Zona grigia, linee rosse: l’Europa davanti alla sfida russa
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Il problema delle linee rosse è che funzionano soltanto quando chi si trova dall’altra parte è convinto che attraversarle avrà un costo. Quando invece la reazione appare incerta o prevedibile, quelle stesse linee diventano soglie da sondare senza oltrepassarle abbastanza da provocare una risposta decisiva. È in questo spazio di ambiguità che si colloca una parte crescente del confronto tra la Russia e l’Europa. Sabotaggi, cyberattacchi, incendi dolosi, disinformazione, incursioni di droni e pressioni sulle infrastrutture critiche costituiscono manifestazioni diverse del conflitto nella “zona grigia”: azioni ostili condotte deliberatamente al di sotto della soglia dell’aggressione militare convenzionale. Ursula von der Leyen ha riconosciuto quanto questa distinzione sia diventata difficile da sostenere, osservando che le minacce ibride contro l’Europa stanno diventando “sempre meno ibride e sempre meno minacce”. Il problema riguarda ormai il significato stesso della deterrenza. Una nave sospettata di aver danneggiato un cavo sottomarino, un incendio in una struttura logistica, un attacco informatico o un drone che attraversa per pochi minuti lo spazio aereo europeo possono apparire episodi isolati. Possono però anche costituire segmenti di una campagna coordinata. La difficoltà sta nello stabilire rapidamente attribuzione, intenzionalità e collegamenti con gli apparati di uno Stato. Per chi conduce operazioni di questo genere, l’incertezza rappresenta un vantaggio. Mosca può sondare le capacità di reazione europee, osservare i tempi decisionali e individuare le soglie oltre le quali una provocazione potrebbe determinare una risposta collettiva.

Qui emerge il limite di una strategia fondata esclusivamente sulla resilienza. Proteggere infrastrutture, rafforzare la cybersecurity e migliorare la sorveglianza sono misure indispensabili. Ma la resilienza risponde soprattutto alla domanda: cosa facciamo quando veniamo colpiti? La deterrenza ne pone un’altra: cosa convince chi ci colpisce a ritenere che ripetere quell’azione non sia conveniente? Uno dei terreni più evidenti è lo spazio aereo. Le incursioni di droni sul fianco orientale hanno imposto un rafforzamento della sorveglianza e della difesa. Ma attendere che un vettore entri nello spazio aereo Nato offre maggiore certezza giuridica lasciando però l’iniziativa a chi conduce l’incursione. Da qui il dibattito su una maggiore profondità difensiva, anche sull’Ucraina occidentale: reagire troppo tardi può incoraggiare nuove provocazioni, reagire troppo presto aumentare il rischio di confronto diretto. Un secondo terreno è il mare. La “flotta ombra” utilizzata dalla Russia per mantenere i flussi energetici e ridurre l’impatto delle sanzioni è ormai un problema non soltanto economico ma anche di sicurezza. L’Unione europea ha progressivamente ampliato le restrizioni contro queste unità e contro i soggetti che ne sostengono l’operatività. Ma inserire una nave in un elenco sanzionatorio e impedirle concretamente di operare sono due cose diverse. Le attività della flotta ombra riguardano sicurezza della navigazione, rischi ambientali, infrastrutture sottomarine, assicurazioni e condizioni di navigabilità. La sfida consiste nell’utilizzare con maggiore efficacia gli strumenti disponibili senza uscire dal quadro del diritto internazionale. Esiste poi la dimensione finanziaria.

Nell’Unione europea sono immobilizzati oltre 210 miliardi di euro di attività della Banca centrale russa. Bruxelles ne utilizza soprattutto i proventi per sostenere l’Ucraina, mentre l’impiego del capitale resta giuridicamente e finanziariamente controverso. Difesa aerea, navigazione e asset finanziari sembrano temi lontani. In realtà convergono sullo stesso punto: come costruire una risposta capace di produrre conseguenze senza perdere il controllo dell’escalation. È qui che l’intelligence assume un ruolo centrale. Nella zona grigia l’attribuzione è spesso più complessa dell’evento stesso. Un sabotaggio può essere affidato a intermediari, un cyberattacco può attraversare infrastrutture situate in più Paesi, un’operazione di influenza può utilizzare reti apparentemente indipendenti. Tutto può essere progettato per interrompere la catena che conduce all’apparato statale che ha promosso l’azione. Attribuire rapidamente significa integrare intelligence, controintelligence, capacità cyber, investigazione finanziaria, sorveglianza marittima e cooperazione tra servizi di sicurezza. Non basta sapere che qualcosa è accaduto. Bisogna ricostruire chi lo ha organizzato, attraverso quali intermediari e con quale rapporto rispetto agli apparati statali. Se chi conduce un’operazione clandestina ritiene che l’attribuzione sarà lenta o politicamente contestata, il margine operativo aumenta. Se invece esiste la ragionevole aspettativa che la catena organizzativa venga individuata rapidamente, il calcolo può cambiare.

A questo si aggiunge la questione politica. Le operazioni sotto soglia sfruttano anche i tempi decisionali europei. Ventisette Stati membri, con interessi e percezioni della minaccia differenti, devono essere capaci di reagire a eventi che talvolta richiedono decisioni nell’arco di ore. La guerra di aggressione russa contro l’Ucraina ha reso questa riflessione più urgente, ma il problema va oltre il campo di battaglia ucraino. La competizione contemporanea consente di esercitare pressione su un avversario senza dichiarargli guerra e senza concedergli sempre la certezza necessaria per reagire. È questo il vantaggio della zona grigia. Ma è anche il suo limite. Più le azioni diventano frequenti, invasive e riconoscibili, più quella zona perde la propria ambiguità. Cyberattacchi, sabotaggi, droni e operazioni clandestine non possono essere considerati indefinitamente incidenti separati quando iniziano a comporre un disegno riconoscibile. La questione che l’Europa ha davanti non consiste quindi soltanto nello stabilire dove tracciare nuove linee rosse. Consiste soprattutto nel definire cosa accade quando vengono avvicinate o superate, chi deve accertarlo, chi decide la risposta e quali conseguenze possono essere applicate senza trasformare la deterrenza in escalation. Perché l’ambiguità può essere uno strumento efficace soltanto finché resta incerto anche il prezzo da pagare. Quando quel prezzo diventa prevedibile, la zona grigia comincia inevitabilmente a restringersi.

 

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza

Aggiornato il 02 ottobre 2026 alle ore 10:21