Il cerchio si chiude. Tutto si tiene. Avevamo bisogno di capire chi vi fosse alla testa dei giovanissimi violenti, che negli scorsi fine settimana hanno devastato alcune delle principali città italiane in particolare Milano.
Si chiama Youssef Siher, della provincia di Brescia. Lo hanno arrestato. Ma chi è costui? Per descriverlo è più facile dire chi non è. Non è il classico jihadista dell’immaginario collettivo. Non è lo stereotipo del terrorista, con tanto di barba, in kefiah, ciabatte e imamah. Non ha la barba lunga e ispida, simbolo di virilità e di devozione spirituale al Profeta. Non indossa il thobe o il caftano. Non ha la postura dell’esagitato. Non si presenta impugnando un kalashnikov e urlando Allahu Akbar.
Al contrario: la sua immagine pubblica è quella di un giovane serio, perbene, che veste all’occidentale, che parla il linguaggio dell’Occidente. Insomma: uno di noi. Eppure, no. Siher è la plastica dimostrazione dell’errore che ci siamo portati dietro per secoli credendo, falsamente, che l’abito potesse fare il monaco. È il paradosso dei nostri tempi: l’essere subordinato all’apparire.
Duro ammetterlo in un mondo che ha ama definirsi: società dell’immagine. Siher non è ciò che appare ma è ciò che pensa. Che è quello che scrive da anni. Non per fogli clandestini a uso di pochi invasati ma per riviste e giornali prestigiosi. La sua platea non vive nella madrasa ma nella piazza social. Non è un volgare hater che sputa veleno al riparo di un nickename di fantasia.
Siher è un’analista geopolitico – ha collaborato con il prestigioso Ispi (Istituto per gli Studi di politica internazionale) come Research Trainee nell’Osservatorio sul Medio Oriente e Nord Africa fino al 2024 – che nel lavoro punta a indagare (a modo suo) le cause di un fenomeno piuttosto che cavalcarlo a fini propagandistici.
Un esempio? Lui, italiano di origine marocchine, nel settembre di quest’anno, nell’esaminare la genesi delle proteste giovanili in Marocco, in uno scritto postato sui social suggerisce di andare oltre i pur noti problemi legati al malfunzionamento della sanità e dell’istruzione e di ricercare le cause più profonde della crisi che investe un’intera generazione del Paese nordafricano. Ecco con chi abbiamo a che fare.
Tuttavia, la domanda alla quale dovremmo provare a rispondere è ben diversa da quelle che circolano sui media in queste ore ed è la seguente: Siher è la fonte ispiratrice della rivolta violenta degli ultimi giorni o ne è la mente ordinatrice?
Anticipiamo il nostro convincimento: la risposta giusta è la seconda. Da cosa lo ricaviamo? Da un’interpretazione del ribellismo giovanile – in particolare dei ragazzi della cosiddetta seconda generazione d’immigrati che si sono distinti per la violenza espressa durante le manifestazioni – opposta a quella prevalente nell’ambito del circuito mediatico. I devastatori sono stati rappresentati come giovani in preda a un disagio sociale che li avrebbe indotti a nutrire una rabbia irreprimibile verso una società e un sistema capitalistico responsabili di condannarli a una vita di povertà e di sfruttamento. Agirebbero senza una finalità chiara, riconoscibile; non avrebbero maturato una coscienza di classe; sarebbero votati alla delinquenza per reazione a una condizione di minorità esistenziale, a uno svantaggio strutturale connesso alle loro origini straniere all’interno di un mondo congenitamente razzista.
Da qui la necessità per le istituzioni, per la quota di società benestante, per i “garantiti”, per “l’umanità migliore” dei progressisti di comprendere prima che punire. Di porgere l’altra guancia invece che di colpire con il bastone. Porsi all’ascolto delle loro sofferenze piuttosto che lasciarsi condizionare dai rumori di fondo delle vetrine fracassate, degli scaffali saccheggiati, delle merci di valore razziate, delle auto distrutte, dei cassonetti incendiati, dei poliziotti picchiati. Per i benpensanti, improvvisamente scopertisi emuli di Gesù Cristo, bisognerebbe perdonare perché essi “non sanno ciò che fanno”.
