Ue più “uno”? L’Ucraina dove la metto?

“No: Tu (Ucraina) no!”. E perché no? A questo punto, chi risponde a Kiev? Tutti e nessuno, dato che, come al solito, noi europei giochiamo ai quattro cantoni. E, paradossalmente, temiamo di più la fine della guerra in Ucraina che spendere soldi e rinunciare ad affari miliardari con le sanzioni alla Russia, piuttosto che dover decidere la seguente, semplicissima cosa: in quale cerchio (dantesco) l’Ucraina dovrà stare in Europa, dopo la guerra? Quello inner” dei “27 + 1”, o quello esterno, di coloro che rimangono sospesi nel limbo dell’adesione, fino al definitivo clearing (raggiungimento dei requisiti richiesti) delle loro posizioni? Se la ride in materia proprio The Economist che fa in maniera molto british le pulci all’ipocrisia indecisionista di Bruxelles, aprendo il suo editoriale con la domanda da mille pistole: “I leader europei pensano, o no, che un giorno i loro Paesi possano entrare in guerra” (contro chi? La Russia, ovviamente, che per definizione si è guadagnata il titolo di “invasore” nella storia contemporanea). Se la Polonia, per questioni frontaliere, non ha alcun dubbio, la maggior parte dei Paesi membri fa gli scongiuri da mane a sera, visto che oggi (vedi paradossi di questa beneamata storia!) solo l’Ucraina può sfidare potenze come Russia, Cina e Iran, con il suo quasi milione di uomini in armi e il know-how estremamente avanzato, conquistato nella tecnologia dei droni e degli antidroni, sempre in evoluzione e testata ogni giorno sul campo di battaglia, in una affannosa rincorsa, tipo cat-and-mouse, con le contromisure adottate dal suo nemico russo.

Quindi, se la mettessimo da subito l’Ucraina nell’inner circle dell’Europa, le formiche dell’Ue risparmierebbero un patrimonio nell’innovazione della difesa comune, tirando il freno a mano sull’impetuoso riarmo attuale della Germania. Ma è anche vero che se lo facessimo, le super sussidiate (dalla Politica agricola comune europea, o Pac) mucche da latte franco-tedesche se ne avrebbero a male, dato che l’Europa dovrebbe mettere fine alla sua scellerata politica dei sussidi per l’agricoltura. Questo perché una montagna di quei fondi Pac finirebbero in Ucraina, che ha così tanto grano e allevamenti a basso prezzo e di qualità da ridurre al lumicino i sussidi agricoli, di cui beneficano in larga misura gli Stati verdi della Ue. Ora, maligna The Economist, se crediamo di esserci liberati di Viktor Orbán          con la vittoria del suo sodale di destra, Péter Magyar, abbiamo davvero sbagliato strada. E questo nonostante lo scongelamento di un prestito senza interessi all’Ucraina di 90 miliardi di euro: capitale che dovrà essere restituito da Kiev solo nel momento in cui riceverà le riparazioni di guerra dalla Russia (campa cavallo). Rimosso lo spauracchio, prende forma concreta il fantasma dell’adesione dell’Ucraina alla Ue, prontamente rinviata alle calende greche dalle recenti prese di posizione franco-tedesche. Francia e Germania, infatti, intendono prendersi tutto il tempo necessario a riflettere, anziché assecondare l’urgenza di Volodymyr Zelensky a entrare nel club europeo come condizione per la sicurezza del suo Paese, da mettere nero su bianco nelle future trattative di pace con la Russia.

Del resto, il duo Emmanuel Macron e Friedrich Merz non ha tutti i torti a rinviare l’ingresso di Kiev nella Ue, dato che l’adesione di un Paese in guerra significherebbe far scattare nell’immediato le garanzie dell’articolo 42.7 dei Trattati europei, in relazione alla clausola della mutua difesa. Anche perché, in effetti, al momento la situazione interna all’Ucraina, per quanto riguarda lo stato di diritto, non soddisfa i rigorosi standard Ue, con particolare riferimento alla corruzione sistemica e ad altri principi fondamentali che vengono disattesi. L’alternativa intermedia è di consentire a Kiev di partecipare come osservatore (senza quindi diritto di voto) alla vita delle istituzioni e del Parlamento europei, estendendo solo successivamente all’Ucraina, una volta raggiunta la pace, la copertura di sicurezza dell’articolo 42.7. Questo perché sarà inevitabile per Zelensky sottoporre a referendum, in cambio della pace, la cessione di parte di territori alla Russia, che può essere avallata dai suoi cittadini se, come corrispettivo a un simile sacrificio, si aprono per l’Ucraina le porte di una piena adesione all’Unione europea. Ed è a questo punto che si entra in un vicolo cieco, a causa dei segnali contraddittori che gli euro-grandi stanno inviando agli ucraini, temendo da una parte lo smantellamento del sistema di sussidi (malgrado la cosa sia del tutto anacronistica, come le barriere fiscali e tariffarie interne alla Ue!), mentre dall’altra si fanno vanto di voler solennemente assicurare la difesa e la sicurezza dell’Ucraina, accettandola come partner militare in un ruolo di deterrenza in grado di scoraggiare qualsiasi attacco futuro da parte dell’esercito russo.

Ma, sarebbe bene in merito non continuare, una volta finita la guerra, con la storia dell’invio di truppe europee di interposizione lungo i nuovi confini russo-ucraini, cosa che la Russia non approverebbe mai. Mentre inviarle lo stesso a dispetto dei santi potrebbe favorire imprevedibili provocazioni russe sulla linea del cessate il fuoco, tali da innescare la scintilla di un terzo conflitto mondiale. Altro elemento di riflessione sollevato dal settimanale inglese: alla fine della guerra l’Ucraina se la dovrà vedere con il ritorno alla vita civile di centinaia di migliaia di reduci con grande esperienza maturata campo di battaglia. Ora, se l’Ue dovesse trattare con disprezzo questi ex soldati ucraini, si potrebbe riprodurre lo stesso problema del reducismo che favorì la nascita di sistemi totalitari sia in Italia che in Germania, creando fazioni e movimenti di massa contrari all’integrazione con l’Europa, cosa che causerebbe una controspinta a favore di un riavvicinamento alla Russia. Per cui, torniamo alla casella e alla domanda di partenza: l’Europa senza Kiev è disposta o no ad armarsi e a combattere contro l’espansionismo grande russo? Sarà meglio in tal senso non interrogare lo struzzo che dorme a Bruxelles, con la testa sepolta da una montagna di carte.

Aggiornato il 11 maggio 2026 alle ore 10:16