Carne da cannone

Le recenti dichiarazioni di Kim Jong-un hanno gettato nuova luce su una delle dimensioni più estreme e controverse del coinvolgimento della Corea del Nord nel conflitto tra Russia e Ucraina, confermando implicitamente pratiche militari che fino a poco tempo fa erano considerate soprattutto oggetto di speculazioni o rapporti d’intelligence difficili da verificare in modo indipendente. In un discorso ufficiale pronunciato durante una cerimonia commemorativa dedicata ai soldati nordcoreani caduti, il leader di Pyongyang ha apertamente elogiato coloro che avrebbero scelto l’autodistruzione pur di non cadere prigionieri delle forze ucraine, presentandoli come esempi supremi di lealtà e dedizione alla patria e al partito. Le sue parole non solo legittimano tali comportamenti, ma suggeriscono l’esistenza di una dottrina operativa che incoraggia esplicitamente il sacrificio estremo come alternativa alla cattura, una prospettiva che solleva interrogativi profondi sul livello di controllo esercitato sui soldati e sulla natura stessa dell’apparato militare nordcoreano.

Secondo numerose fonti, tra cui servizi di intelligence sudcoreani e testimonianze di disertori, ai militari inviati al fronte sarebbe stato impartito l’ordine diretto di togliersi la vita o ricorrere a mezzi distruttivi – come l’uso di granate personali – qualora si trovassero in procinto di essere catturati. Questo tipo di direttiva, se confermata in modo definitivo, rappresenterebbe una violazione radicale delle norme internazionali sui conflitti armati, oltre a costituire un esempio estremo di indottrinamento ideologico e disciplina coercitiva. Le parole di Kim, che ha definito “eroi” non solo coloro che hanno portato a termine tali atti ma anche chi avrebbe provato frustrazione per non essere riuscito a farlo, sembrano inserirsi perfettamente in questa logica, rafforzando l’idea che il valore del soldato venga misurato non tanto dalla sopravvivenza o dall’efficacia operativa, quanto dalla disponibilità a sacrificarsi completamente.

Il contesto in cui emergono queste dichiarazioni è quello del coinvolgimento diretto della Corea del Nord nella guerra a fianco della Russia, un elemento che negli ultimi anni ha assunto proporzioni sempre più rilevanti. Già nel 2024, Pyongyang avrebbe inviato circa 14mila soldati scelti per supportare le operazioni russe, in particolare nelle aree di confine della regione di Kursk, dove le forze ucraine avevano lanciato una controffensiva sorprendente riuscendo temporaneamente a conquistare posizioni strategiche, tra cui la città di Sudzha. In questi scontri, caratterizzati da combattimenti intensi e ravvicinati, le perdite tra i contingenti nordcoreani sarebbero state estremamente elevate: stime provenienti da fonti sudcoreane e ucraine parlano di oltre 6.000 caduti, una cifra che evidenzia non solo la durezza del teatro operativo ma anche la possibile esposizione deliberata delle truppe a condizioni di rischio estremo.

La presenza di soldati nordcoreani sul campo di battaglia rappresenta uno degli sviluppi più significativi e meno trasparenti del conflitto, segnando un ulteriore passo verso la sua internazionalizzazione. In cambio del supporto umano e materiale, la Corea del Nord avrebbe ricevuto dalla Russia assistenza economica e soprattutto tecnologica in ambito militare, rafforzando una cooperazione strategica che preoccupa profondamente le potenze occidentali e gli equilibri regionali in Asia orientale. Pyongyang avrebbe inoltre fornito milioni di proiettili di artiglieria e sistemi missilistici a corto raggio, contribuendo in modo concreto alla capacità offensiva russa. Un elemento particolarmente significativo emerso dai resoconti riguarda la cattura di due soldati nordcoreani, attualmente detenuti come prigionieri di guerra a Kyiv. Entrambi avrebbero tentato di togliersi la vita prima della cattura, senza riuscirci a causa delle gravi ferite riportate in combattimento. Secondo quanto riportato, uno dei due avrebbe espresso rimorso per non essere riuscito a eseguire l’ordine ricevuto, un dettaglio che, se confermato, suggerisce un livello di pressione psicologica e condizionamento estremamente elevato. Questo episodio rappresenta una rara finestra diretta su dinamiche altrimenti difficili da osservare, offrendo elementi concreti per comprendere il tipo di disciplina e di aspettative imposte ai soldati nordcoreani.

Nel frattempo, sul piano militare, la situazione nella regione di Kursk ha subito ulteriori sviluppi. Nella primavera del 2025, le forze russe sono riuscite a riconquistare la sacca controllata dall’Ucraina intorno a Sudzha, ponendo fine a una presenza che aveva rappresentato un notevole imbarazzo per il Cremlino. L’incursione ucraina, infatti, aveva segnato un evento simbolicamente rilevante: per la prima volta dalla Seconda Guerra mondiale, mezzi corazzati stranieri erano penetrati in territorio russo, mettendo in discussione la narrativa di invulnerabilità nazionale. La riconquista dell’area ha quindi avuto non solo un valore strategico, ma anche propagandistico, contribuendo a ristabilire una parvenza di controllo.

Le dichiarazioni di Kim Jong-un si inseriscono dunque in un quadro complesso, in cui propaganda, strategia militare e cooperazione internazionale si intrecciano in modo sempre più evidente. L’esaltazione del sacrificio estremo come virtù patriottica riflette una visione del conflitto in cui l’individuo viene completamente subordinato agli obiettivi dello Stato, e in cui la sopravvivenza personale può essere considerata secondaria rispetto all’onore e alla lealtà. Allo stesso tempo, queste parole rappresentano anche un messaggio politico rivolto sia all’interno che all’esterno: da un lato, rafforzano la narrativa interna di disciplina e dedizione assoluta; dall’altro, segnalano agli alleati e agli avversari la determinazione della Corea del Nord a sostenere i propri impegni militari senza esitazioni.

Resta tuttavia aperta la questione delle implicazioni etiche e legali di tali pratiche, così come quella della loro effettiva diffusione e sistematicità. In un conflitto già segnato da numerose violazioni e da un alto livello di brutalità, l’eventuale istituzionalizzazione del suicidio come strategia per evitare la cattura rappresenterebbe un ulteriore elemento di preoccupazione per la comunità internazionale, chiamata a confrontarsi con scenari sempre più complessi e difficili da gestire. Per Pyongyang e Mosca i soldati sono solo carne da cannone; il rispetto per la vita umana viene totalmente svuotato di significato, lasciando spazio a una logica in cui la morte diventa non solo accettabile, ma persino auspicabile quando è funzionale agli obiettivi dello Stato.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza

Aggiornato il 30 aprile 2026 alle ore 10:01