Te la do io l’Europa! Gli orfani del trumpismo

Donald Trump è la medicina oppure la rovina dell’Europa? Che, però, va detto è rovinata di suo, visto che grida per i dazi esterni imposti dagli Usa, ma è paralizzata da quelli interni e dalle sue storiche incapacità decisionali, addirittura messe nero su bianco nei Trattati europei, vedi diritto di veto e clausole di opt-out. Ovviamente, per rispondere alla domanda iniziale occorre distinguere le due facce della medaglia Global South/Nord e vedere da vicino di che cosa si tratta. Nella versione “testa” c’è la fusione ideale di due continenti, quello europeo e nordamericano, mentre nella versione “croce” le due Americhe restano da sole (in quanto emisfero occidentale di interesse vitale per gli Stati Uniti), senza più il cordone ombelicale europeo. Ora, fa più danno un Trump che ci lascia da soli ad auto-amministrarci la nostra impotenza, o il modello precedente per cui la nostra sicurezza energetica (e non solo) la traevamo tenendoci letteralmente agganciati alla canna del gas russa? Ora, è chiaro che quello schema a matrice dichiaratamente prussiana dello Stream I e II aveva un doppia convenienza dai due lati del fornitore e del consumatore perché, alla fin fine, comprando energia dalla Russia pagavamo il suo benessere interno, per l’ovvia ricaduta dei nostri acquisti energetici esteri in cambio delle nostre merci e, quindi, il colosso nucleare non aveva alcun bisogno di minacciarci, visto che eravamo la sua gallina dalle uova d’oro. Intanto, però, avendo fatto l’errore strategico imperdonabile di umiliare la Russia post-sovietica dopo il 1991, nemmeno c’eravamo resi conto che con la nostra hubris di allargamento dell’Unione ci andavamo sempre più avvicinando alle sue frontiere, stimolando il riflesso condizionato del gigante slavo a riarmarsi come e più di prima, proprio grazie alle stratosferiche entrate che gli derivavano dai nostri acquisti di energia.

Il 24 febbraio 2022, giorno dell’invasione russa dell’Ucraina, ha cambiato improvvisamente tutto, e da quel momento siamo divenuti i nemici giurati di Mosca, perché con “l’acquisto” dell’Ucraina nella Ue e nella Nato avremmo portato i nostri missili sul suo uscio di casa. Ed èd lì che Bruxelles e Washington, dove allora regnava un certo Joe Biden, hanno accettato la sfida di sconfiggere la Russia sul campo tramite proxy, cioè gli ucraini. Tre anni dopo, con il cambio netto di strategia da parte della politica americana di Trump, che aspirando al Premio Nobel per la Pace ha bisogno di Vladimir Putin per mettere fine alla guerra, siamo rimasti soli a garantire (a caro prezzo) la sopravvivenza militare ed economica di Volodymyr Zelensky. Il primo effetto placebo di questo improvviso “orphelinage” (condizione classica in cui si trovano gli orfani di qualcuno/qualcosa) è stato di renderci conto che bisognava blindare le porte d’accesso all’Europa, costruendo da zero una nostra difesa comune. Un bel problema davvero, perché ci siamo ritrovati con ventisette diverse amministrazioni nazionali della difesa e altrettante industrie degli armamenti non coordinate (e non coordinabili, soprattutto!) tra di loro. Morale della favola: visto che i cittadini europei non hanno alcuna voglia, preparazione e intenzione di combattere contro qualsiasi tipo di invasore esterno, siamo costretti a lasciare aperta la porta di casa nostra. Per non parlare poi dei guasti epocali provocati dalle nostre scellerate politiche di immigrazione aperta.

Ora, paradossalmente, non essere uniti si sta rivelando un vantaggio, dato che in un mondo multipolare di tre/quattro giganti globali, alcuni grandi Paesi europei possono fare da ago della bilancia, spostando i pesi ora da un lato, ora dall’altro. Vediamo come. Se la Germania, candidatasi leader della sicurezza europea, grazie ai suoi massivi investimenti nella difesa e alle numerosi riconversioni di fabbriche dell’automotive in industrie degli armamenti, dovesse passare alle prossime legislative a un governo di destra, a guida Afd, allora sarebbero guai per l’Ucraina per quanto riguarda le forniture di armi e il suo ingresso in Europa, dato il filoputinismo di cui l’estrema tedesca non fa mistero. Idem, per quanto riguarda il partito di Marine Le Pen, dato scontato vincitore alle prossime legislative francesi del 2027. Sicché, tra soli due anni potrebbe politicamente accadere qualcosa come un fifty-fifty tra fan degli Usa e quelli pro-Russia, accomodandoci così ancora una volta tra i continenti più opportunisti del mondo. In pratica, puntiamo sull’evento magico della moneta che tirata in aria resta in piedi sul dorso, anziché cadere da uno dei due lati. Infatti, non a caso Putin ha designato quale mediatore per la pace in Ucraina proprio l’ex Cancelliere tedesco Gerhard Schröder, un suo dipendente estero, in pratica, ma che la dice lunga sul fatto che senza le vendite di gas all’Europa la Russia rischia davvero la bancarotta.

L’altra partita, delicatissima, riguarda invece gli approvvigionamenti energetici e l’Europa dovrebbe finalmente decidere se vuole rimanere schiava delle Sette Sorelle petrolifere (oggi Opec), o preferisce incatenarsi al green cinese che ha il monopolio delle batterie cellulari e delle terre rare, vitali per lo sviluppo delle tecnologie avanzate. Anche qui, il vantaggio dei (venti)Sette nani è quello di fare non solo fifty-fifty tra energie rinnovabili e fossili, ma di poter scegliere a livello nazionale una terza via autonoma del nucleare sicuro, con le minicentrali di quinta generazione, in grado di consumare anche le proprie scorie. Se dovesse cadere il macigno della pace sulle nostre contraddizioni profonde di europei, ci ritroveremo in braccio”, per così dire, il peso di un’Ucraina impoverita, armata fino ai denti, costretta a cedere parte dei suoi territori nell’impossibilità di respingere il nemico oltrefrontiera, e dovremo decidere che cosa fare di lei. Ovvero: trainarla a pieno titolo nella Ue, o tenerla buona con qualche escamotage (economico-finanziario) per mantenerla a tempo indeterminato nel cerchio esterno della candidatura a Paese membro? Alla fine, per accontentare buono Putin, ne faremo forse una zona di libero scambio, neutrale e autonoma, ma destinata ad acquisire un notevole benessere economico come hub di scambio di energia e merci. Altrimenti, cosa?

Aggiornato il 15 maggio 2026 alle ore 10:33