Good bye, Lenin! Trentasei anni dopo, il muro resiste
Foto modificata con AI

Le elezioni nell’Est della Germania riaprono una frattura mai del tutto sanata:
tra memoria della Ddr, sfiducia nelle istituzioni e difficoltà di una libertà ancora incompiuta.

Le recenti elezioni regionali nella Germania orientale hanno riportato alla luce una frattura che il tempo non ha cancellato. A trentasei anni dalla riunificazione, l’Est continua a votare diversamente dall’Ovest e a mostrare una più marcata sfiducia verso le istituzioni, le élite e le trasformazioni percepite come imposte dall’alto.

Per comprenderne almeno una parte, può essere utile tornare a un film che, più di vent’anni fa, ha saputo rappresentare con straordinaria efficacia il difficile rapporto tra memoria, libertà e cambiamento: Good Bye, Lenin!

Nella pellicola di Wolfgang Becker, uscito nel 2003, Christiane Kerner si risveglia dal coma senza sapere che il Muro è caduto e che la Ddr non esiste più. Per evitarle uno shock, il figlio Alex ricostruisce intorno a lei il mondo scomparso: recupera vecchi barattoli, cerca i cetriolini dello Spreewald, inventa telegiornali e rimette in scena simboli e rituali del regime. Ma la Repubblica democratica tedesca che prende forma nell’appartamento non è quella realmente esistita. È una versione addolcita, più rassicurante, più umana, perfino più tollerante. Il passato viene così ripulito dalle sue asperità e trasformato in un rifugio contro l’incertezza del presente.

È difficile trovare una metafora migliore per comprendere una parte del disagio che ancora attraversa la Germania orientale. Alle elezioni del 6 settembre 2026 in Sassonia-Anhalt l’AfD ha ottenuto il 43,79 per cento dei secondi voti; due settimane dopo, in Meclemburgo-Pomerania Anteriore, ha raggiunto il 38,22 per cento. Sono risultati che segnalano una frattura politica profonda, senza però autorizzare una spiegazione unica delle scelte degli elettori.

Il Deutschland-Monitor 2025 aiuta a comprendere la complessità del fenomeno. Il 98 per cento degli intervistati approva la democrazia come forma di governo, mentre la soddisfazione per il suo concreto funzionamento scende al 60 per cento e, nell’Est, al 51 per cento. Non emerge dunque necessariamente un rifiuto della democrazia, quanto una distanza crescente dalle istituzioni e dal modo in cui esse operano. L’analisi diventa però fuorviante quando tale malcontento viene ricondotto semplicemente agli effetti “dell’economia di mercato” introdotta dopo la riunificazione.

La trasformazione dell’Est non è stata infatti un esperimento di mercato puro. Al centro del processo vi era la Treuhandanstalt, un ente pubblico al quale nel 1990 erano affidate circa 8.500 imprese con oltre quattro milioni di dipendenti. Un’autorità centrale doveva decidere rapidamente quali aziende vendere, quali ristrutturare e quali chiudere. Alla fine del 1994 migliaia di imprese erano state privatizzate e 3.718 erano state chiuse. Chiamare tutto questo semplicemente “mercato” significa confondere due fenomeni differenti. Il mercato non è un ministero che vende aziende. Né è un’autorità che distribuisce patrimoni. È un processo decentralizzato nel quale milioni di individui dispongono dei propri beni, investono, risparmiano, sbagliano, correggono gli errori e scoprono opportunità che nessun pianificatore può conoscere in anticipo.

La vera eredità della Ddr emerge proprio qui. I tedeschi orientali sono arrivati alla riunificazione dopo quarant’anni nei quali la proprietà privata dei mezzi di produzione era stata fortemente compressa. Non disponevano dello stesso capitale accumulato, dello stesso accesso al credito, delle stesse reti economiche degli occidentali. La scarsità di imprenditori e proprietari dell’Est non era stata creata dal mercato appena arrivato: era anche il risultato del sistema che lo aveva preceduto. Quando il patrimonio produttivo è stato privatizzato, quindi, la gara è iniziata con concorrenti collocati su linee di partenza molto differenti. Neppure gli enormi trasferimenti pubblici successivi potevano cancellare rapidamente quella differenza. Lo Stato può trasferire reddito, costruire infrastrutture, finanziare servizi. Non può ricreare in pochi anni ciò che richiede generazioni: risparmio, proprietà diffusa, imprese familiari, capitale indipendente, abitudine alla responsabilità economica.

Ed è proprio in questo punto che Good Bye, Lenin! torna attuale. Nell’appartamento di Christiane tutto deve rimanere conosciuto perché il nuovo potrebbe essere pericoloso. La finzione elimina l’incertezza. Ogni cosa torna ad avere un posto e qualcuno torna a spiegare come deve funzionare il mondo. È una tentazione che non appartiene soltanto alla vecchia Ddr. Anche le moderne politiche economiche possono riproporre, con altri obiettivi e altri linguaggi, la stessa presunzione: stabilire dall’alto quali industrie devono sopravvivere, quali tecnologie devono prevalere, quali consumi devono essere scoraggiati, quale energia deve essere utilizzata e in quanto tempo un’intera società deve trasformarsi.

Una società libera funziona diversamente. Non promette che nulla cambierà e non garantisce ciascuno contro ogni conseguenza del cambiamento. Lascia però che il cambiamento emerga dalle scelte degli individui anziché da un progetto imposto loro. La Germania orientale ha conosciuto per quarant’anni un sistema nel quale qualcuno decideva produzione, prezzi, investimenti e futuro. Dopo il 1989 ha vissuto una trasformazione rapidissima nella quale molte decisioni sono state nuovamente prese lontano dai singoli cittadini. Non sorprende che sia rimasta una particolare sensibilità verso chi, ancora oggi, presenta dall’alto l’ennesima trasformazione come inevitabile.

Alla fine della proiezione cinematografica la gigantesca statua di Lenin viene portata via da un elicottero. Il simbolo scompare nel cielo, mentre sotto esiste ormai un altro mondo. Portare via il leader sovietico è stato relativamente facile. Molto più difficile è liberarsi dall’idea che qualcuno debba continuare a decidere per gli altri quale futuro costruire. Il Muro è caduto in una notte. Imparare a vivere senza muri richiede molto più tempo.

Aggiornato il 30 settembre 2026 alle ore 10:21