La regia del terrore: l’Fsb mette in scena arresti e confessioni estorte con la tortura
Foto: Telegram

Un uomo viene prelevato dalla cella, ripulito, rasato e rivestito con abiti puliti. Gli ordinano di camminare lungo un marciapiede. Dopo pochi passi, uomini delle forze speciali russe gli piombano addosso e lo scaraventano a terra, mentre una telecamera riprende l’operazione. Sembra l’arresto di un pericoloso criminale. Tuttavia, quell’uomo è prigioniero da settimane e ha già subito violenze e torture. Gli agenti gli hanno persino spiegato come cadere senza ferirsi al volto: le riprese devono riuscire bene. Non è una scena cinematografica. È il racconto di Jurij Kaev, uno degli ucraini arrestati nel 2022 a Kherson e accusati dai russi di preparare attentati contro l’amministrazione di occupazione. La sua testimonianza compare in un’inchiesta che svela come l’Fsb, il Servizio federale di sicurezza russo, trasformi arresti e confessioni in spettacoli costruiti per la propaganda. Il rapporto, pubblicato il 20 ottobre 2026 con il titolo Reels ФСБ: за кадрами эффектных задержаний (Reels dell’Fsb: dietro le quinte degli arresti spettacolari), è opera del progetto di sostegno ai prigionieri politici di Memorial. I ricercatori hanno esaminato 70 procedimenti penali con caratteristiche di persecuzione politica avviati dopo l’invasione su vasta scala dell’Ucraina. In molte delle sequenze di arresto analizzate hanno riscontrato indizi di messinscena: il campione riguarda specifici casi politici e il fenomeno documentato è, senza alcun dubbio, impressionante. Memorial non è un’organizzazione qualunque.

Nata nel 1987, con il contributo di dissidenti come Andrej Sacharov, ha ricostruito la storia delle vittime del terrore staliniano, denunciando successivamente le violazioni dei diritti umani nella Russia contemporanea, dalle guerre in Cecenia alla persecuzione degli oppositori. Nel 2022 ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace, condiviso con il bielorusso Ales Bialiatski e l’ucraino Center for Civil Liberties. Il Cremlino ha reagito al suo lavoro con la repressione: le principali strutture dell’organizzazione sono state liquidate per via giudiziaria tra il 2021 e il 2022 e il 9 aprile 2026 la Corte suprema russa ha dichiarato “estremista” il movimento internazionale Memorial. Ciò nonostante, il progetto sui prigionieri politici ha continuato a documentare gli abusi. Che l’Fsb ricorra sistematicamente alla coercizione, alla manipolazione e alla costruzione di narrazioni funzionali al potere del Cremlino non è una novità. Sono metodi che ho approfondito insieme a Mark A. Randol nel libro Fsb, Anatomy of Russia’s Security State. Il valore dell’indagine pubblicata da Memorial il 20 ottobre sta nell’aver documentato, attraverso casi concreti e riscontri verificabili, come quelle stesse pratiche siano oggi utilizzate anche per trasformare la repressione in uno strumento di propaganda audiovisiva. L’inchiesta descrive un meccanismo ricorrente. Agenti armati irrompono in un’abitazione, trascinano un sospetto fuori da un’automobile, lo immobilizzano e gli sollevano il volto verso l’obiettivo. Seguono la perquisizione, l’esibizione di presunte prove e, spesso, la confessione. La sequenza ha uno scopo ben preciso: trasmettere un messaggio inequivocabile, ovverosia i servizi russi individuano ogni nemico dello Stato e lo neutralizzano.

