Donald Trump non vuole nessuno dei sette candidati alla successione di António Guterres. Lo ha riferito Politico il 10 ottobre, citando due fonti informate delle discussioni interne all’amministrazione americana. Washington vorrebbe nomi nuovi. Il Consiglio di Sicurezza ha concluso il quinto scrutinio. Rebeca Grynspan, costaricana, è in testa con nove voti favorevoli e sei contrari. E alla Casa Bianca non piace neppure lei. Gli Stati Uniti possono bloccare la nomina. Non c’è ancora un veto formale, ma cinque scrutini potrebbero essere serviti a poco.
Il 1° settembre, su queste colonne, scrivevamo Onu. Palazzo di vetro? Anche no! Parlavamo di Bachelet, dell’UNRWA, di Israele e di quanto costa mantenere in piedi la macchina delle Nazioni Unite. Allora gli scrutini erano due. Il 30 luglio Grynspan aveva ottenuto dieci consensi e un contrario. Il 21 agosto i favorevoli erano scesi a sette. Il 18 settembre erano nove, con cinque contrari. Il 29 settembre dieci favorevoli e tre contrari. Otto giorni dopo le opposizioni sono raddoppiate. Sei governi hanno votato contro la candidata in testa. Quali? Il Palazzo di Vetro non ce lo dice.
Ciascuno dei quindici membri del Consiglio riceve una scheda per ogni candidato. Può incoraggiarlo, scoraggiarlo oppure non esprimere un’opinione. I risultati non vengono pubblicati ufficialmente. Le schede sono distrutte dopo il conteggio. Finora i quindici hanno votato con schede identiche. Eppure, soltanto cinque dispongono del veto. Un contrario della Francia viene contato come quello della Grecia. Poi, nella decisione formale, basta il voto negativo di un permanente per fermare tutto. Gli altri dieci possono anche essere d’accordo. Non serve.
Il 6 ottobre Cina e Francia sono state designate per lo scrutinio delle schede della quinta consultazione. Si parlava di introdurre schede differenziate, per distinguere almeno i voti dei permanenti. Niente. Il 7 ottobre il Consiglio ha votato ancora con schede identiche. La presidenza greca, affidata all’ambasciatrice Aglaia Balta, non ha comunicato i risultati. Poche ore dopo i conteggi circolavano fra i giornalisti. Comodo. I cinque permanenti possono scoraggiare un candidato senza che si sappia nemmeno se fra i contrari ci sia uno di loro.
Il prossimo scrutinio è previsto per venerdì 16 ottobre. Secondo PassBlue dovrebbero arrivare le schede colorate. Si distinguerebbero così i contrari dei permanenti, non i nomi dei governi. Per arrivarci sono serviti cinque scrutini. E ancora non sappiamo chi abbia votato contro chi.
Carolyn Rodrigues-Birkett, ex ministra degli Esteri della Guyana e ambasciatrice all’Onu, aveva cominciato con nove favorevoli e due contrari. Il 21 agosto era prima. Il 18 e il 29 settembre conservava otto consensi. Il 7 ottobre ne sono rimasti cinque, contro nove opposizioni. Robert Wood, già rappresentante americano alle Nazioni Unite, ha riferito a PassBlue di conversazioni con diplomatici dalle quali emergerebbe il rischio di un veto sulla sua candidatura. Wood conosce bene quei corridoi. Ha parlato di un possibile veto. E Rodrigues-Birkett ha perso tre consensi in una sola votazione. Qualcuno la sta scaricando.
Rafael Grossi, argentino, dirige l’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Ha seguito il nucleare iraniano e la centrale ucraina di Zaporizhzhia, occupata dalla Russia. Conosce Mosca e Washington. Il 18 settembre aveva cinque favorevoli e otto contrari. Il 29 settembre è risalito a otto consensi. Il 7 ottobre è sceso a sei, con sette contrari e due astensioni. Più contrari che favorevoli. Quali governi gli abbiano votato contro, il Palazzo di Vetro non ce lo dice.
Michelle Bachelet, due volte presidente del Cile ed ex Alto commissario Onu per i diritti umani, si è ritirata dopo il terzo scrutinio: un favorevole, undici contrari, tre astensioni. Nel nostro pezzo del primo settembre era ancora in corsa. Adesso è fuori. L’ex presidente senegalese Macky Sall ha ottenuto cinque consensi e dieci contrari. L’ugandese Olara Otunnu tre favorevoli e dodici contrari. María Fernanda Espinosa, già presidente dell’Assemblea generale, tre favorevoli e nove contrari. Ivonne A-Baki, ecuadoregna, nessun favorevole e quattordici contrari. Un’astensione. Sono sette i candidati rimasti.
Sall, senegalese, è stato presentato dal Burundi. Espinosa, ecuadoregna, da Antigua e Barbuda. A-Baki, anche lei ecuadoregna, da Tonga. È consentito: non occorre che sia il proprio governo a proporre un candidato.
Intanto circola il nome di Feridun Sinirlioğlu, ex ministro degli Esteri turco e segretario generale dell’Osce. Una candidatura formale non risulta ancora depositata.
Secondo Politico l’amministrazione Trump vuole allargare la rosa. Potrebbero arrivare altri nomi mentre i sette già in corsa continuano a farsi contare i contrari.
Nel 2016 l’ultimo scrutinio si tenne il 5 ottobre. Il giorno dopo il Consiglio raccomandò António Guterres. Ban Ki-moon era stato raccomandato il 9 ottobre 2006. Stavolta siamo a metà mese con sei contrari alla candidata in testa e un’amministrazione americana che, secondo Politico, non vuole nessuno dei sette. La presidenza greca punta a un accordo entro ottobre.
Il mandato di Guterres scade il 31 dicembre. Dal primo gennaio 2027 dovrebbe esserci il successore.
L’articolo 97 della Carta Onu affida la nomina all’Assemblea generale, ma il candidato deve prima essere raccomandato dal Consiglio di Sicurezza. Servono almeno nove voti e nessun veto dei permanenti. I 193 Stati membri aspettano che i quindici trovino un nome accettabile per Washington, Mosca, Pechino, Londra e Parigi. I risultati delle consultazioni restano riservati. Li conosciamo perché qualche diplomatico li passa ai giornalisti. E questi sarebbero quelli che pretendono di insegnare al mondo la trasparenza.
Certo che l’opacità del Vetro del Palazzo è sempre più evidente. Ormai manca poco. Quanto reggeranno le crepe?!
Aggiornato il 13 ottobre 2026 alle ore 14:44
