Il premio Nobel per la pace applaudito dai terroristi
Navi Pillay (Ansa)

Il Premio Nobel per la pace del 2026 lo ha vinto Navi Pillay, ottantacinquenne giurista sudafricana, prima donna nera nel Tribunale Superiore del Sudafrica e già Alto Commissario Onu per i Diritti Umani. Eppure, la premiazione per una che nella vita ha fatto tante cose buone ed importanti, arriva come un macigno della vergogna solo al termine del suo scivolamento antisemita di carriera.

Nel 2020 firmava il Manifesto che esortava i governi a sanzionare la presunta apartheid Israeliana (che invece lei, col suo impegno professionale in Sudafrica, doveva conoscere bene per aver difeso tanti dissidenti); nel 2021 ha esortato Biden a punire Israele per la guerra con Hamas del maggio 2021; nel 2022 ha difeso Miloon Kothari impegnato in un delirio contro la “lobby ebraica” in cui metteva in dubbio il diritto di Israele ad essere uno Stato membro Onu (venne condannato pubblicamente dalle maggiori democrazie mondiali, incluso il Segretario Generale Guterres – ed è quanto dire). Ora, la ciliegina sulla torta: arriva il premio, proprio al culmine della sua presidenza della commissione d’inchiesta Onu che un anno fa ha concluso che Israele avrebbe commesso genocidio a Gaza. Una guerra al terrorismo iniziata il 7 ottobre 2023, dopo la mattanza dei macellai islamici di Hamas. La legittima difesa considerata aggressione; la cattura di civili e le barbarie su donne e bambini, naturalizzata. Un premio ad Hitler. Non esiste una cosa simile per i campi di concentramento della Corea del Nord, per i campi dello Xinjang della Cina, per le impiccagioni dei dissidenti dell’Iran, per le camere di tortura di Assad in Siria. Serviva il nemico della sinistra globale vittima della atavica fascinazione palestinese e inchinata all’islamismo: Israele.

Da quando una commissione investigativa – per giunta politica – è diventato un tribunale penale? Da quando le sue conclusioni politiche equivalgono ad una sentenza? Da quando un’accusa diventa verità indiscutibile solo perché un organismo internazionale – politico, ribadiamo, in cui il democratico e imparziale Pakistan sponsorizza le commissioni contro Israele – la ripete all’infinito ergendola a manifesto della propaganda diffusa? Certo, il comitato norvegese dice che il premio non giudica se ci sia stato genocidio o meno. Ma è fuffa: premiare chi è stato alla testa di quell’accusa significa avallarla. Chiaro, se tutto è genocidio allora nulla è genocidio. E a questo punto, il premio non vale più niente. Ma comunque auguri, Pillay. Auguri per questo riconoscimento delle menzogne, dell’odio e dei libelli di sangue antisemita.

Abbiamo perso la bussola morale: lo avesse vinto Francesca Albanese, sarebbe stato simbolicamente uguale ma al momento del reset culturale occidentale avremmo dovuto usare, come punto di partenza, una macabra medaglietta del disvalore italiana. Anche questo non ce lo meritiamo.

È tragico o è comico che i tagliagola palestinesi di Hamas si congratulino con il Comitato Nobel per la difesa dei diritti umani? Scindiamo: tragici i complimenti, segno evidente di quanto sia tangibile nel quotidiano il cavallo di Troia di cui parlavo, su questo giornale, la scorsa settimana; ridicole le Nazioni Unite rappresentate da odiatori seriali privi di indipendenza; comico il comitato che premia con il Nobel l’ombra maggiore di un fine carriera tenebroso.

Aggiornato il 12 ottobre 2026 alle ore 11:09