La realtà però è del tutto differente. L’arresto è già avvenuto, lontano dalle telecamere, giorni o mesi prima. È successo, secondo Memorial, al cittadino romeno Adrian-David Cherciu. Fermato in Abkhazia il 28 novembre 2024 e consegnato all’Fsb il 13 dicembre, rimase per mesi nelle mani delle autorità russe. Venne picchiato e costretto ad imparare a memoria la versione dei fatti preparata dagli “investigatori” di Mosca, che lo accusavano di spionaggio per l’Ucraina. Il video del suo presunto arresto venne girato soltanto il 15 aprile 2025 e diffuso dieci giorni dopo, come se documentasse una cattura appena avvenuta. Cherciu venne poi condannato a quindici anni di carcere. La manipolazione non si ferma, peraltro, alle immagini degli arresti. Quasi due terzi dei video esaminati contengono dichiarazioni autoaccusatorie. Gli indagati recitano formule giuridiche e descrivono i propri comportamenti con un linguaggio che sembra ricalcare gli atti d’accusa. Le testimonianze raccolte da Memorial descrivono testi imposti, riprese ripetute e registrazioni sottoposte all’approvazione dei superiori. Quando le parole o l’espressione del volto non convincono, si ricomincia. Il rapporto racconta che per ottenere il risultato richiesto vengono attuate minacce, percosse e torture, comprese scariche elettriche. Il caso dell’artista ucraino Bohdan Ziza, arrestato nella Crimea occupata dopo una protesta contro la guerra, rivela fino a che punto possa arrivare questo procedimento. Ziza ha raccontato che gli uomini dell’Fsb registrarono almeno cinque versioni del suo video di confessione e pentimento, di cui una venne trasmessa dai media e un’altra entrò negli atti processuali.

In una versione doveva chiedere scusa all’esercito russo, in un’altra addirittura a Vladimir Putin. Quando – in fase di revisione – un superiore giudicò il pentimento poco sincero, gli agenti tornarono a picchiarlo. Non bastava costringerlo a pronunciare parole che non aveva scelto. Doveva sembrare convinto di ciò che diceva. Secondo Ziza, alcune formule erano state imposte per ricondurre il suo gesto all’articolo 205 del Codice penale russo, quello sul terrorismo. La confessione filmata serviva così non soltanto alla propaganda, ma anche alla costruzione della narrazione accusatoria. I video possono diventare persino strumenti di ricatto familiare. Alla madre dello studente Il’ja Ukrainskij, durante una perquisizione, gli agenti mostrarono un filmato del figlio picchiato e in lacrime. Secondo Memorial, la donna fu costretta a firmare documenti senza leggerli. Il giovane ha denunciato di essere stato trattenuto per tre mesi senza un regolare status processuale e di aver subito torture. Non tutte le immagini sono destinate alla televisione: alcune servono a piegare i familiari delle vittime. Questa produzione non è episodica. Analizzando i canali Telegram delle agenzie statali Tass e Ria Novosti, Memorial ha rilevato che, dall’invasione dell’Ucraina, i messaggi che menzionano l’Fsb sono quasi triplicati. La quota di quelli accompagnati da video è passata dal 23 per cento nel 2021 al 40 per cento nella prima metà del 2026.

L’apparato repressivo produce così immagini che i mezzi d’informazione statali rilanciano, contribuendo a costruire l’immagine di un servizio onnipotente e di una minaccia interna permanente. L’aspetto più inquietante dell’indagine è proprio questo: quei filmati non si limitano a raccontare la repressione. Ne sono parte integrante. La violenza esercitata durante la detenzione prosegue davanti alla telecamera, dove la vittima è costretta a recitare il ruolo che i suoi persecutori hanno scritto per lei. L’arresto viene rifatto, la confessione riscritta, il pentimento imposto. Persino la sofferenza deve risultare convincente. Il regime russo non si accontenta di privare una persona della libertà. Pretende di appropriarsi della sua voce e del racconto pubblico della sua persecuzione. E quando una confessione deve essere estorta, registrata più volte e approvata da un superiore, la domanda non è quale colpa dimostrino quelle immagini. È quale verità possa mai nascere da una messinscena costruita con la violenza.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza

Aggiornato il 21 ottobre 2026 alle ore 10:26