La parola scelta è “subservient” (“subordinata”). A metà settembre scorso, intervenendo all’All-In Summit, il vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance ha dichiarato che Washington “non può permettere che la propria politica estera in Medio Oriente sia subordinata a Israele”.
Il giorno seguente, l’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee, ha replicato: “L’America non ha mai difeso Israele. Mai, dal 1948, anno dell’indipendenza dello Stato ebraico, gli Stati Uniti hanno mandato truppe sul terreno per difenderlo. (…) Quando ci schieriamo contro l’Iran, non lo facciamo per difendere Israele, ma gli stessi Stati Uniti. (…) Israele può essere l’antipasto, ma noi siamo la portata principale”.
Huckabee ha ribadito che nessuno aveva fatto pressioni sul presidente né lo aveva indotto con l’inganno a intervenire contro l’Iran, rilevando inoltre che Israele “non ha mai chiesto nulla”. “Non posso rivelare molto di ciò che è accaduto in quella stanza, perché si trattava di materiale riservato. Un giorno, forse, scriverò un libro e racconterò tutta la storia, ma non faccio trapelare informazioni coperte da segreto. (…) Nessuno ha spinto il presidente Trump a fare qualcosa, né lo ha indotto in errore. (…) Ha agito di sua spontanea volontà”.
Per Vance, Israele è il principale, se non l’unico, alleato affidabile degli Stati Uniti, ma anche questo rapporto deve essere guidato dagli interessi americani, come ogni altra relazione internazionale di Washington. Lo ha spiegato così: “Donald Trump è l’unico presidente degli ultimi 40 anni ad aver avuto il coraggio di dire: Sapete una cosa? Sì, Bibi è un buon partner, ma su questo abbiamo opinioni diverse; oppure: Su questo Bibi ha torto; o ancora: Dal punto di vista di Israele, forse Bibi ha ragione, ma gli americani hanno bisogno che prendiamo una direzione diversa”.
Eppure, Vance ha pronunciato queste parole dopo che Regno Unito, Germania, Francia, Italia, Giappone, Australia, Estonia e Spagna si erano tutti rifiutati di aiutare, anche solo in minima parte, gli Stati Uniti nel tentativo di contenere l’Iran.
A quanto pare, era stato proprio Vance a sostenere la disastrosa tregua con l’Iran dell’8 aprile.
L’America, ricorrendo ancora una volta con successo alla strategia dello “shock and awe” basata sulla superiorità della forza e sulla rapidità dell’attacco, stava vincendo. Trump stava finalmente ponendo fine a una guerra che il regime iraniano conduce contro gli Stati Uniti, Israele e la civiltà occidentale dal 1979, anno della nascita della Repubblica Islamica. Da 47 anni, in Iran si inneggia a “Morte all’America”, e lo si fa sul serio. “Morte all’America non è solo uno slogan”, aveva dichiarato il defunto Ayatollah Ali Khamenei. “È una politica”.
Nel marzo scorso, l’inviato speciale degli Stati Uniti Steve Witkoff, incaricato di negoziare con l’Iran, ha riferito quanto emerso durante i colloqui: “Durante quel primo incontro, entrambi i negoziatori iraniani ci dissero apertamente, senza alcun imbarazzo, di avere sotto il loro controllo 460 chilogrammi di uranio arricchito al 60 per cento e di essere consapevoli che quella quantità avrebbe potuto essere sufficiente a fabbricare 11 bombe nucleari”.
A giugno, Trump aveva avvertito: “Se permettessimo loro di avere un’arma nucleare, la userebbero entro la prima ora. E noi non lo consentiremo”.
“Se avessero un’arma nucleare,” ha detto Trump questo mese, “chiamerei la Guida Suprema e gli direi: Signor Leader Supremo, come sta? C’è qualcosa che possiamo fare per lei?, anziché procedere con un’azione militare”.
A meno di non voler aspettare per vedere se l’Iran avrebbe dato seguito alle sue minacce, Trump ha prudentemente preferito neutralizzare il pericolo.
Trump è il primo, tra i sette presidenti che lo hanno preceduto ad aver deciso di porre fine alla minaccia rappresentata dall’Iran. C’era però un ostacolo: come ha osservato il columnist del Washington Post Thiessen, Trump aveva portato l’azione a un passo dal traguardo, per poi fermarsi!
