Quando un missile russo sventra un palazzo residenziale ucraino, il suo effetto non si esaurisce tra le macerie. Il messaggio arriva a due destinatari diversi. Agli ucraini dice: continuare a resistere vi costerà sempre più caro. Ai russi dice: guardate quanto siamo potenti. È questa la duplice funzione del terrore contro la popolazione civile: spezzare la volontà di resistenza di un Paese che Mosca non è riuscita a sottomettere militarmente e offrire all’opinione pubblica russa l’immagine di una guerra che il Cremlino continua a presentare come destinata alla vittoria.
I numeri raccontano il prezzo pagato dagli ucraini. Secondo la missione Onu per il monitoraggio dei diritti umani, nei primi nove mesi del 2026 almeno 2.570 civili sono stati uccisi e 15.211 feriti, il 59 per cento in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Nel solo settembre le vittime sono state 328, con 2.105 feriti. Dietro queste cifre ci sono appartamenti distrutti, famiglie spezzate, scuole interrotte, persone che trascorrono le notti nei rifugi senza sapere se ritroveranno la propria casa.
La prima finalità dei bombardamenti è colpire la capacità stessa della società ucraina di continuare a vivere e, quindi, di resistere. Gli attacchi alle reti elettriche, agli impianti di riscaldamento e alle infrastrutture essenziali producono conseguenze che vanno ben oltre il danno materiale immediato. Costringono ospedali e imprese a lavorare in emergenza, sottraggono risorse alla difesa, rendono ogni inverno una prova di sopravvivenza. Il calcolo politico è trasparente: trasformare la sofferenza quotidiana in pressione sul governo di Kyiv perché accetti ciò che la Russia non è riuscita a imporre con le armi. La seconda finalità si gioca invece dentro i confini russi. Dopo oltre quattro anni e mezzo di invasione, Mosca non può esibire la rapida vittoria promessa all’inizio della guerra. Le conquiste territoriali sono limitate e ottenute a costi enormi, mentre gli attacchi ucraini raggiungono ormai anche il territorio russo. In questa situazione, la distruzione delle città ucraine può essere spacciata per un successo militare. Se non si può mostrare una grande città conquistata, si mostra una grande città bombardata. Se non si può annunciare il cedimento dell’esercito avversario, si mostrano quartieri al buio e centrali in fiamme.
Non è un’interpretazione costruita sul nulla. I canali ufficiali del Ministero della Difesa russo hanno diffuso messaggi che celebravano i bombardamenti e ironizzavano sulla prospettiva di un inverno senza riscaldamento per gli ucraini. Quelle immagini e quelle frasi alimentano un circuito nel quale la propaganda statale e i canali social filogovernativi si rafforzano a vicenda. Il danno inflitto a una popolazione inerme viene presentato come la prova che la Russia conserva l’iniziativa. Il consenso sui social, naturalmente, non rappresenta l’intera società russa, ma mostra a quale pubblico questa comunicazione si rivolge.
Sarebbe sbagliato considerare tutto questo una semplice conseguenza inevitabile della guerra. Il diritto internazionale umanitario distingue fra obiettivi militari e popolazione civile e vieta di attaccare deliberatamente quest’ultima, di condurre bombardamenti indiscriminati e di usare la violenza allo scopo principale di seminare il terrore. Sono principi consolidati nelle Convenzioni di Ginevra del 1949 e precisati dal Primo protocollo aggiuntivo del 1977, adottati nel dopoguerra per impedire che la popolazione tornasse a essere trattata come un bersaglio legittimo. La Russia è vincolata da queste norme, non può considerarle facoltative ogni volta che ostacolano i suoi obiettivi.
Questo modo di condurre la guerra non nasce in Ucraina. Le devastazioni inflitte a Grozny durante le guerre cecene e gli attacchi contro ospedali e aree abitate in Siria mostrano una continuità nelle pratiche delle forze russe: utilizzare una potenza di fuoco sproporzionata senza accordare alla tutela dei civili il posto che le spetta. In Ucraina esistono conclusioni investigative ben più precise di una generica denuncia. La Commissione indipendente d’inchiesta delle Nazioni unite ha accertato che reparti russi hanno colpito intenzionalmente civili con droni nelle regioni lungo il Dnipro, seguendo persone che camminavano, guidavano o cercavano di svolgere le normali attività quotidiane. Ha qualificato parte di questi attacchi come crimini contro l’umanità e ha documentato la diffusione online delle riprese delle aggressioni. In certi casi, dunque, il terrore non è soltanto l’effetto prevedibile delle operazioni: è proprio ciò che gli attacchi mirano a produrre.
Resta difficile stabilire quanto pesino, in ogni decisione del Cremlino, la coercizione degli ucraini, il calcolo militare e la propaganda rivolta ai russi. Ma queste motivazioni non si escludono. Anzi, possono rafforzarsi reciprocamente: lo stesso attacco può voler seminare terrore a Kyiv e produrre a Mosca le immagini di una potenza che continua a colpire, anche quando non riesce ad avanzare. È qui che la guerra russa rivela una delle sue logiche più crudeli: trasformare la sofferenza dei civili in uno strumento politico a doppio uso, contro chi la subisce e a beneficio di chi la osserva da lontano. L’Europa non può starsene a guardare, limitandosi a contare i morti dopo ogni bombardamento. Difendere l’Ucraina significa anche rafforzarne concretamente la protezione aerea, sostenere la continuità dei servizi essenziali e perseguire le responsabilità per gli attacchi illegali. Le norme nate dalle tragedie del Novecento hanno valore soltanto se gli Stati sono disposti a difenderle quando vengono violate. Altrimenti, il messaggio che passerà sarà devastante: che bombardare i civili può diventare un metodo accettabile per compensare ciò che non si riesce a ottenere sul campo di battaglia.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
Aggiornato il 22 ottobre 2026 alle ore 11:35
