Due amici israeliani mi raccontavano qualche giorno fa che, secondo loro, sono ormai pochi in Israele a credere che il loro paese potrebbe convivere in pace con accanto uno Stato palestinese in Cisgiordania. Dopo il 7/10, anche tra le forze politiche di opposizione al governo Netanyahu, la fiducia in questa soluzione è drasticamente scemata. Ma a parte questa nuova sfiducia, che alla luce di quanto è avvenuto lasciando per una ventina di anni Gaza nelle mani di Hamas è perfettamente comprensibile e legittima, perché l’attuale governo israeliano rifiuta con tanta nettezza la prospettiva di uno Stato palestinese in Cisgiordania?

Le spiegazioni abitualmente proposte sono soprattutto politiche e ideologiche. Il peso dei coloni, il nazionalismo religioso, l’idea della Grande Israele, la convinzione che Giudea e Samaria appartengano storicamente al popolo ebraico. Sono tutti elementi reali e sarebbe assurdo ignorarli, ma potrebbero non costituire il cuore del problema. Ne esiste almeno un altro, molto più prosaico e forse proprio per questo meno frequentemente considerato: la geografia militare.

Basta guardare una carta. Se Israele tornasse sostanzialmente alle linee precedenti alla guerra del 1967, nel suo punto più stretto la fascia israeliana compresa fra la Cisgiordania e il Mediterraneo avrebbe una larghezza inferiore ai quindici chilometri. E non si tratta di quindici chilometri qualsiasi. In quella pianura costiera sono concentrate gran parte della popolazione israeliana, dell’attività economica e delle infrastrutture fondamentali del paese. Le alture della Cisgiordania la sovrastano. L’aeroporto internazionale Ben Gurion si trova anch’esso immediatamente a ridosso di questa particolare configurazione geografica.

Quindici chilometri, nell’epoca dei missili, dei razzi, dei droni e delle munizioni guidate, sono pochissimi. E qui si presenta un paradosso: Israele ha dimostrato di possedere una delle difese antimissile più sofisticate del mondo, ed è riuscito a intercettare una parte molto elevata dei missili balistici lanciati dall’Iran, cioè da oltre un migliaio di chilometri di distanza. Si potrebbe dunque pensare che una potenza capace di difendersi da Teheran abbia ben poco da temere da Ramallah.

Non è necessariamente così. Un missile balistico proveniente dall’Iran e un razzo proveniente da poche decine di chilometri non costituiscono la stessa minaccia in scala ridotta. Sono due problemi militari differenti.

Un missile balistico iraniano impiega indicativamente una decina di minuti per raggiungere Israele. La sua partenza viene rilevata dai sistemi di sorveglianza; la traiettoria viene calcolata; entra in funzione una struttura difensiva stratificata nella quale Arrow 2 e Arrow 3 possono tentare intercettazioni a grande distanza e grande quota. In alcune circostanze l’intelligence israeliana è stata persino in grado di individuare i preparativi di una salva prima del lancio, aumentando ulteriormente il tempo disponibile per la protezione della popolazione.

Riducendo la distanza, questo vantaggio temporale si contrae rapidamente. L’esperienza del confine libanese è istruttiva: nelle località più vicine alla zona di lancio il tempo disponibile per raggiungere un rifugio può essere dell’ordine di alcune decine di secondi e in certi casi praticamente nullo. Non perché la tecnologia israeliana smetta improvvisamente di funzionare, ma perché la fisica non concede deroghe nemmeno agli israeliani: quanto più breve è il percorso dell’arma, tanto minore è il tempo a disposizione per scoprirla, seguirla, stabilire dove cadrà e, se necessario, intercettarla.

