quel 35 per cento di popolazione che paga il 65 per cento dell’Irpef è ben conscio che la bagarre politica su questo referendum non migliorerà quei due numeri, ed in più sa che se avrà la disgrazia di incappare nelle maglie della giustizia italiana, ha a stento il 10 per cento di possibilità che gli vengano riconosciute le giuste ragioni che propone, e sa benissimo che c’è una larga possibilità che nel 90 per cento dei casi la giustizia che chiede non gli verrà data e comunque un provvedimento arriverà troppo tardi.
I casi di malagiustizia sono stati troppi nella storia repubblicana di questo paese, per non fare un primo passo verso un cambio di rotta, e far capire ad una categoria di lavoratori che se non ritengono comodo lavorare con un altro sistema di carriera possono sempre licenziarsi e aprire un’azienda o una partita Iva e guadagnare con il frutto del proprio lavoro, soggiacendo alle leggi come tutti gli altri che a differenza loro non possono far riformare, e non possono costituire comitati pro la soluzione più interessante per il loro punto di vista e di carriera.
(*) Leggi il Taccuino liberale #1, #2, #3, #4, #5, #6, #7, #8, #9, #10, #11, #12, #13, #14, #15, #16, #17, #18, #19, #20, #21, #22, #23, #24, #25, #26, #27, #28, #29, #30, #31, #32, #33, #34, #35, #36, #37, #38, #39, #40, #41, #42, #43, #44, #45, #46, #47, #48, #49, #50, #51, #52, #53, #54, #55, #56, #57, #58, #59, #60, #61, #62, #63, #64, #65, #66, #67, #68, #69, #70, #71, #72, #73, #74, #75, #76
di Elvira Cerritelli