Non è soltanto una questione di sicurezza diplomatica. Quando Mosca invita le rappresentanze straniere a lasciare l’Ucraina mentre intensifica gli attacchi contro Kyiv e altre città, il messaggio assume inevitabilmente una valenza politica. Il 3 ottobre il Ministero degli Esteri russo ha esortato diplomatici e cittadini stranieri ad abbandonare il Paese, avvertendo che chi avesse ignorato l’indicazione si sarebbe assunto la responsabilità delle conseguenze. L’avvertimento è arrivato mentre la capitale ucraina era sottoposta a una nuova fase della campagna aerea russa, caratterizzata da attacchi ripetuti contro infrastrutture e collegamenti essenziali, compresi i ponti sul Dnipro. La risposta europea è stata particolarmente netta. Le ambasciate degli Stati membri dell’Unione presenti a Kyiv hanno confermato che continueranno a operare nella capitale. L’ambasciatrice dell’Unione europea in Ucraina, Katarína Mathernová, ha sintetizzato la posizione senza lasciare molto spazio alle interpretazioni: “Abbiamo 25 Stati membri con ambasciate a Kyiv e resteranno tutti”. Ha inoltre collegato le minacce russe al tentativo di ridurre il sostegno occidentale all’Ucraina, aggiungendo che esse sembrano piuttosto avere prodotto l’effetto opposto, rafforzando la determinazione europea a non farsi intimidire. La vicenda va letta oltre il suo significato immediato. Un’ambasciata che rimane aperta in una capitale sottoposta ad attacchi non rappresenta soltanto un presidio diplomatico.
È anche un segnale politico. Significa riconoscere che le relazioni con lo Stato ospitante proseguono, che il suo governo continua ad avere interlocutori e che il tentativo di produrre isolamento attraverso la pressione militare non ha raggiunto il risultato desiderato. Per questo la scelta delle rappresentanze europee di restare a Kyiv assume un valore che supera quello, pur importante, della continuità delle attività diplomatiche. È una risposta a un tentativo di coercizione. Mosca sembra infatti perseguire contemporaneamente più obiettivi. Sul piano militare continua a esercitare pressione sulle città ucraine attraverso missili e droni, cercando di colpire infrastrutture indispensabili al funzionamento del Paese proprio mentre si avvicina l’inverno. Sul piano psicologico, l’aumento della frequenza degli attacchi serve a rendere più difficile la normalità quotidiana e ad alimentare la percezione che nessun luogo possa essere considerato realmente sicuro. Sul piano politico, infine, la pressione viene trasferita verso i Paesi che sostengono Kyiv. Se l’Ucraina non può essere rapidamente piegata sul campo di battaglia, diventa essenziale cercare di indebolire la rete internazionale che le consente di continuare a resistere. È in questa dimensione che l’avvertimento rivolto alle ambasciate trova il suo significato più interessante. Costringere o convincere le missioni diplomatiche occidentali a lasciare Kyiv significherebbe offrire l’immagine di una capitale progressivamente abbandonata dai propri partner. Sarebbe un risultato politico e comunicativo importante, facilmente utilizzabile dalla propaganda russa per sostenere che il sostegno europeo sta diminuendo e che l’isolamento internazionale dell’Ucraina è soltanto una questione di tempo. La permanenza dei diplomatici produce invece l’immagine opposta: mentre Mosca aumenta la pressione, gli europei scelgono di non arretrare.
Questa dinamica si inserisce in un confronto molto più ampio che ormai non riguarda soltanto il territorio ucraino. L’Unione europea considera da tempo sabotaggi, cyberattacchi, manipolazione dell’informazione, interferenze politiche e azioni contro le infrastrutture critiche come componenti di una più vasta campagna ibrida russa diretta contro l’Europa e contro il sostegno europeo all’Ucraina. Nel marzo scorso il Consiglio dell’Unione ha esplicitamente condannato le campagne russe finalizzate, tra l’altro, a indebolire la capacità di Kyiv di difendersi. Il punto centrale è proprio questo. La guerra di aggressione russa contro l’Ucraina non viene combattuta esclusivamente lungo la linea del fronte. Esiste una seconda linea di confronto che attraversa le società europee. Il suo obiettivo è aumentare il costo politico, economico e psicologico del sostegno a Kyiv fino a trasformarlo, agli occhi delle opinioni pubbliche, in qualcosa di insostenibile. Ogni episodio di sabotaggio, ogni operazione di disinformazione, ogni minaccia e ogni forma di pressione devono essere osservati anche all’interno di questa logica. Non è necessario ottenere una vittoria immediata. È sufficiente alimentare progressivamente stanchezza, paura e divisione. Da questo punto di vista, la reazione delle ambasciate europee è importante proprio perché interrompe il meccanismo dell’intimidazione. Tuttavia, non dovrebbe essere considerata sufficiente.
Resistere alla pressione significa impedire a Mosca di determinare le decisioni europee attraverso la minaccia; deterrenza significa invece fare in modo che esercitare quella pressione abbia un costo. È su questa seconda dimensione che l’Europa continua a mostrare le maggiori difficoltà. Denunciare le attività ibride russe, rafforzare la resilienza delle infrastrutture e mantenere il sostegno all’Ucraina sono passaggi indispensabili, ma una strategia efficace richiede anche la capacità di modificare il calcolo di chi quelle azioni le pianifica. Gli attacchi delle ultime settimane contro Kyiv rendono questa esigenza ancora più evidente. La Russia sta tentando di aumentare la pressione sulle infrastrutture della capitale alla vigilia dell’inverno, mentre l’Ucraina chiede ulteriori capacità di difesa aerea. Gli attacchi ai ponti sul Dnipro hanno mostrato quanto anche pochi bersagli possano incidere sulla vita quotidiana di una città di milioni di abitanti, complicando spostamenti, logistica e collegamenti tra le due sponde. Non occorre distruggere una città per renderne progressivamente più difficile il funzionamento: può essere sufficiente colpirne con continuità i nodi essenziali e costringere la popolazione a vivere in una condizione permanente di emergenza. È probabilmente questa la vera posta in gioco dietro il semplice “restiamo” pronunciato dai diplomatici europei. Non si tratta soltanto di decidere se mantenere aperta un’ambasciata. Si tratta di stabilire se la Russia possa utilizzare la minaccia della forza per modificare il comportamento degli Stati europei. Perché ogni volta che una minaccia produce il risultato desiderato, quella minaccia diventa più credibile e sarà probabilmente utilizzata di nuovo. Restare a Kyiv è una risposta necessaria. La vera prova, però, sarà impedire che Mosca continui a considerare l’intimidazione uno strumento efficace, a basso costo e privo di conseguenze.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
Aggiornato il 07 ottobre 2026 alle ore 14:35