Naturalmente Israele abbia sviluppato Iron Dome esattamente per affrontare questo problema. Sarebbe quindi sbagliato sostenere che un razzo lanciato dalla Cisgiordania sarebbe automaticamente impossibile da intercettare. Iron Dome è stato concepito proprio per contrastare razzi, mortai e altre minacce a corto raggio, mentre David’s Sling e Arrow coprono gli strati superiori della difesa. Ma nessuna difesa antimissile equivale all’invulnerabilità. Esistono il problema della saturazione, quello dei droni, quello delle traiettorie e soprattutto quello del tempo. Una difesa molto efficace può ridurre enormemente il rischio senza abolirlo.

È per questo che la questione palestinese appare, vista da Gerusalemme, sotto una luce molto diversa da come la si può vedere a distanza. Supponiamo infatti, per rendere più forte e non più debole l’obiezione, che nasca domani uno Stato palestinese autenticamente pacifico, disposto a riconoscere Israele e governato da uomini sinceramente intenzionati a convivere con lo Stato ebraico.

Il problema militare non sarebbe necessariamente risolto, perché uno Stato non prende decisioni strategiche soltanto sulla base delle intenzioni del governo che ha di fronte oggi: deve domandarsi chi controllerà quello stesso territorio fra dieci o vent’anni, e per questo il fantasma di Gaza, che aleggia su qualsiasi discussione israeliana dopo il 7 ottobre, è tutt’altro che trascurabile

Naturalmente, il fatto che dopo il disimpegno israeliano da Gaza Hamas abbia conquistato il controllo della Striscia non dimostra affatto che uno Stato palestinese in Cisgiordania avrebbe la medesima evoluzione. La storia non funziona per ripetizioni automatiche; ma un governo israeliano è costretto a porsi una domanda differente: può escluderlo?

Può avere la certezza che uno Stato palestinese moderato nel 2027 sarà ancora moderato nel 2040? Che non vi avvenga una rivoluzione? Che Hamas o un’altra organizzazione radicale non ne conquisti il governo? Che uno Stato formalmente demilitarizzato non venga progressivamente armato dall’esterno? Che un governo debole non perda semplicemente il controllo di una parte del proprio territorio?

Dopo il 7 ottobre a queste domande se ne è aggiunta un’altra, forse ancora più difficile. Per molti israeliani sembra essere entrata in crisi non soltanto la fiducia nella capacità di impedire militarmente un attacco, ma una convinzione sulla quale si era fondata una parte della politica precedente: l’idea che il miglioramento delle condizioni materiali e qualcosa da perdere potessero progressivamente rendere meno conveniente il conflitto.

Ho sentito personalmente israeliani formulare il problema in termini brutali: dopo Gaza, dicevano, pochi credono ancora che i palestinesi sappiano apprezzare i benefici della pace. Non è naturalmente una constatazione sociologica, e tanto meno una verità sui palestinesi. È però una testimonianza significativa di una percezione che il 7 ottobre può avere enormemente rafforzato.

Ed è importante comprenderla proprio per poterla discutere, perché l’argomento opposto conserva una sua forza: uno Stato palestinese potrebbe nascere sulla base del riconoscimento esplicito di Israele e di un trattato che escludesse il ricorso alla forza. Se successivamente lo violasse attaccando Israele, quest’ultimo avrebbe diritto di difendersi e il nuovo Stato palestinese si assumerebbe la responsabilità internazionale della violazione dell’accordo sul quale la convivenza era stata costruita.

Ciò non conferirebbe a Israele il diritto di annettere definitivamente il territorio palestinese: il diritto internazionale non riconosce l’acquisizione della sovranità territoriale mediante la forza. Potrebbero però diventare legittime, nei limiti previsti dal diritto internazionale, le misure necessarie all’autodifesa e, qualora le circostanze militari lo imponessero, anche una nuova occupazione militare, che potrebbe protarsi anche oltre la sua natura giuridicamente temporanea.

Ma esiste una possibilità ulteriore, della quale oggi forse proprio gli israeliani fanno più fatica a fidarsi: che la pace funzioni. Non sappiamo se una simile circostanza possa verificarsi, ma ci sono anche delle buone ragioni per non ritenerla inverosimile.

