Cauto ottimismo, contatti e colloqui. Per Donald Trump la guerra con l’Iran è “quasi finita”. Mentre Benjamin Netanyahu vuole raffreddare i rapporti con il Libano. Israele vuole sradicare Hezbollah dal Paese dei cedri, e l’offensiva delle Forze di di difesa israeliane rischia di rallentare ulteriormente la riapertura dello stretto di Hormuz. Anche se il tycoon, nelle scorse ore, si è detto fiducioso sull’esito dei negoziati con Teheran in vista della scadenza della tregua il prossimo 21 aprile. Tuttavia, il leader Usa non sembra voler mollare la presa: ha deciso di inviare altri 10mila soldati nell'area, una mossa per aumentare ancora di più la pressione sull’Iran e spingerlo verso un’intesa in tempi stretti.
Oggi, invece, Israele e Libano parleranno per la prima volta in quasi 40 anni. Sul social Truth, Trump ha spiegato che oggi a Washington si incontreranno Benjamin Netanyahu e Nawaf Salam, primo ministro del Libano. “È passato molto tempo da quando i due leader hanno parlato, circa 34 anni. Ottimo. Stiamo cercando di creare un po’ di respiro tra Israele e Libano”, ha sottolineato il presidente Usa. Ieri è intervenuto anche il premier dello Stato ebraico. “Mentre continuiamo a colpire Hezbollah, stiamo conducendo negoziati con il Libano, negoziati non si svolgevano da 40 anni e passa e si stanno svolgendo ora perché siamo forti e sono i Paesi che si rivolgono a noi, non solo il Libano”, ha detto il premier israeliano in una dichiarazione video. “Nei negoziati con il Libano abbiamo due obiettivi principali: lo smantellamento di Hezbollah e una pace duratura. Pace attraverso la forza”, ha aggiunto. La notizia dei colloqui è stata diffusa nella notte dalla Casa Bianca. Netanyahu e il premier libanese Nawaf Salam sono attesi oggi a Washington per l’avvio dei contatti diretti. Nonostante i segnali diplomatici, la situazione sul terreno rimane estremamente critica: il bilancio degli scontri parla di almeno 2.167 morti e oltre 7.000 feriti dall’inizio delle operazioni militari. Le Nazioni unite segnalano più di 1,2 milioni di sfollati e continui bombardamenti che colpiscono aree residenziali. L’ultimo precedente diplomatico tra Beirut e Tel Aviv risale alla Conferenza di Madrid del 1991.
Sul terreno, però, le operazioni militari non si sono mai fermate. Nelle ultime ore un attacco aereo ha colpito la località di Mayfadoun, nel sud del Libano, provocando la morte di quattro paramedici impegnati in una missione di soccorso. Il ministro libanese dello Sviluppo amministrativo Fadi Makki ha definito l’episodio un “crimine di guerra”, denunciando una violazione del diritto internazionale umanitario e sostenendo che l’area sarebbe stata colpita ripetutamente proprio mentre i soccorritori operavano sul posto. Dal canto suo Netanyahu ha ribadito che le Forze armate israeliane stanno proseguendo le operazioni contro Hezbollah nel Libano meridionale, in particolare nella regione di Bint Jbeil, e stanno consolidando la cosiddetta zona di sicurezza lungo il confine. Parallelamente, il premier israeliano ha confermato l’esistenza di negoziati con Beirut, indicando due obiettivi strategici: allontanare Hezbollah dalla linea di confine e costruire una “pace duratura”. Secondo fonti militari israeliane, tra le condizioni per un eventuale cessate il fuoco figurano la creazione di una zona cuscinetto fino al fiume Litani, il mantenimento della libertà di azione militare contro eventuali minacce e l’avvio di un processo di disarmo di Hezbollah sotto supervisione internazionale.
Aggiornato il 16 aprile 2026 alle ore 15:36