Ciò che lascia perplessi molti osservatori è che Trump tenga ai margini Israele, il Paese più esposto alla minaccia iraniana, quello che potrebbe essere messo in ginocchio da una sola bomba e al tempo stesso corteggi i leader di diversi Stati mediorientali, tra cui Qatar, Turchia, Arabia Saudita e Siria. Quest’ultima, peraltro, pretende ora da Israele la restituzione delle Alture del Golan: una richiesta che, per gli Stati Uniti, avrebbe lo stesso peso di una pretesa del Messico di riavere i territori del sud-ovest. Paesi che, a loro volta, potrebbero non essere particolarmente dispiaciuti se Israele venisse eliminato.
Il conflitto tra l’Iran e gli Stati Uniti precede di gran lunga l’intera carriera politica di Netanyahu. L’ostilità di Teheran verso Washington affonda le sue radici nella nascita della Repubblica Islamica, quando il nuovo regime occupò l’ambasciata americana nel 1979 e tenne in ostaggio il personale per 444 giorni, fino all’insediamento del presidente Ronald Reagan. Nel 1983, l’Iran passò alla violenza letale contro gli Stati Uniti a Beirut, dove un attentato con un camion-bomba di Hezbollah uccise 241 militari americani. In seguito, un tribunale federale statunitense condannò il regime iraniano a pagare 2,65 miliardi di dollari per quell’attacco. Il regime è stato inoltre ritenuto responsabile di aver partecipato agli attentati dell’11 settembre 2001, insieme a numerosi altri attacchi, e condannato a pagare 6 miliardi di dollari.
Dopo l’invasione di Israele da parte di Hamas, il 7 ottobre 2023, la rete di milizie sciite sostenute da Teheran in Iraq e Siria lanciò più di 170 attacchi contro le forze americane nella regione. Nel gennaio 2024, un drone impiegato da una milizia irachena uccise tre militari statunitensi alla Tower 22, in Giordania.
Questo mese, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha lanciato missili balistici contro una nave da guerra americana e una base statunitense in Giordania, spingendo il Comando Centrale degli Usa a distruggere cinque petroliere iraniane.
In questa guerra, Israele offre agli Stati Uniti qualcosa che Washington ha raramente trovato in Medio Oriente: un alleato che non si limita a difendere sé stesso, ma sacrifica anche i propri giovani per difendere la civiltà occidentale, compresi quei Paesi che oggi lo denigrano e ne ostacolano l’azione.
L’affermazione di Huckabee trova conferma nei fatti. Nei 78 anni trascorsi dalla nascita di Israele, Washington non ha mai inviato un solo soldato a combattere al fianco di Israele. La partnership si fonda sulla condivisione di informazioni d’intelligence, sullo sviluppo di armamenti, sulla logistica e sulla capacità dei due eserciti di operare congiuntamente. Il memorandum decennale tra Stati Uniti e Israele, relativo agli anni fiscali dal 2019 al 2028, prevede 3,3 miliardi di dollari l’anno in finanziamenti militari esteri e altri 500 milioni per la difesa missilistica, per un totale di 38 miliardi di dollari. L’accordo, firmato nel 2016 dall’amministrazione Obama, stabilisce inoltre che tre quarti di questa somma siano destinati all’acquisto di equipaggiamenti militari statunitensi. Il colonnello John Spencer (in congedo), responsabile degli studi sulla guerra urbana presso il Modern War Institute di West Point, osserva: “Storicamente, circa il 74 per cento degli aiuti militari statunitensi a Israele doveva essere destinato all’acquisto di beni e servizi per la difesa prodotti negli Stati Uniti. In base a un accordo speciale, noto come Offshore Procurement, Israele poteva invece destinare fino al 26 per cento dei finanziamenti militari statunitensi alla propria industria della difesa. Questa eccezione è ora in fase di graduale eliminazione.
“Entro il 2028, il 100 per cento dei finanziamenti FMF dovrà essere speso negli Stati Uniti per l’acquisto di beni e servizi per la difesa prodotti in America. Nessun altro grande beneficiario degli aiuti militari statunitensi è soggetto a un regime analogo. Il denaro non esce dall’economia americana: circola tra fabbriche, filiere produttive e lavoratori statunitensi. In pratica, gran parte di ciò che i critici definiscono aiuti esteri finisce direttamente nelle casse delle aziende americane della difesa, a beneficio dei lavoratori statunitensi e della stessa base industriale che rifornisce anche le forze armate americane.
