C’è una domanda che dovremmo porci ogni volta che un film o un’inchiesta ci propone una verità apparentemente incontestabile: chi ha verificato ciò che ci viene raccontato?
Naza è diventato rapidamente un caso internazionale, sostenendo una ricostruzione molto grave delle modalità con cui Israele avrebbe condotto la guerra a Gaza. Ma, secondo il dossier del Progetto Dreyfus, una parte centrale della narrazione si basa sulle testimonianze di 24 militari israeliani anonimi, con volti oscurati e voci alterate, senza che lo spettatore possa verificarne identità e ruolo.
Questo non significa che quei testimoni mentano. Significa che una testimonianza non verificabile non può diventare automaticamente una prova definitiva.
Il tema delle vittime civili e delle regole di ingaggio israeliane merita ogni approfondimento. Ma proprio per questo servono fonti verificabili, contraddittorio e competenza. Il dossier evidenzia, tra le altre cose, l’assenza di un confronto diretto con l’esercito israeliano e alcune importanti omissioni nel racconto del film.
Criticare Israele è legittimo. Indagare sulle sue responsabilità è necessario. Ma trasformare un’accusa in una sentenza senza una verifica indipendente è un’altra cosa. E questo vale per tutti.
Perché ricordare il 7 ottobre e riconoscere la tragedia dei civili palestinesi non sono posizioni incompatibili. Il dolore non può essere selettivo e la verità non può avere una bandiera.
Prima di credere, condividere e giudicare, dovremmo sempre chiederci: chi parla? Che ruolo aveva? Chi ha verificato?
In tempi di polarizzazione, il vero atto di coraggio è semplice: fermarsi, dubitare, verificare.
Aggiornato il 06 ottobre 2026 alle ore 13:57