I palestinesi potrebbero scoprire che vivere in pace con Israele conviene più che combatterlo. Uno Stato significa istituzioni, infrastrutture, investimenti, commercio, rapporti diplomatici, scuole, università, imprese e soprattutto una normalità quotidiana che, una volta conquistata, diventa qualcosa che non si vuole più perdere.

Anche questo è deterrenza. Una società che abbia costruito qualcosa ha molto da perdere dalla sua distruzione. Uno Stato palestinese prospero e inserito nelle relazioni economiche regionali potrebbe quindi diventare, almeno in teoria, non una minaccia maggiore per Israele, ma una società maggiormente interessata alla conservazione della pace.

Naturalmente nessun governo israeliano potrebbe fondare la propria sicurezza su una simile speranza dopo quanto successo il 7 ottobre 2023, e proprio qui dovrebbe intervenire l’accordo. La sovranità palestinese potrebbe essere accompagnata da una demilitarizzazione definita con precisione e sottoposta non soltanto alla parola delle due parti, ma alla verifica permanente di paesi terzi accettati da entrambe. Un organismo internazionale potrebbe controllare il rispetto delle limitazioni agli armamenti, gli accessi attraverso i quali potrebbero essere introdotte armi incompatibili con l’accordo e l’eventuale comparsa di infrastrutture militari vietate. Le violazioni dovrebbero essere definite anticipatamente, così come le procedure per accertarle e le conseguenze previste.

Il problema non sarebbe dunque chiedere a Israele di fidarsi dei palestinesi, né ai palestinesi di fidarsi degli israeliani: sarebbe costruire un sistema nel quale entrambi abbiano il minor bisogno possibile di fidarsi.

Si comprende allora perché nelle precedenti trattative israelo-palestinesi siano ricomparse continuamente alcune parole: demilitarizzazione, valle del Giordano, controllo dello spazio aereo, stazioni di allarme, controllo delle frontiere, prevenzione del contrabbando di armi, garanzie internazionali.

Non sono questioni nate con Netanyahu: appartengono da decenni al negoziato israelo-palestinese. E questo suggerisce che sarebbe troppo semplice spiegare l’opposizione israeliana a uno Stato palestinese soltanto attraverso il fanatismo religioso dei coloni o il nazionalismo della destra. Questi fattori esistono e pesano, ma accanto ad essi esiste un problema strategico oggettivo: Israele è un paese territorialmente piccolo, con scarsissima profondità strategica, mentre la Cisgiordania occupa le alture immediatamente adiacenti alla sua principale concentrazione urbana, industriale e infrastrutturale.

Tutto questo spiega un timore, ma non dimostra ancora quale debba essere la risposta. Ed è forse questa la distinzione più importante, perché dalla stessa premessa militare si possono ricavare due conclusioni politiche opposte. La prima sostiene che il rischio sia talmente grande da rendere inaccettabile qualsiasi Stato palestinese sovrano in Cisgiordania; la seconda sostiene invece che, proprio perché il problema è militare, esso possa essere affrontato militarmente e diplomaticamente: Stato demilitarizzato, controllo rigoroso delle frontiere, sistemi internazionali di verifica, allarme precoce, cooperazione con la Giordania e garanzie particolari per la sicurezza israeliana.

La domanda diventerebbe allora diversa. Non più soltanto: “È pericoloso per Israele permettere la nascita di uno Stato palestinese?”. Ma: “È possibile costruire uno Stato palestinese in modo che il rischio della sua futura trasformazione in una piattaforma militare contro Israele diventi trascurabile?”. Se la risposta fosse sì, il problema militare che abbiamo descritto non costituirebbe necessariamente un argomento contro lo Stato palestinese, e potrebbe invece diventare l’indicazione delle condizioni necessarie per renderlo possibile.

(*) Foto generata da AI

Aggiornato il 15 ottobre 2026 alle ore 10:55