Non serve bombardare una capitale per mettere in ginocchio un Paese. Può bastare interrompere l’energia elettrica, paralizzare un aeroporto, danneggiare una rete di comunicazioni o colpire un cavo sottomarino. La vita degli europei dipende da infrastrutture vulnerabili. È questa fragilità che Vladimir Putin vuole trasformare in un’arma. Mentre prosegue la guerra di aggressione russa contro l’Ucraina, il dittatore del Cremlino allarga lo scontro ai sistemi energetici, digitali e di trasporto dei Paesi che sostengono Kyiv. Definire queste operazioni “guerra ibrida” è corretto, ma ne attenua la gravità. Un incendio doloso, un attacco informatico a una centrale o un drone carico di esplosivo non diventano meno pericolosi perché non sono accompagnati da una dichiarazione di guerra. Servono a produrre danni, diffondere paura e condizionare le decisioni politiche. Il vantaggio per Mosca è l’ambiguità: agire senza assumersi apertamente la responsabilità, costringendo le democrazie a discutere se si tratti di incidenti, criminalità comune o operazioni dei servizi russi. Il 23 settembre una stazione di comunicazioni Starlink in Polonia è stata danneggiata da un incendio che Varsavia ha qualificato come sabotaggio. Il 10 ottobre antenne della stessa rete sono state incendiate in Bulgaria. Il 18 ottobre, nei pressi di Vilnius, un tentativo di incendio contro apparati Starlink è stato sventato grazie alle misure di sicurezza.
Le autorità lituane hanno collegato il tentativo alla campagna russa contro le comunicazioni utilizzate dall’Ucraina. Colpire la rete satellitare significa indebolire le capacità operative e difensive ucraine. Il segnale è ancora più inquietante quando il bersaglio diventa la logistica europea. All’inizio di agosto, nell’aeroporto tedesco di Lipsia-Halle, è stato trovato un drone equipaggiato con esplosivo e detonatore. La Procura federale ha avviato un’indagine per un possibile attentato contro infrastrutture strategiche. Le responsabilità restano da accertare, ma l’episodio mostra come strumenti economici possano minacciare uno scalo strategico, causando danni sproporzionati. Nei primi otto mesi del 2026, la Germania ha registrato almeno 165 casi sospetti di sabotaggio e 747 segnalazioni di attività anomale di droni. Non tutti sono stati attribuiti alla Russia: distinguere sospetti e prove è indispensabile. Ma queste cifre mostrano la pressione sulle strutture incaricate di proteggere impianti industriali, infrastrutture e installazioni militari. La sfida è riconoscere un disegno ostile dietro episodi separati, in territori diversi e con esecutori differenti. Il settore energetico è un altro fronte. Alla fine del 2025, un’operazione informatica ha preso di mira in Polonia trenta impianti per la produzione di energia rinnovabile e una struttura di teleriscaldamento che serve quasi mezzo milione di persone. Le autorità polacche hanno ricondotto l’attacco a operatori collegati all’Fsb russo.
Secondo gli investigatori, l’obiettivo era distruggere dati e compromettere sistemi essenziali. Se un’operazione del genere riuscisse durante un’ondata di gelo, le conseguenze potrebbero trasformare un’emergenza informatica in una crisi sociale e sanitaria. Sotto la superficie del mare si apre un ulteriore fronte. Un’inchiesta britannica, basata sul tracciamento navale, ha rilevato oltre cinquecento episodi in cui pescherecci russi hanno sostato o navigato lungo i percorsi di cavi sottomarini strategici. I movimenti non provano da soli un sabotaggio in preparazione, ma riguardano infrastrutture difficili da sorvegliare. Banche, ospedali, imprese e amministrazioni dipendono da collegamenti digitali che attraversano il fondale marino. Interromperli significherebbe colpire contemporaneamente servizi e attività economiche in Paesi diversi. La strategia del Cremlino sfrutta anche la possibilità di reclutare intermediari online, impiegando criminali e agenti sacrificabili. Chi appicca un incendio o sorveglia una struttura sensibile può ignorare l’identità del vero mandante.
Questa compartimentazione ostacola il controspionaggio e permette ai servizi russi di mantenere una distanza apparente dalle operazioni. Non sempre è necessario provocare danni devastanti. A volte basta costringere uno Stato a moltiplicare controlli, investire risorse e convivere con la possibilità che il prossimo attacco colpisca un servizio utilizzato da milioni di cittadini. È qui che emerge il legame con la guerra in Ucraina. Putin, incapace di ottenere la vittoria decisiva che immaginava, cerca di indebolire la volontà politica dei Paesi che aiutano Kyiv. Il messaggio rivolto agli europei è chiaro: sostenere l’Ucraina comporterebbe insicurezza anche a casa propria. La paura dovrebbe trasformarsi in pressione sui governi, la pressione in esitazione, l’esitazione in una riduzione degli aiuti. È una guerra di logoramento psicologico e politico che accompagna quella militare. Ogni reazione incerta può essere letta a Mosca come un invito a spingersi oltre. L’Italia non può considerarsi spettatrice. Porti, interporti, reti elettriche, telecomunicazioni, gasdotti, acquedotti e sistemi informatici della sanità costituiscono un organismo interconnesso.
La compromissione di un nodo può produrre effetti a catena ben oltre il luogo dell’attacco. Servono maggiore integrazione tra intelligence, forze di polizia, autorità di cybersicurezza e gestori privati, procedure comuni di segnalazione, esercitazioni realistiche, sistemi di riserva e capacità di ripristino rapido. Le norme europee sulla resilienza sono un punto di partenza, non sostituiscono la preparazione operativa. C’è infine una questione politica che l’Europa non può più eludere. Trattare ogni sabotaggio come un episodio isolato significa regalare al Cremlino tempo, incertezza e divisioni. L’attribuzione delle responsabilità deve poggiare sulle prove; quando queste emergono occorrono conseguenze diplomatiche, economiche e giudiziarie credibili, coordinate tra alleati. La deterrenza non si costruisce soltanto schierando mezzi militari alle frontiere. Si costruisce anche impedendo che un aeroporto, una rete elettrica o un cavo di comunicazione diventino strumenti di ricatto. La guerra di Putin contro l’Europa è già in corso, anche senza carri armati nelle nostre città. L’errore più grave sarebbe continuare a comportarci come se fossimo in tempo di pace.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
Aggiornato il 28 ottobre 2026 alle ore 10:45