Noi la pensiamo esattamente all’opposto: quei ragazzi che spaccano e devastano sanno benissimo ciò che fanno. Si muovono nel solco di un’ideologia alla quale si sono convintamente vocati: il nichilismo. Non si tratta di teppisti ritrovatisi in strada per caso. C’è un disegno politico-culturale che li accomuna e li motiva: la distruzione del presente per cancellare il passato e riscrivere il futuro in base a nuovi codici interpretativi della realtà. Che è la negazione in radice di tutti i valori, le verità assolute, i principi morali, ma anche le speranze, le utopie, le certezze, i dogmi, i tabù che hanno contribuito all’edificazione della civiltà che viviamo.
Raramente la storia ha restituito una così fedele rappresentazione di una comunità che collettivamente è già al di là del bene e del male. L’idea guida di questi giovani è la distruzione per la distruzione. Non è reazione a una vita percepita come inutile ma è rovesciamento dell’orizzonte di senso; è negazione della verità assolute finora riconosciute, condivise e poste a fondamento del pactum societatis.
Il loro può essere inteso come nichilismo morale se si considera il rigetto manifestato dei valori assoluti che la nostra civiltà finora ha giudicato oggettivi. Ma è anche nichilismo epistemologico se tale rigetto lo si inquadra nella sua forma più radicale alla stregua del rifiuto volontario, consapevole, della Conoscenza.
Per anticiparne le mosse occorrerebbe rileggere Friedrich Nietzsche e Albert Camus piuttosto che consultare i mattinali della Questura. Quel loro modo confuso, disordinato, balbettante, rabbioso di accusare il sistema di non offrire valide opportunità educative e formative è un modo menzognero per nascondere la verità di una ripulsa ontologica ad accettare quella scuola, quella formazione, quella cultura, quei saperi, quella Conoscenza che la società mette a loro disposizione.
Su questo preciso punto di discrimine si inserisce la figura ordinatrice di Siher la cui pedagogia si propone di convertire la ribellione fine a sé stessa in azione disciplinata di rivolta escatologica contro una civiltà negata. Siher spiega a chi lo ascolta che il nichilismo di cui i giovani sono portatori non può e non deve essere illimitato ma deve darsi un obiettivo dettagliatamente perimetrato.
Per Siher il target da colpire è l’Occidente. Lo scrive sui social: “Arriverà il giorno in cui romperemo quel muro di vetro dietro il quale vi nascondete”.
Il segaligno giovanotto, dall’aspetto perbene e dai buoni studi fa eco a sua moglie, Sagia Hammoud – anch’ella italiana di seconda generazione, di origini libanesi, nata e cresciuta sulle rive del Lago di Como – che parla alla sua Umma, la sua gente, dandole un significato politico-sociologico non troppo distante da quello che Ferdinand Tönnies diede alla sua “gemeinschaft” e come un tempo, allo stesso modo, alcuni di noi vagheggiavano di comunità di destino parlando della propria parte politica.
Cosa comporta tutto ciò? Una presa d’atto della realtà e l’assunzione di una scelta. La realtà è che dobbiamo convincerci di non avere a che fare con un disagio diffuso dei giovani da comprendere e accogliere ma con un nemico che ci ha dichiarato guerra. La scelta che ci compete è altra. Sta nel decidere se lasciarli fare, riconoscendogli una funzione palingenetica che noi da soli non sapremmo svolgere, per ignavia o per debolezza, pur di giungere il più rapidamente possibile alla fine ciclo, all’agognato tramonto del Kali yuga – l’età buia della tradizione induista – dal quale un’altra umanità sorgerà per dare vita a un diverso ciclo cosmico, a un rinnovamento della fase delle origini, a un ritorno all’età dell’oro, oppure la piantiamo di atteggiarci a “uomini tra le rovine”, a ultimi esemplari di una stirpe in via d’estinzione, ci rimbocchiamo le maniche e ci predisponiamo a difendere armi in pugno il presente che corrisponde alla nostra civiltà.
Se dovesse confermarsi questa seconda la strada giusta da imboccare allora niente sentimentalismi: Siher non è il cattivo maestrino da redarguire e riportare sulla retta via, promettendogli alla fine del percorso di recupero uno strapuntino di potere, com’è stato per molti degli “eroici” protagonisti del Sessantotto in forza di quel concetto di perdono consustanziale al fondamento cristiano della architettura etica dell’Occidente evoluto nel segno della fratellanza universale e della tolleranza, ma il nemico da abbattere in ossequio all’eterno principio scolpito a caratteri cubitali sulla pietra d’angolo che regge il tempio medievale della morale occidentale: mors tua, vita mea.
Aggiornato il 28 ottobre 2026 alle ore 10:02
