Quale pace per la martoriata Ucraina?
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C’è una posizione nei confronti della guerra in Ucraina che, pur partendo da premesse molto discutibili, possiede tuttavia una sua coerenza. È quella di chi sostiene che, in fondo, il destino degli ucraini non ci riguardi più di tanto; che si tratta di un popolo lontano, e che aiutarlo costa denaro, comporta sacrifici, espone a rischi, e che sarebbe dunque preferibile occuparsi dei propri interessi, lasciando che gli ucraini se la sbrighino da soli con Vladimir Putin. È una posizione apparentemente pragmatica e certamente poco solidale con un popolo che viene massacrato da quattro anni e mezzo, ma non è una novità nella storia umana. E non lo è nemmeno nella storia delle relazioni internazionali, dove l’interesse più immediato e concreto è stato spesso considerato da ciascun paese il criterio fondamentale, quando non esclusivo, della sua azione politica. Si può contestare questa premessa senza negare che chi la assume sviluppi un ragionamento dotato di una sua coerenza, anche se quella premessa, oltre che moralmente discutibile, appare strategicamente sbagliata. Chi pensa di acquistare sicurezza abbandonando al proprio destino il vicino aggredito da un dittatore criminale rischia infatti di confondere la sicurezza con la possibilità di essere mangiato per ultimo dal famoso coccodrillo. Ma non è detto che il coccodrillo, una volta sazio, rinunci a mangiare ancora, e non è detto che, dopo aver divorato il vicino, sia diventato meno pericoloso. Potrebbe, al contrario, essere diventato più forte, e sentirsi autorizzato ad avere persino più fame. Non è però questo l’aspetto più sconcertante della questione.

Assai più difficile da comprendere è un’altra posizione, che pure conduce spesso a conclusioni analoghe: quella di coloro che, richiamandosi alla pace, alla solidarietà fra i popoli, alla fratellanza universale, all’amore cristiano per il prossimo, ritengono che si debba porre fine alla guerra anche al prezzo di riconoscere alla Russia il possesso di una parte considerevole dell’Ucraina. Qui non si è più di fronte a una premessa egoistica o pragmatica dalla quale discende una conclusione coerente. Si è di fronte a una contraddizione fra le premesse morali proclamate e le conseguenze delle soluzioni auspicate, una contraddizione tanto più sconcertante quanto più nobili sono i valori ai quali ci si richiama. Perché il punto cruciale non è, come troppo spesso sembra emergere dalle discussioni su questo tema, la cessione di una certa quantità di chilometri quadrati. Il territorio non è una superficie vuota, una porzione colorata su una carta geografica che si possa spostare da uno Stato all’altro come una proprietà immobiliare. Su quel territorio vivono esseri umani. Ci sono famiglie, bambini, anziani, persone che hanno una lingua, una storia, una memoria, una patria. E che, nel caso dell’Ucraina, hanno già conosciuto per anni la violenza di un’aggressione che non hanno provocato. Consegnare quei territori alla Russia, dunque, non significherebbe soltanto modificare un confine. Significherebbe accettare che una parte della popolazione ucraina rimanga sottoposta al potere che ha aggredito il suo paese. E si sa di quale potere si sta parlando. Non occorre affidarsi a congetture sulla sorte che potrebbe attendere quelle persone. Esiste già una documentazione impressionante sul trattamento riservato dalle autorità russe ai prigionieri di guerra ucraini, sulle torture inflitte ai civili detenuti, sulle sparizioni forzate, sui trasferimenti illegali di bambini e più in generale sulla repressione del dissenso.

