La rete globale che alimenta la guerra di Mosca
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Una guerra non viene combattuta soltanto da chi preme il grilletto, lancia un missile o impartisce un ordine. Dietro ogni apparato militare moderno esiste una struttura molto più ampia, composta da industrie, sistemi finanziari, catene logistiche, fornitori di tecnologia, intermediari commerciali e reti capaci di procurare ciò che formalmente non dovrebbe più essere disponibile. Dopo oltre quattro anni e mezzo di guerra di aggressione russa contro l’Ucraina, è proprio questa dimensione a emergere con crescente evidenza: la macchina bellica di Mosca non funziona esclusivamente grazie alle risorse della Federazione Russa, ma attraverso una rete internazionale che attraversa Stati, imprese e intermediari. Gli attacchi del 28 settembre hanno fornito l’ennesima dimostrazione della capacità russa di continuare a colpire in profondità il territorio ucraino. Nel corso della giornata sono stati impiegati oltre 120 droni, circa novanta dei quali a reazione, mentre il bilancio comunicato dalle autorità ucraine parlava di nove morti e più di ottanta feriti nel Paese. A Kyiv un drone ha colpito direttamente la sede della Presidenza dell’Accademia nazionale delle scienze dell’Ucraina, provocando vittime e gravi danni all’edificio. Dietro quei sistemi d’arma si nasconde però un problema che va ben oltre la loro provenienza geografica. Da anni le autorità ucraine smontano missili e droni recuperati dopo gli attacchi, ricostruendone le catene di approvvigionamento.

Nel maggio scorso sono stati mostrati agli ambasciatori europei componenti stranieri rinvenuti nei missili Zircon, Kalibr e Kh-101 e nei droni Geran-2. Tra i Paesi di produzione figuravano Stati Uniti, Germania, Svizzera, Regno Unito, Giappone e Cina. In alcuni casi si trattava di componenti fabbricati nello stesso 2026. Kyiv ha successivamente trasmesso ai Paesi partner centinaia di numeri di serie per consentire di ricostruire non soltanto chi abbia prodotto quei dispositivi, ma attraverso quali passaggi commerciali siano arrivati in Russia. Naturalmente, trovare un microchip occidentale all’interno di un missile russo non significa automaticamente che il produttore lo abbia venduto consapevolmente all’industria militare di Mosca. È proprio qui che entra in gioco l’architettura dell’elusione. Beni acquistati da società situate in Paesi terzi possono essere riesportati, triangolati, trasferiti attraverso società di comodo o inseriti in catene commerciali sufficientemente lunghe da rendere difficile individuarne la destinazione finale. Nel luglio 2026 l’Unione europea ha inserito altre 51 entità nelle liste sottoposte a restrizioni più severe sull’esportazione di beni e tecnologie dual use. Alcune operano in Cina, Hong Kong, India, Kazakhstan, Kirghizistan, Turchia ed Emirati Arabi Uniti e sono state indicate come parte dei meccanismi attraverso i quali Mosca continua ad accedere a microelettronica, macchine utensili e tecnologie necessarie al proprio complesso militare-industriale. La rete, tuttavia, non riguarda soltanto l’elettronica. La Russia ha costruito negli anni rapporti militari sempre più stretti con Bielorussia, Iran e Corea del Nord. L’Unione europea continua a mantenere uno specifico regime sanzionatorio per il sostegno militare iraniano alla Russia, comprese le tecnologie legate a droni e missili, mentre i leader europei hanno condannato anche il sostegno fornito da Bielorussia e Corea del Nord e il dispiegamento di militari nordcoreani. A questa dimensione si aggiunge quella umana.

Mosca ha progressivamente cercato combattenti e manodopera fuori dai propri confini. Le indagini condotte in diversi Paesi africani hanno documentato reti di reclutamento nelle quali cittadini stranieri sarebbero stati attratti in Russia anche attraverso offerte di lavoro civile per poi ritrovarsi destinati ad attività collegate allo sforzo bellico o direttamente al fronte. In Kenya, un rapporto dell’intelligence presentato al Parlamento nel febbraio 2026 indicava in oltre mille i cittadini reclutati per combattere nelle forze russe, mentre le autorità di diversi Paesi africani hanno dovuto affrontare casi analoghi. Poi esiste il denaro. Una guerra di queste dimensioni richiede un flusso finanziario costante, ed è qui che diventano decisive le esportazioni energetiche, le società di intermediazione e quella vasta galassia di petroliere comunemente definita “flotta ombra”. L’Unione europea ha progressivamente esteso le proprie misure non soltanto alle navi impiegate per aggirare il tetto al prezzo del petrolio, ma anche alle società che le gestiscono, alle strutture finanziarie collegate e ai soggetti che forniscono loro servizi. Alcune delle navi sanzionate risultano inoltre coinvolte nel trasporto di materiale militare destinato alla Russia o di grano sottratto nei territori ucraini occupati. Nel luglio scorso Bruxelles ha esteso ulteriormente le designazioni, arrivando a colpire anche una società di reclutamento degli equipaggi al servizio della flotta ombra. Il quadro che emerge è quindi quello di un ecosistema. Al centro rimane lo Stato russo, con il proprio apparato militare, industriale e di sicurezza.

Aggiornato il 01 ottobre 2026 alle ore 10:53