Dopo aver perduto la fede nella pianificazione economica, la sinistra europea l’ha ritrovata nella transizione verde: nuovi dogmi, nuovi sacrifici e la stessa pretesa di dirigere la società dall’alto.
Alcuni giorni fa, sul Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli ha posto una domanda che l’Europa dovrà affrontare: che cosa accadrà se nel 2050 avremo raggiunto la neutralità climatica, ma saremo diventati più poveri, meno industrializzati e più dipendenti dal resto del mondo? L’interrogativo è fondato, perché dietro i risultati europei affiora una realtà meno rassicurante: una parte delle emissioni non è stata eliminata grazie a tecnologie migliori, ma è emigrata insieme alla produzione.
Il documento tecnico che accompagna la riforma dell’Ets riconosce che la riduzione delle emissioni dipende anche dal calo dell’attività manifatturiera. Le installazioni sottoposte al sistema erano 6.391 nel 2013 e sono diventate 5.457 nel 2024. Una fabbrica chiusa migliora le statistiche climatiche, ma non rappresenta un’innovazione ambientale. Se acciaio, cemento, carta o prodotti chimici vengono fabbricati altrove, l’anidride carbonica non scompare: cambia soltanto nazionalità.
De Bortoli considera un falso dilemma la contrapposizione tra decarbonizzazione e difesa dell’industria. In astratto ha ragione: non esiste incompatibilità necessaria tra un ambiente migliore e un’economia più prospera. Il conflitto nasce quando la riduzione delle emissioni viene perseguita attraverso costi imposti politicamente, obblighi tecnologici e programmi elaborati da autorità convinte di conoscere il futuro, anziché essere affidata all’innovazione, alla concorrenza e alle scelte dei consumatori.
L’Unione europea non si limita a pretendere che chi danneggia gli altri ne sopporti le conseguenze. Stabilisce quanta anidride carbonica potrà essere emessa, quali fonti dovranno essere abbandonate e quali tecnologie saranno favorite. Auto, case, industria e trasporti vengono così subordinati a decisioni prese dalla politica.
L’Ets esprime questa impostazione. Viene presentato come un mercato delle emissioni, ma la quantità delle quote e la loro scarsità sono stabilite dall’autorità pubblica. Il legislatore crea un costo e confida che le imprese reagiscano nella direzione desiderata. Quando gli effetti diventano troppo pesanti, distribuisce quote gratuite; quando la produzione rischia di trasferirsi fuori dall’Unione, introduce il Cbam, una sorta di dazio climatico destinato a compensare gli svantaggi creati dalla stessa regolazione; quando i rincari colpiscono famiglie e trasporti, promette fondi e compensazioni.
Il risultato è un meccanismo che si alimenta da solo: l’Ets aumenta gli oneri delle imprese europee; il Cbam impone un peso analogo alle merci importate. Non viene ripristinata la concorrenza, è piuttosto estesa la distorsione: prima si grava la produzione interna, poi si trasferisce il costo ai prodotti esteri.
Il problema più profondo riguarda la conoscenza necessaria per governare una trasformazione simile. Nessuno può prevedere quali tecnologie energetiche saranno più efficienti nel 2040, quali innovazioni renderanno obsolete le soluzioni oggi considerate strategiche e quali processi riusciranno a ridurre insieme emissioni e costi. Non è una lacuna colmabile affidando nuovi studi agli esperti, è il limite inevitabile di ogni società complessa.
Friedrich von Hayek ha spiegato che le informazioni indispensabili alle decisioni economiche non sono concentrate in un ministero o in una commissione, ma disperse tra milioni di imprenditori, tecnici, investitori e consumatori. La concorrenza utilizza questa conoscenza frammentata e scopre, attraverso tentativi, errori, profitti e perdite, quali soluzioni funzionino davvero.
La politica climatica europea parte dalla presunzione opposta. Stabilisce prima il risultato, seleziona poi i mezzi e orienta infine capitali e attività verso le destinazioni prescelte. Il futuro non viene scoperto, ma disegnato in anticipo. Cambiano le finalità e il linguaggio, non l’antica pretesa di sostituire le decisioni di milioni di individui con un progetto unitario.
Questo non significa negare i problemi ambientali né riconoscere un diritto a inquinare la proprietà altrui. Una società libera protegge chi subisce un danno, impone al responsabile di risarcirlo e fa ricadere su chi agisce i costi delle proprie decisioni. È una strada diversa da quella che assegna alla politica il potere di dirigere interi settori produttivi e distribuire autorizzazioni, esenzioni e privilegi.
L’ambientalismo ha così assunto, soprattutto per una sinistra rimasta orfana delle proprie antiche certezze economiche, i tratti di una nuova religione secolare. Possiede un peccato originale, individuato nella produzione e nel consumo; una colpa individuale, misurata attraverso l’impronta carbonica; una redenzione collettiva, affidata alla neutralità climatica; e un clero di esperti che stabilisce quali comportamenti siano virtuosi e quali vadano scoraggiati.
Anche il sacrificio trova giustificazione: industrie, occupazione, reddito e libertà di scelta possono essere immolati oggi in nome di una salvezza futura, senza dimostrare l’efficacia dei sacrifici imposti. In questa visione, dubitare non significa discutere i mezzi, ma contestare il fine e collocarsi moralmente dalla parte sbagliata.
Il falso teorema europeo consiste nel credere che basti dichiarare compatibili crescita e decarbonizzazione perché il conflitto scompaia. Se le emissioni vengono ridotte chiudendo impianti, scoraggiando investimenti e rendendo antieconomiche produzioni ancora richieste, il contrasto è reale. Se poi occorre introdurre un dazio climatico per proteggere le imprese dalle conseguenze delle regole europee, si ammette che quelle stesse regole hanno creato lo svantaggio.
La vera scelta è tra la fiducia nella società e la pretesa di decidere le soluzioni dall’alto. L’innovazione nasce dalla libertà di sperimentare, investire, sbagliare e riuscire; la pianificazione restringe le possibilità e trasforma il futuro in un progetto amministrativo.
Arrivare al 2050 con un ambiente migliore sarebbe un successo. Arrivarci dopo aver perduto industrie, capitali, competenze e libertà economica significherebbe avere pagato un prezzo che nessuna statistica sulle emissioni potrebbe nascondere.
Il rischio è scoprire troppo tardi che la povertà è stata scambiata per una politica climatica riuscita.
Aggiornato il 22 luglio 2026 alle ore 16:06
