Si è appena conclusa in Russia la messa in scena delle elezioni per il rinnovo della Duma, un’opera in tre atti con la regia di Vladimir Putin. Come da copione, a prevalere è stata Russia Unita, il partito al potere da tempo immemore che sostiene il presidente russo. Del resto, quando il finale è già scritto, difficilmente il pubblico può aspettarsi un colpo di scena. Secondo i dati diffusi dalla Commissione elettorale centrale, Russia Unita ha ottenuto il 57,83 per cento dei voti, conquistando 355 dei 450 seggi della Duma e confermando la propria maggioranza assoluta. Un risultato che non ha riservato particolari sorprese. E non perché, alla vigilia del voto, fossero circolati sondaggi particolarmente accurati, capaci di interpretare con straordinaria precisione gli orientamenti dell’elettorato. Per comprendere le ragioni di un esito così prevedibile, occorre guardare soprattutto a chi sia stato ammesso alla “competizione elettorale” e a chi, invece, ne sia stato escluso. Nelle autocrazie, il processo elettorale viene trasformato in una simulazione della democrazia. Si convocano gli elettori, si allestiscono i seggi, si distribuiscono le schede e si proclamano i risultati, mantenendo però un controllo rigoroso sulle forze politiche autorizzate a partecipare, sullo svolgimento delle operazioni di voto e sulle procedure di scrutinio, così da ridurre al minimo il rischio di risultati indesiderati e garantire la continuità del potere. Le formazioni che potrebbero rappresentare una reale alternativa vengono escluse o ostacolate, mentre si consente la partecipazione di un’opposizione organica al sistema, disposta a competere su questioni secondarie senza mettere in discussione le scelte fondamentali del Governo. Il risultato è un pluralismo soltanto apparente: molti simboli sulla scheda, ma poche alternative politiche effettive.
Perché, allora, il partito al potere non stravince, magari conquistando l’80 o il 90 per cento dei consensi? Una vittoria meno schiacciante può rendere più credibile la rappresentazione di una competizione libera e pluralista. Lasciare spazio ad altre formazioni politiche alimenta l’impressione che gli elettori abbiano potuto scegliere liberamente. D’altra parte, non occorre conquistare tutti i seggi quando si dispone già di una maggioranza sufficiente a controllare le istituzioni. L’opposizione organica contribuisce così a conferire al sistema una parvenza di pluralismo, senza rappresentare una concreta alternativa al potere. Un’altra domanda che viene spontaneo porsi è perché le autocrazie continuino a organizzare elezioni anziché limitarsi a nominare direttamente i propri rappresentanti. È presto detto. Perché il voto, anche quando la competizione è fortemente controllata, svolge funzioni essenziali per la conservazione del potere. Innanzitutto, permette di presentare la continuità del Governo come espressione della volontà popolare, trasformando il risultato elettorale in uno strumento di legittimazione interna e internazionale. Consente inoltre di regolare gli equilibri tra le élite, distribuire incarichi e risorse, premiare i gruppi dirigenti fedeli e integrare nelle istituzioni una parte dell’opposizione, mantenendola entro confini politicamente accettabili. Esiste poi una funzione meno evidente: raccogliere informazioni sugli orientamenti della popolazione. Anche una competizione limitata può rivelare quali territori manifestino maggiore insoddisfazione.
Proprio qui emerge una contraddizione. Quanto più il sistema restringe la competizione, tanto meno le elezioni riescono a rappresentare gli orientamenti effettivi della società. Escludendo le forze politiche contrarie alle decisioni del Governo, il potere rischia di perdere la capacità di misurare la reale consistenza del dissenso. Finisce così per alimentare una rappresentazione del consenso che può risultare assai distante dagli orientamenti effettivi della popolazione. Le elezioni parlamentari russe offrono un esempio concreto di questo meccanismo. Alla competizione hanno partecipato formazioni come il Partito comunista, il Partito liberal-democratico, Russia Giusta e Nuove Persone, differenti per programmi e identità, ma accomunate dal sostegno alle principali decisioni del Cremlino. Le forze politiche apertamente contrarie alla prosecuzione della guerra di aggressione contro l’Ucraina hanno invece incontrato ostacoli ed esclusioni che ne hanno impedito la partecipazione alla “competizione” nazionale. A ciò si aggiungono le restrizioni all’attività dell’opposizione indipendente e all’accesso a un’informazione libera. Le autorità russe hanno inoltre deciso di non invitare gli osservatori dell’Osce, impedendo all’organizzazione di effettuare una valutazione indipendente del processo elettorale.
Al loro posto, sono arrivati i “soliti amici”, pronti a “certificare” che tutto si fosse svolto secondo copione. Scusate il lapsus, volevo dire “regolarmente”. Sono proprio queste circostanze, e non la vittoria di Russia Unita, a sollevare la questione della natura democratica della consultazione. Non è il successo del partito di Governo a rendere un’elezione incompatibile con i principi democratici, ma l’assenza delle condizioni necessarie affinché i cittadini possano scegliere liberamente tra alternative politiche effettive. Ed è una distinzione che occorre tenere presente quando si utilizzano le elezioni russe come termine di paragone con l’Ucraina. Non è difficile immaginare che qualcuno possa sostenere che Mosca, nonostante la guerra in corso, sia riuscita a garantire ai propri cittadini il diritto di voto, mentre Kyiv continua a rinviare le proprie consultazioni elettorali. Quasi che fosse sufficiente aprire i seggi per dimostrare il carattere democratico di uno Stato. In Ucraina, invece, è la stessa Costituzione a prevedere che, durante la legge marziale, il Parlamento resti in carica fino all’insediamento di quello eletto dopo la sua cessazione. Una legge del 2015 vieta inoltre lo svolgimento delle elezioni presidenziali, parlamentari e locali finché rimane in vigore la legge marziale. È dunque l’aggressione russa su vasta scala a impedire lo svolgimento di libere elezioni in Ucraina.
Se Mosca ponesse fine alla guerra e venissero ripristinate le necessarie condizioni di sicurezza, sarebbe possibile revocare la legge marziale e organizzare nuove consultazioni elettorali, garantendo anche ai militari al fronte, agli sfollati e ai cittadini residenti nei territori oggi occupati la possibilità di esercitare liberamente il proprio diritto di voto. Il confronto tra i due Paesi non può quindi essere ridotto alla semplice constatazione che in Russia si sia votato mentre in Ucraina no. Occorre considerare le condizioni nelle quali i cittadini possono esercitare il proprio diritto di voto e, soprattutto, la possibilità di esprimere liberamente una scelta politica. È questo il punto centrale delle elezioni russe: non il risultato ottenuto dal partito di Putin, ma il ruolo riservato ai cittadini in un sistema che ha delimitato preventivamente gli spazi della competizione politica. In una democrazia sono gli elettori a scegliere i propri rappresentanti. In una simulazione elettorale, il potere stabilisce preventivamente tra chi gli elettori potranno scegliere, relegandoli al ruolo di comparse in una rappresentazione il cui finale è stato scritto prima ancora che si alzi il sipario.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
Aggiornato il 22 settembre 2026 alle ore 11:03
