Il ritiro americano dall’Iraq e il paradosso geopolitico
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Perché la ritirata da Erbil non favorisce i nemici dell’Occidente

Il completamento del ritiro delle forze combattenti statunitensi dall’Iraq e la definitiva chiusura della storica missione Operation Inherent Resolve presso la base aerea di Erbil segnano un passaggio di consegne cruciale nella geometria di sicurezza del Medio Oriente.

La transizione della presenza americana verso una cornice puramente bilaterale e il rilocamento strategico delle capacità operative del comando CJTF-OIR nella vicina Giordania non rappresentano un disimpegno isolazionista, bensì un riposizionamento tattico volto a responsabilizzare le istituzioni locali. Eppure, nel dibattito geostrategico, sorge spontaneo un interrogativo fondamentale: questo riassetto rischia di aprire varchi pericolosi per la rigenerazione dello Stato Islamico, finendo al contempo per rafforzare la presa politica delle milizie filo-iraniane a Baghdad?

Per rispondere con il rigore analitico proprio della tradizione liberale ed europeista, occorre anzitutto sgombrare il campo da fantasiose teorie complottiste. Gli Stati Uniti, guardiani della stabilità globale e perni dell’Alleanza Atlantica, non hanno deliberatamente inteso “creare spazio” per i terroristi di Daesh al fine di logorare l’influenza di Teheran. La scelta di rimodulare il dispositivo militare risponde a una lucida strategia di lungo periodo, concordata con il governo iracheno per trasformare la presenza occidentale in una partnership di sicurezza e intelligence ad altissima tecnologia, calibrata su deterrenza ed efficienza.

Dal punto di vista della geopolitica militare e delle risorse, tuttavia, il vuoto fisico lasciato dalle truppe di terra statunitensi genera un’innegabile modifica degli equilibri sul campo.

Sebbene lo Stato Islamico del 2026 sia militarmente indebolito e incapace di ripetere le conquiste territoriali e l’occupazione convenzionale del 2014, esso conserva una pervasiva rete clandestina di cellule dormienti nelle aree rurali e nei corridoi desertici. Senza la presenza diretta e immediata delle forze speciali e della copertura ISR (Intelligence, Surveillance, and Reconnaissance) americane sul terreno, la responsabilità di contenere l’insorgenza jihadista ricade interamente sulle forze di sicurezza irachene e sulle Popular Mobilization Forces (PMF).

Qui si innesca il vero paradosso strategico del post-ritiro. L’Isis è strutturalmente e ideologicamente anti-sciita e vede nell’Iran e nei suoi proxy locali un nemico mortale. Un eventuale incremento della pressione e degli attacchi asimmetrici condotti dalle cellule di Daesh non farebbe altro che assorbire ingenti risorse militari, umane ed economiche delle fazioni armate legate a Teheran. In questa prospettiva, la minaccia del terrore diventa per la rete filo-iraniana un imprevisto e logorante fattore di attrito operativo, distraendo uomini e fondi dalle altre direttrici dell’espansionismo regionale dell’Ayatollah.

Al contempo, però, si manifesta la seconda faccia di questo paradosso, eminentemente politica. Se la risposta dello Stato centrale iracheno dovesse dimostrarsi esitante, l’aumento dell’insicurezza e il riaffiorare della minaccia jihadista offrirebbero alle milizie sciite l’opportunità perfetta per accreditarsi di fronte all’opinione pubblica come gli unici baluardi indispensabili a protezione della nazione. Con una narrazione demagogica e securitaria, gli apparati filo-iraniani potrebbero sfruttare l’emergenza per consolidare il proprio controllo sulle istituzioni statali, sulla finanza pubblica e sui nodi energetici strategici del Paese.

Per le democrazie occidentali, per Washington e per un’Europa che non può permettersi un nuovo focolaio di instabilità ai propri confini meridionali, la sfida è chiara. La ritirata dalle basi operative irachene non deve tradursi in un abbandono dell’Iraq all’influenza egemonica iraniana né alla barbara minaccia del radicalismo sunnita. Al contrario, la diplomazia e le capacità di intelligence dell’Occidente devono continuare a sostenere la sovranità di Baghdad, rafforzando gli elementi riformisti e nazionali dello Stato iracheno.

Solo promuovendo istituzioni trasparenti, un’economia di mercato aperta al commercio globale e forze armate professionali e indipendenti dalle ingerenze straniere si potrà spezzare la morsa tra il terrore di Daesh e le mire teocratiche di Teheran, garantendo la sicurezza transatlantica e la stabilità del Medio Oriente.

Aggiornato il 05 ottobre 2026 alle ore 11:57