Ci sono guerre che si combattono con i carri armati, con i droni e con i missili. E poi ce ne sono altre che si combattono nei tribunali, nelle camere arbitrali internazionali e negli studi legali sparsi tra Zurigo, Astana, Londra e, forse domani, Roma. La decisione con cui la Corte del centro finanziario internazionale di Astana ha autorizzato l’esecuzione nel territorio kazako del lodo arbitrale ottenuto dal gruppo energetico statale ucraino Naftogaz contro Gazprom vale circa 1,4 miliardi di dollari, ma sarebbe un errore considerarla soltanto una disputa commerciale tra due colossi dell’energia. In realtà racconta qualcosa di più profondo: come la guerra di aggressione russa su vasta scala contro l’Ucraina continui a produrre effetti ben oltre il campo di battaglia. Da oltre quattro anni l’attenzione europea si concentra inevitabilmente sui fronti militari: l’assistenza a Kyiv, la tenuta dell’economia russa, le sanzioni, l’evoluzione dei combattimenti, i possibili negoziati. Nel frattempo, però, si è aperto un altro fronte, meno visibile ma probabilmente destinato ad avere conseguenze durature: quello della responsabilità giuridica ed economica. Le guerre, del resto, raramente terminano quando tacciono le armi. I trattati di pace chiudono i conflitti militari, ma lasciano quasi sempre aperti contenziosi che possono protrarsi per anni o addirittura decenni.
Debiti, riparazioni, controversie patrimoniali, arbitrati internazionali e richieste di risarcimento continuano spesso a produrre effetti molto tempo dopo la fine dei combattimenti. La vicenda nasce dall’accordo sul transito del gas concluso nel 2019 tra Gazprom e il gruppo energetico statale ucraino Naftogaz. In base a tale intesa, la parte ucraina era tenuta a garantire il passaggio del gas naturale russo verso i mercati europei attraverso il proprio territorio fino al gennaio 2025. Quell’accordo sembrava rappresentare uno dei pochi elementi di continuità nei rapporti tra i due Paesi, già profondamente deteriorati dopo l’inizio dell’aggressione russa del 2014. Poi arrivò il febbraio 2022 e con esso l’invasione su vasta scala dell’Ucraina. Nel maggio dello stesso anno, a causa delle operazioni militari russe e dell’occupazione di parte del territorio ucraino, divenne impossibile utilizzare il punto di ingresso di Sokhranivka, uno snodo rilevante del sistema di transito del gas. Secondo la ricostruzione della parte ucraina, nonostante tali circostanze il servizio avrebbe continuato ad essere garantito attraverso il punto di Sudzha, assicurando l’adempimento degli obblighi previsti dal contratto. Secondo la posizione ucraina, Gazprom avrebbe tuttavia rifiutato di corrispondere integralmente i corrispettivi dovuti per i servizi di organizzazione del transito del gas naturale attraverso la rete ucraina, violando gli obblighi contrattuali assunti. Nel settembre 2022 il gruppo Naftogaz ha quindi avviato un arbitrato internazionale in Svizzera, conformemente alle clausole previste dall’accordo. Nel giugno 2025 il tribunale arbitrale ha emesso il proprio lodo finale, attribuendo a Gazprom piena responsabilità per l’inadempimento e ordinando il pagamento del debito, degli interessi maturati e delle spese arbitrali. La vicenda, tuttavia, non si è conclusa con quella decisione. Gazprom ha infatti tentato di ribaltare il risultato impugnando il lodo davanti al Tribunale federale svizzero, nel tentativo di ottenerne l’annullamento.
Ma nel gennaio 2026 il ricorso è stato respinto, consolidando definitivamente la validità della decisione arbitrale e privando la società russa di uno dei principali strumenti di contestazione giuridica. Ed è qui che emerge il vero elemento di interesse. Una decisione arbitrale internazionale, infatti, non produce automaticamente denaro. Produce un diritto. E tra il riconoscimento di un diritto e la sua effettiva soddisfazione esiste spesso una distanza considerevole. Occorre individuare patrimoni, conti correnti, crediti, partecipazioni societarie e beni suscettibili di esecuzione. Occorre rivolgersi ai tribunali di diversi Paesi e ottenere che quella decisione venga riconosciuta ed eseguita. In altre parole, occorre trasformare una vittoria teorica in una vittoria reale. La decisione della Corte di Astana rappresenta esattamente questo primo passo concreto. Non a caso l’amministratore delegato di Naftogaz, Sergii Koretskyi, ha commentato la decisione affermando: “La decisione del tribunale in Kazakistan è un altro risultato pratico nel processo di recupero dei fondi da Gazprom. Stiamo costantemente andando avanti e lavorando per far rispettare il lodo arbitrale in più giurisdizioni”. Le parole di Koretskyi chiariscono bene che la partita è soltanto all’inizio. L’obiettivo non è ottenere una vittoria simbolica o una dichiarazione di principio. L’obiettivo è recuperare concretamente risorse economiche.
La domanda che potrebbe riguardare anche l’Italia diventa quindi inevitabile: se Naftogaz sta avviando azioni in diverse giurisdizioni, potrebbe tentare una strada analoga anche nel nostro Paese? Sul piano giuridico la risposta appare, almeno in linea teorica, positiva. L’Italia aderisce alla Convenzione di New York del 1958 sul riconoscimento e sull’esecuzione delle sentenze arbitrali straniere e il nostro ordinamento prevede specifiche procedure per attribuire efficacia ai lodi pronunciati all’estero. Ciò significa che, almeno sul piano astratto, Naftogaz potrebbe chiedere ai giudici italiani il riconoscimento della decisione arbitrale svizzera e successivamente procedere nei confronti di eventuali beni riconducibili a Gazprom presenti sul territorio nazionale. Naturalmente il problema potrebbe non essere tanto quello del principio giuridico quanto piuttosto quello della concreta individuazione di patrimoni aggredibili. Ma forse il punto più interessante è un altro. Per anni l’Ucraina è stata raccontata quasi esclusivamente come un Paese invaso che resiste e chiede sostegno internazionale. Tutto vero. Ma episodi come questo mostrano anche un’altra dimensione: quella di uno Stato che utilizza gli strumenti del diritto internazionale, dell’arbitrato e delle istituzioni economiche globali per difendere i propri interessi e affermare responsabilità precise. Il diritto, da solo, non ferma i missili e non respinge un’aggressione militare. Può però fare qualcosa di diverso: stabilire responsabilità, imporre obblighi e creare conseguenze. La guerra di aggressione russa su vasta scala contro l’Ucraina continua a combattersi sul terreno. Ma da Astana arriva un promemoria che in Europa sarebbe utile ricordare: esiste anche un altro fronte. Ed è quello nel quale il potere non si misura con i territori conquistati, ma con la capacità di affermare un principio semplice e spesso dimenticato: gli accordi si rispettano e gli inadempimenti hanno un prezzo.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
Aggiornato il 22 maggio 2026 alle ore 10:49
