Domanda: perché Donald Trump ha deciso di chiudere (definitivamente?) la partita con Volodymyr Zelensky? A quanto pare, la ragione sta tutta nelle crisi mondiali del mercato energetico: bloccati gli Stretti di Hormuz nel Golfo Persico e Bab el-Mandeb nel Mar Rosso; sanzionato l’export energetico russo, è venuta a mancare circa la metà delle forniture energetiche mondiali di gas e petrolio, con tutte le ricadute negative del caso sulle economie avanzate di Europa e Cina, in particolare. Ma la stessa America ha risentito di questa crisi mondiale, a causa delle scelte dei suoi produttori nazionali di energia, che preferiscono esportare i propri prodotti lavorati (gasolio e benzina) sui mercati esteri, perché ben più remunerativi, a causa dell’aumento vertiginoso dei prezzi. Quindi, poiché l’Iran è in guerra con gli Usa e non può essere un interlocutore, l’unica strada alternativa era di rimuovere (a tempo?) unilateralmente le sanzioni sul gas russo, per una fornitura simbolica (pari a qualche giorno di consumi degli Stati Uniti) che nulla risolverà dei problemi dell’America. L’altra mossa di Trump è mettere a terra l’accordo segreto dell’Alaska con Putin per l’allontanamento di Zelensky dalla presidenza, quest’ultima soluzione dettata come precondizione da Mosca per l’avvio di una qualsivoglia trattativa di pace in Ucraina, sulla quale Trump e i suoi mediatori si sono applicati invano dall’inizio del suo secondo mandato. Ma, per avere garantite le forniture di gasolio richieste a Putin per raffreddare i prezzi del carburante alle pompe di benzina d’Oltre Atlantico, in modo da far risalire di qualche punto il suo gradimento interno, Trump ha bisogno che Zelensky non usi i suoi arsenali missilistici e i droni a lunga percorrenza per colpire gli impianti russi della lavorazione del petrolio
In questo walzer planetario viene chiamato in causa il ruolo dell’Europa, che ha adottato una sua strategia a luci spente (nel senso che c’è, ma non la si può enunciare pubblicamente), in cui entrano in gioco gli interessi singoli dei Paesi del Vecchio Continente, condizionati dalle opinioni pubbliche in maggioranza contrarie a continuare con le forniture di armi e il sostegno finanziario all’Ucraina. E questo perché la grande maggioranza dei cittadini europei attribuisce alla guerra l’aumento del costo della vita e delle forniture energetiche, con grave pregiudizio della competitività industriale, del welfare e dei bilanci delle famiglie. Del resto, è di tutta evidenza come bloccato Hormuz, chiusi lo Stream-1 e 2 per le forniture di gas dalla Russia, i prezzi al consumo dei carburanti siano andati alle stelle, facendo salire l’inflazione e deprimendo i redditi da lavoro. Tanto più che, stante il quadro geopolitico attuale, la prospettiva della ricostruzione in Ucraina a guerra terminata graverebbe interamente sugli europei, lasciando in eredità una tensione permanente ai nostri confini, in caso il conflitto non si concludesse con una pace formale, ma soltanto con un accordo di tregua, stile Corea. In funzione dei possibili scenari post-bellici, l’assetto più probabile è di un’Ucraina amputata dei territori del Donbass, con uno status di nazione indipendente per la parte rimanente, ma con vincoli precisi di non integrazione alla Nato, né verosimilmente all’Unione Europea. Approssimativamente, cioè, l’Ucraina potrebbe configurarsi come una “Zona di libero scambio” con la Russia, che consentirebbe di farne un hub energetico surrettizio, per la vendita “di seconda mano” di gas e petrolio siberiani, in attesa dei tempi lunghi per ricomporre la frattura tra Russia ed Europa. Per un suo rilevante intervento nella ricostruzione, da finanziare con risorse comuni, l’Ue potrebbe ottenere un consistente accesso alle terre rare ucraine, ponendosi come unico contractor, salvo poi a “subappaltare” agli Stati dell’Unione i vari lotti di territorio da risanare.
La riflessione “off-the-record” che riguarda le più importanti Cancellerie europee consiste nella presa d’atto che la Russia è ancora troppo ricca e super armata per essere sconfitta, dato che la sua economia di guerra le consente di produrre missili e droni in numero praticamente illimitato. E questo grazie a una letterale rivoluzione interna nello sviluppo di armi avanzate, con una sempre più forte integrazione dell’Intelligenza artificiale nella loro costruzione, che coinvolge una serie di sviluppatori privati di algoritmi e di start-up informatiche, gestiti in autonomia da giovani della Z-generation, che propongono direttamente le loro innovazioni alle industrie della difesa. Stessa cosa accade nel modello ucraino, dal quale l’economia di guerra putiniana ha letteralmente tratto un copia-incolla. Quindi, stante la determinazione di Mosca di non arretrare un centimetro dall’attuale linea del fronte, costi quel che costi, l’Europa è confrontata alla prospettiva drammatica della continuazione della guerra sine die, subendo ogni giorno di più da parte di Putin una subdola Shadow-war, o guerra dell’ombra, come gli attacchi cyber e sorvolo di droni a lunga gittata in territorio alleato. Da qui nascono i timori di Bruxelles di un’esposizione crescente e sempre più onerosa del Vecchio Continente nei confronti dell’Ucraina, data la mossa destabilizzante di Trump di pretendere un cambiamento di leadership a Kiev, con la minaccia concreta di non fornire più la copertura d’intelligence e satellitare americana.
Cosa quest’ultima che impedirebbe all’Ucraina di colpire in profondità obiettivi strategici russi, come le infrastrutture energetiche (raffinerie e depositi di carburante). In questo caso, vista l’impossibilità dell’Europa di sostituirsi all’America, non potendo garantire a Zelensky né una rete satellitare alternativa a quella statunitense, né forniture in grande stile di intercettori (i più sofisticati restano i Patriot Usa, che però scarseggiano persino nelle scorte strategiche del Pentagono), senza i quali l’Ucraina è un campo aperto per qualsivoglia incursione dall’alto dei russi, che già vantano fin da ora un’assoluta superiorità aerea. E tutto ciò si spiega con l’ideologia putiniana, che fa riferimento alla tradizione tellurocratica zarista, in cui l’espansione territoriale e la lotta per l’egemonia si combinano con un’ideologia religiosa filo-imperialista. Putin del resto già dal 2016 aveva chiarito benissimo il suo punto vista, sostenendo che le frontiere della Russia non hanno limiti, là fin dove arriveranno le orme degli stivali dei soldati russi. Alla luce di quanto accaduto dal 1991 a oggi, sono molti di più rispetto ad allora coloro che pensano sarebbe stato meglio sciogliere contestualmente la Nato, a seguito della dissoluzione del Patto di Varsavia. Se lo avessimo fatto, Putin non avrebbe avuto l’alibi dell’Ucraina, in quanto avremmo rispettato gli accordi verbali con Michail Gorbaciov, intercorsi durante i negoziati per la riunificazione tedesca del 1990. In quell’occasione, l’Occidente aveva dato ampie garanzie orali a Mosca che la riunificazione della Germania non avrebbe danneggiato la sicurezza sovietica, e che quindi non sarebbero mai diventati membri effettivi della Nato gli ex Paesi socialisti dell’Europa dell’Est. E poiché il nastro della Storia non si riavvolge mai, eccoci arrivati allo scontro finale anche grazie alla nostra Hybris. A meno di cedere tutte le carte del Monopoli a chi la guerra ha dimostrato di volerla fare.
Aggiornato il 14 ottobre 2026 alle ore 11:19