La Corte penale internazionale ha emesso un mandato d’arresto nei confronti dello stesso Putin per la presunta responsabilità nella deportazione e nel trasferimento illegale di minori ucraini. Le Nazioni Unite hanno documentato pratiche diffuse e sistematiche di tortura nelle strutture di detenzione russe. Questo non significa che ogni ucraino rimasto sotto occupazione subirà necessariamente queste violenze. Significa però che il rischio non è immaginario, ma anzi molto concreto, e che sarebbe irresponsabile escluderlo dal calcolo delle conseguenze di un accordo di pace. Come possono dunque quanti invocano la pace come una semplice cessazione di una guerra conciliare quella solidarietà con la disponibilità ad accettare un simile destino per una parte del popolo ucraino? Si immagini per esempio che, durante l’occupazione nazista dell’Italia, dopo Sant’Anna di Stazzema e Marzabotto, Adolf Hitler avesse chiesto di poter annettere al Terzo Reich tutto quel pezzo d’Italia che stava sopra il Po offrendo in cambio la pace. E immaginiamo che altri “pacifisti” avessero accusato partigiani e alleati di essere dei guerrafondai per non voler accettare una simile proposta. Chi avesse mosso quest’accusa avrebbe sicuramente potuto argomentare il suo sostegno alla proposta di Hitler dicendo che la cosa più importante era la pace, perché solo la pace poteva garantire l’incolumità dei popoli. Come si sarebbe dovuta valutare una simile proposta? Naturalmente le situazioni storiche non sono identiche, e un paragone non deve cancellarne le differenze. Ma il problema morale è il medesimo: fino a che punto è lecito perseguire la pace quando si sa che essa comporterebbe la consegna di milioni di persone nelle mani di chi ha già dimostrato di poter esercitare su di loro una violenza sistematica e sanguinaria? L’obiezione più immediata è che continuare a combattere significa continuare a morire. È vero: ogni giorno di guerra comporta nuove vittime, nuove distruzioni, nuove sofferenze. Sarebbe moralmente insensato ignorarle o considerarle un prezzo trascurabile. Ma proprio chi ragiona in termini umanitari dovrebbe guardarsi dal commettere un errore altrettanto grave: confrontare le sofferenze immediatamente visibili della guerra con una pace immaginata come semplice assenza di sofferenza. La cessazione dei combattimenti non coincide necessariamente con la cessazione della violenza.

La storia conosce paci che hanno inaugurato lunghi periodi di oppressione, persecuzione e negazione dei diritti. Una guerra può durare anni; le conseguenze di una pace ingiusta possono durare per generazioni. I morti della guerra si contano giorno dopo giorno; le vittime di una dominazione imposta possono continuare a pagare il prezzo della sconfitta anche quando chi ha firmato gli accordi non è più in vita. Perciò il confronto moralmente corretto non è fra la guerra, con tutte le sue vittime, e una pace astratta nella quale nessuno soffre più. È fra le conseguenze prevedibili delle diverse soluzioni, comprese quelle che potrebbero ricadere sui figli e sui nipoti degli ucraini di oggi. Questo non significa che qualunque compromesso sia inammissibile o che gli ucraini debbano continuare a combattere indefinitamente. Una tregua, un congelamento delle linee militari, un accordo territoriale e il riconoscimento giuridico di un’annessione sono cose diverse. E soprattutto esiste una differenza essenziale fra un compromesso che gli ucraini decidano di accettare, valutandone liberamente costi e rischi, e una soluzione che venga loro imposta da altri, perché nessuno possiede un diritto illimitato a essere generoso con la libertà altrui.

