Da anni la propaganda del Cremlino descrive l’Europa come un continente decadente, ostile alla Russia e destinato al declino. I media di Stato russi attaccano quotidianamente Bruxelles, demonizzano l’Occidente e alimentano una retorica aggressiva contro i Paesi europei che sostengono l’Ucraina. Eppure, mentre la televisione russa presenta ogni giorno l’Europa come un nemico, centinaia di migliaia di cittadini russi continuano a fare domanda per entrare nello spazio Schengen. Non per fuggire dal regime o chiedere asilo politico, ma per turismo, vacanze, shopping e soggiorni nel continente che la propaganda di Mosca sostiene di disprezzare. È una contraddizione evidente, ma anche un problema politico e di sicurezza che l’Europa continua a sottovalutare. Nel 2025 ai cittadini russi sono stati concessi oltre 620mila visti Schengen, di cui circa 477mila per finalità turistiche. Francia, Italia e Spagna figurano tra i Paesi che hanno continuato a rilasciare autorizzazioni d’ingresso in quantità particolarmente elevate. C’è poi un aspetto raramente evidenziato. I russi che oggi riescono a viaggiare regolarmente in Europa non rappresentano uno spaccato casuale della popolazione russa.
Negli ultimi anni Mosca ha progressivamente irrigidito le regole sui viaggi all’estero per funzionari pubblici, dipendenti statali e soggetti con accesso a informazioni considerate sensibili. In numerosi settori è richiesto un benestare preventivo oppure esistono limitazioni specifiche ai viaggi fuori dalla Federazione Russa. Questo significa che una parte rilevante dei cittadini russi che entra liberamente nello spazio Schengen non lo fa certo contro la volontà del Cremlino. Al contrario, spesso si tratta di persone considerate sufficientemente affidabili dal sistema da poter lasciare il Paese. È un dettaglio tutt’altro che secondario, perché smonta la narrazione secondo cui il turismo russo in Europa rappresenterebbe automaticamente una forma di distanza dal regime di Vladimir Putin. Esiste inoltre un dato demografico che l’Europa continua a trattare con estrema superficialità. Secondo elaborazioni basate su dati Eurostat e statistiche nazionali, nel continente vivono centinaia di migliaia di cittadini russi e bielorussi.
E chi pensa che si tratti di un fenomeno lontano dall’Italia commette un errore. Secondo i dati Istat aggiornati al 1° gennaio 2025, nel nostro Paese risiedono oltre 43mila cittadini russi e quasi 10mila cittadini bielorussi. Se si sommano la presenza stabile di cittadini russi e bielorussi residenti in Europa ai flussi annuali di ingresso autorizzati attraverso i visti Schengen, emerge una dimensione complessiva paragonabile alla popolazione di un intero Stato europeo come la Slovenia. Non si tratta dunque di una presenza marginale o simbolica, ma di una realtà che coinvolge milioni di persone nel cuore del continente. L’Unione europea ha fatto molto, in questi anni, per sostenere Kyiv sul piano economico, politico e militare. Proprio per questo appare sempre più necessario affrontare con maggiore fermezza il tema dei visti turistici ai cittadini russi. Il problema non riguarda soltanto la coerenza politica, ma anche la sicurezza europea. Consentire l’ingresso di centinaia di migliaia di cittadini provenienti da uno Stato apertamente ostile all’Occidente comporta inevitabilmente rischi che sarebbe irresponsabile minimizzare.
Negli ultimi anni l’Europa ha assistito a un numero crescente di operazioni di sabotaggio, cyberattacchi, incendi sospetti, campagne di destabilizzazione e attività di intelligence attribuite a strutture legate alla Russia. Diverse indagini occidentali hanno mostrato come Mosca utilizzi strumenti non convenzionali per colpire infrastrutture, raccogliere informazioni sensibili e alimentare tensioni interne. In questo contesto, continuare a concedere visti turistici in quantità così elevate rischia di trasformarsi in una vulnerabilità strategica. I Paesi baltici e la Poland lo ripetono da tempo. Per chi vive ai confini della Russia, la minaccia non è teorica: è concreta, quotidiana e storicamente radicata. Mentre Kyiv continua a essere bombardata, sostenere che i flussi turistici provenienti dalla Russia possano proseguire come se nulla fosse appare sempre più difficile da giustificare. Esiste certamente una differenza tra chi chiede protezione, fugge dal regime o ha esigenze familiari e chi invece viaggia semplicemente per turismo.
Ed è proprio questa distinzione che l’Europa dovrebbe iniziare ad affrontare con maggiore serietà. Mosca accusa da anni l’Occidente di essere “russofobico”. È un termine curioso, perché la parola “fobia” indica una paura. E a giudicare dalle guerre, dalle operazioni di sabotaggio, dagli attacchi ibridi e dalle attività di intelligence che la Russia continua a sviluppare contro l’Europa, forse il problema non è tanto capire se l’Occidente sia “russofobico”, ma chiedersi se oggi non abbia motivi più che concreti per avere paura della Russia. La Russia contemporanea agisce sempre più apertamente come una potenza ostile nei confronti dell’Europa. È uno Stato che conduce una guerra nel cuore del continente e che, secondo numerosi servizi di intelligence europei, continua a sviluppare attività ibride contro i Paesi dell’Unione. L’Europa non deve rinunciare ai propri valori, né trasformarsi in una fortezza guidata dalla paura. Ma proprio perché si trova davanti a una minaccia reale dovrebbe iniziare a trattare con maggiore serietà anche ciò che per troppo tempo è stato considerato secondario. Perché concedere centinaia di migliaia di visti turistici a cittadini provenienti da uno Stato ostile all’Europa non è una semplice questione burocratica. È una scelta politica. E ogni scelta politica, soprattutto in tempi di guerra, comporta inevitabilmente delle conseguenze.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
Aggiornato il 12 maggio 2026 alle ore 10:46
