C’è un’immagine che appartiene alla storia francese più di ogni altra: quella delle barricate. Dalla rivoluzione del 1789 alle giornate del 1830, dai moti del 1848 alla Comune del 1871 fino al maggio ‘68, la piazza è stata periodicamente utilizzata dalla società civile per scagliarsi con violenza contro i detentori del potere. È proprio questo passato, prima ancora di qualsivoglia analogia, a rendere ciò che sta accadendo negli ultimi giorni a Parigi (e in molte altre città) tanto interessante quanto preoccupante.
Le proteste degli studenti hanno ovviamente cause precise e contingenti, ma la storia suggerisce che, nella Francia contemporanea, una rivendicazione settoriale può rapidamente dilatarsi e assumere un significato più vasto al punto da trasformarsi in una contestazione della legittimità dell’ordine politico. Si tratta di una dinamica antica. Dal 1789 in poi la protesta viene tradizionalmente concepita non solo come strumento di opposizione, ma come un vero e proprio modo di esercitare la sovranità popolare. È soprattutto in ragione di ciò che la barricata possiede ancora oggi un significato che va ben oltre il suo valore materiale. Essa è diventata nel tempo il simbolo di una comunità che entra fisicamente nello spazio pubblico, segnando il confine tra due mondi. Da una parte, lo Stato e le sue istituzioni, dall’altra, una parte della società che non ne riconosce più la legittimità.
In tal senso, emblematico fu ciò che accadde nel maggio ’68. In poche settimane una protesta nata nelle università si trasformò in una crisi di portata nazionale. La guerriglia urbana divenne simbolo di libertà, la disobbedienza una prova di autenticità politica, mentre lo scontro quotidiano con le forze di polizia fu considerato quale tappa inevitabile della trasformazione sociale. In questi giorni, in alcuni ambienti della sinistra (anche italiana) si guarda alla rivolta del ’68 come a un precedente “mitico” nella speranza che l’attuale mobilitazione studentesca possa in qualche modo riprodurne le dinamiche. Si tratta di un’idea incompatibile con uno dei princìpi fondamentali della democrazia liberale, ovvero che la giustezza (reale o presunta) di una causa non conferisce automaticamente legittimità ai mezzi impiegati per sostenerla. La violenza non diventa lecita perché viene esercitata in nome di un ideale ritenuto nobile, né cessa di essere tale quando chi la pratica si considera dalla parte giusta della storia.
Intanto, in Francia la tensione rimane alta rendendo concreto il timore che le attuali manifestazioni possano fare della violenza il proprio linguaggio, al pari di quanto accaduto altre volte nel passato.
Aggiornato il 05 ottobre 2026 alle ore 10:09