È in questo quadro che le recenti esternazioni e iniziative di Donald Trump assumono un significato particolarmente inquietante. Il presidente americano ha esercitato pressioni sulla leadership ucraina e ha sostenuto iniziative volte a favorire un’intesa con Mosca, mentre alcune decisioni americane hanno alleggerito specifiche restrizioni economiche riguardanti la Russia. Sono scelte diverse, che non equivalgono automaticamente all’accettazione di tutte le richieste del Cremlino, ma che rendono centrale il problema delle condizioni alle quali si intende arrivare a un accordo. Non occorre attribuire a Trump intenzioni che non ha dichiarato. La sua logica appare prevalentemente utilitaristica: contenere i costi, ottenere risultati negoziali, tutelare interessi economici americani, presentare un accordo come un successo politico. È una logica che si può contestare, anche severamente, ma che non pretende almeno di scaturire da un principio di fratellanza universale. Il paradosso nasce quando a conclusioni simili giungono persone che muovono da premesse apparentemente opposte. Persone per le quali la solidarietà non dovrebbe conoscere frontiere, che si richiamano alla difesa degli oppressi e alla tutela dei più deboli, ma che finiscono per considerare accettabile una situazione nella quale proprio i più deboli sarebbero abbandonati nelle mani del loro carnefice. Naturalmente queste persone respingerebbero qualsiasi accusa di indifferenza verso la sorte degli ucraini. E molte sono probabilmente sinceramente convinte di perseguire il loro bene. Ma la sincerità delle intenzioni non basta a garantire la coerenza morale di una posizione. Se così fosse, qualunque conseguenza potrebbe essere giustificata appellandosi alla nobiltà degli scopi. Ma non è così, perché l’etica delle intenzioni deve sempre incontrare quella della responsabilità. Non basta volere la pace: bisogna domandarsi quale pace, a quali condizioni, per chi, e soprattutto a spese di chi. Si può certamente sostenere che una pace imperfetta sia preferibile a una guerra interminabile. È un argomento serio, che merita una discussione seria.

Ma chi lo sostiene deve assumersi la responsabilità di spiegare perché ritenga accettabili i rischi imposti alle popolazioni che rimarrebbero sotto occupazione, e quali garanzie concrete possano impedirne la persecuzione. Non può limitarsi a invocare la pace come se quella parola risolvesse da sola ogni problema morale. E non può nemmeno dimenticare che un accordo, il quale premi una conquista ottenuta con la forza potrebbe incoraggiare nuove aggressioni, trasformando una tregua presente nella premessa di una guerra futura. Anche questa è una possibilità da valutare, non una certezza da proclamare; ma ignorarla significherebbe rinunciare proprio a quella responsabilità verso il futuro che dovrebbe accompagnare ogni autentica aspirazione pacifista. Alla fine, dunque, la differenza fra le due posizioni rimane fondamentale. Chi dichiara di non voler sostenere sacrifici per gli ucraini parte da una premessa moralmente molto discutibile e forse persino strategicamente suicida, ma almeno non ha bisogno di presentare il proprio egoismo o la propria indifferenza come una forma superiore di altruismo. Chi invece proclama in qualche forma, religiosa o politica, una sorta di fratellanza universale e, in nome di essa, propone di accettare che altri rimangano sotto il dominio di chi li ha aggrediti, torturati e massacrati deve rispondere di una contraddizione ben più profonda.

Non perché desideri necessariamente il male di quelle persone, ma perché rischia di trasformare un principio morale in una giustificazione delle sofferenze altrui. È questo il punto sul quale si dovrebbe riflettere senza pregiudizi. La solidarietà autentica comporta qualche volta un sacrificio, ma il sacrificio, per essere un atto di solidarietà, deve riguardare innanzitutto chi decide di compierlo. Quando invece si pretende che siano altri a rinunciare alla propria libertà, alla propria sicurezza e a quella dei propri figli, non basta chiamare quella rinuncia “pace” per trasformarla in una virtù. L’egoismo o l’indifferenza di chi non vuole pagare il prezzo della solidarietà può essere moralmente riprovevole, ma almeno non pretende di adottare un principio morale universamente valido, in grado di ergersi a rappresentante dell’etica cristiana o dell’imperativo categorico kantiano. Assai più difficile da giustificare è invece il pacifismo di chi, in nome della fratellanza e della difesa dell’umanità, vorrebbe far pagare il prezzo della pace proprio a chi ha più sofferto, a una parte consistente di un popolo che è stato già a lungo martoriato condannandola a esserlo ancora per molte generazioni, e dunque proprio a coloro a cui vorrebbe evitare ulteriori lutti e sofferenze.

Aggiornato il 13 ottobre 2026 alle ore 13:00