“Quei finanziamenti sostengono direttamente i lavoratori e l’industria manifatturiera statunitensi. Israele è il principale acquirente internazionale di caccia F-35, prodotti dalla Lockheed Martin nello stabilimento di Fort Worth, in Texas. Ogni velivolo alimenta una filiera produttiva che si estende in più di 45 Stati.
Israele acquista inoltre dagli Stati Uniti elicotteri, munizioni a guida di precisione, sistemi di comunicazione, apparati radar, motori e altre tecnologie militari.
“La cooperazione va ben oltre i semplici acquisti. Le aziende israeliane partecipano alla produzione e allo sviluppo di sistemi come l’F-35: Israel Aerospace Industries, ad esempio, produce le ali per l’intera flotta mondiale, mentre altre aziende del settore israeliane forniscono tecnologie impiegate nel programma. Il risultato è una partnership tra le industrie della difesa dei due Paesi profondamente integrata, che offre vantaggi a entrambi”.
I finanziamenti, però, raccontano solo metà della storia. Il sistema di difesa missilistica David’s Sling è prodotto da Rafael, con Raytheon come subappaltatore, sotto la supervisione congiunta dell’Organizzazione israeliana per la Difesa Missilistica e della Missile Defense Agency statunitense. Il sistema Arrow 3 fu sviluppato da Israel Aerospace Industries insieme a Boeing. Nel 2019, l’esercito americano acquisì due batterie di Iron Dome e, nel maggio 2026, il Corpo dei Marines ha ricevuto i primi intercettori Tamir, oggi prodotti in Arkansas da una joint venture tra Raytheon e Rafael. Sono programmi integrati, in cui tecnologia, esperienza sul campo e capacità produttive fluiscono in entrambe le direzioni. Per i contribuenti americani, questo significa poter dotare le proprie forze armate di sistemi all’avanguardia a una frazione di quanto sarebbe costato svilupparli in autonomia.
La partnership si traduce anche in una stretta cooperazione militare sul campo. Nel 2023, l’esercitazione Juniper Oak riunì 6.400 militari americani e 1.500 israeliani, 142 velivoli e un gruppo d’attacco di una portaerei nella più grande esercitazione bilaterale mai condotta dai due Paesi, con i B-52 americani che sganciarono ordigni veri nel deserto del Negev. Quindici mesi dopo, quando l’Iran lanciò in un solo giorno più di 300 missili e droni contro Israele, l’interoperabilità messa alla prova durante l’esercitazione consentì di coordinare le intercettazioni tra le forze americane, israeliane, britanniche, francesi e giordane.
Nel giugno 2025, la penetrazione israeliana dei siti nucleari e missilistici iraniani aprì la strada, otto giorni dopo, all’attacco dei bombardieri americani contro Fordow, Natanz e Isfahan. Il 28 febbraio 2026, le due forze aeree sono entrate in guerra fianco a fianco, fin dalla prima notte. Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha fatto della cooperazione con Israele un elemento integrante della propria architettura militare regionale, perché l’intelligence e i dati necessari a individuare e colpire gli obiettivi che ne derivano sono a tutti gli effetti risorse strategiche americane.
Il rapporto tra i due Paesi va ben oltre il campo militare. L’accordo di libero scambio tra Stati Uniti e Israele del 1985 fu il primo accordo di questo tipo mai sottoscritto da Washington. Da allora, le esportazioni americane verso Israele sono cresciute del 473 per cento e, nel 2025, il commercio bilaterale di beni e servizi ha raggiunto i 54,2 miliardi di dollari. Il programma BIRD Energy ha destinato circa 50 milioni di dollari di fondi pubblici a più di 60 progetti congiunti, attirando ulteriori 927 milioni di dollari di investimenti privati. Le Qualifying Industrial Zones, istituite dal Congresso nel 1996, consentono invece ai prodotti fabbricati in Giordania e in Egitto di entrare negli Stati Uniti senza dazi, a condizione che contengano componenti israeliane. Il meccanismo fu concepito per offrire agli ex nemici un interesse economico concreto nel mantenimento della pace e, secondo la stessa amministrazione americana, ha raggiunto questo obiettivo.
Nulla di tutto questo ha mai significato una totale convergenza tra i due alleati. Washington e Gerusalemme si sono confrontate su insediamenti, vendite di armi, Iran, Gaza e Libano fin dall’inizio della loro relazione. Nel marzo 2015, Netanyahu intervenne davanti al Congresso per contestare l’accordo sul nucleare che l’allora presidente Barack Obama stava negoziando e che avrebbe consentito all’Iran, a partire dall’ottobre 2023, di dotarsi un arsenale nucleare. Diciotto mesi dopo, quello stesso presidente firmò il più consistente pacchetto di aiuti militari mai approvato dagli Stati Uniti a Israele.
Nel giugno 2026, Trump disse ai giornalisti che Israele combatteva Hezbollah da troppo tempo e aveva provocato un numero eccessivo di vittime. Eppure, questo mese, l’amministrazione americana si appresterebbe a vendere a Israele 2,8 miliardi di dollari di munizioni, comprese bombe da 2 mila libbre. Al di là delle divergenze, però, la struttura istituzionale della cooperazione tra i due Paesi ha continuato a rafforzarsi.
Se, come sostengono alcune correnti della Destra americana, il principio di America First significa che ogni alleanza internazionale deve essere valutata alla luce degli interessi degli Stati Uniti, il rapporto con Israele appare pienamente coerente con questo principio. I dati parlando di condivisione dell’intelligence sui nemici comuni, di armi sviluppate e prodotte congiuntamente, di un alleato che impegna sul campo le proprie forze armate, di 54 miliardi di dollari l’anno di scambi commerciali bilaterali e di una cooperazione militare che il Pentagono ha integrato nei propri piani. Nel 2014, il Senato americano approvò all’unanimità l’US-Israel Strategic Partnership Act, consolidando un legame fondato tanto sulla convergenza degli interessi quanto sulla condivisione dei valori. Obama lo promulgò trasformandolo in legge.
Secondo il Congressional Budget Office, i 38 miliardi di dollari stimati come costo dell’attuale guerra contro la Repubblica Islamica dell’Iran sono destinati a contrastare un regime che uccide americani dal 1983 e che ha fatto di “Morte all’America” uno slogan di Stato e un principio politico.
Vance potrebbe aver scelto quelle parole recenti nella convinzione che, se gli Stati Uniti chiudessero gli occhi di fronte alle minacce esterne e concentrassero le proprie energie sul rafforzamento del Paese, il resto del mondo, nel bene o nel male, finirebbe in qualche modo per badare a sé stesso. Il vicepresidente sembra ignorare una lezione che l’Europa, e in seguito anche gli Stati Uniti, impararono a proprie spese: ciò che accade nei Sudeti non resta nei Sudeti.
Nel 1938 si riteneva che, se le potenze europee avessero costretto la Cecoslovacchia a cedere ad Adolf Hitler la porzione di territorio che pretendeva, il dittatore si sarebbe accontentato e avrebbe lasciato in pace l’Europa. All’epoca, solo Winston Churchill in Gran Bretagna e il presidente americano Franklin D. Roosevelt previdero con chiarezza che cedere i Sudeti alla Germania nazista sarebbe stato soltanto “l’antipasto”, mentre il resto dell’Europa avrebbe costituito la “portata principale”.
Il primo movimento America First ebbe come figura di spicco Charles Lindbergh, all’epoca celebrato come un eroe dell’aviazione. Tra il 1936 e il 1938, Lindbergh visitò più volte la Germania nazista. Nel 1938 ricevette personalmente, a nome di Adolf Hitler, la Service Cross of the German Eagle, un’onorificenza conferitagli da Hermann Göring, capo della Luftwaffe e presidente del Reichstag. Tornato negli Stati Uniti nel 1939, Lindbergh divenne uno dei principali portavoce dell’America First Committee, il movimento non interventista fondato l’anno successivo. Lindbergh era contrario al coinvolgimento degli Stati Uniti nei conflitti europei e riteneva che il sostegno alla Gran Bretagna potesse trascinare il Paese in una guerra costosa e contraria ai suoi interessi. A suo avviso, inoltre, l’influenza degli ebrei contribuiva a orientare gli Stati Uniti verso la guerra.
Le basi dell’alleanza tra Stati Uniti e Israele affondano le radici in quasi ottant’anni di storia. Israele è oggi l’unico alleato su cui Washington può contare in ogni circostanza? Assolutamente sì. La politica estera americana in Medio Oriente è subordinata a Israele? No, decisamente no.
(*)Tratto da Gatestone Institute
(**) Traduzione a cura di Angelita La Spada
Aggiornato il 08 ottobre 2026 alle ore 10:10
