L’11 settembre 2001 gli Stati Uniti scoprirono di essere vulnerabili. Le Torri Gemelle, il Pentagono, il volo precipitato in Pennsylvania, non furono soltanto obiettivi materiali, ma anche simboli dotati di una straordinaria forza evocativa. Quella tragica mattina vennero colpiti il cuore finanziario e quello militare degli Stati Uniti e, attraverso aerei civili trasformati in armi micidiali, la quotidianità stessa di una società aperta. L’attacco dimostrò che una superpotenza poteva essere raggiunta non soltanto ai propri confini, ma fin dentro le proprie città. L’11 settembre le democrazie presero piena coscienza di un paradosso: gli stessi fattori che le rendono libere – ossia la mobilità, la fiducia tre le persone, le frontiere relativamente aperte, la possibilità di viaggiare e comunicare – possono essere utilizzati dai nemici per colpirle. Nel settembre di venticinque anni fa vi fu un’altra scoperta, probabilmente ancora più inquietante.
L’attacco mise drammaticamente in evidenza l’esistenza, fino a quel tragico giorno inimmaginabile, di un movimento ideologicamente e logisticamente strutturato determinato a colpire e distruggere l’Occidente e i suoi valori. Infatti, per Al Qaida il mondo occidentale, fondato sul pluralismo politico e culturale, sulle libertà individuali e sulla tutela dei diritti, rappresentava un modello radicalmente antitetico alla propria visione del mondo e, proprio per questo, un sistema da combattere fino al suo completo annientamento. Va da sé che l’islamismo radicale non è tutto l’Islam. I terroristi dell’11 settembre non rappresentavano l’intera popolazione musulmana, così come i crimini commessi negli anni successivi dagli islamisti in diverse città europee non possono essere attribuiti a un’intera religione né, tanto meno, a miliardi di persone.
Detto questo, però, occorre affermare con altrettanta chiarezza che i Paesi occidentali hanno il dovere – in tal senso è stato accumulato un colpevole e grave ritardo – di non minimizzare l’odio antioccidentale del Jihad. La lotta al terrorismo richiede un approccio articolato basato su efficaci capacità di intelligence, sulla cooperazione internazionale e su solide strategie di prevenzione, senza escludere, quando necessario, il ricorso alla forza. L’11 settembre storicamente rappresenta una doppia frattura. Per gli Stati Uniti rappresenta la fine dell’illusione di essere irraggiungibili. Per l’Europa fu la fine dell’illusione che la propria potenza economica, tecnologica e culturale potesse bastare, da sola, a proteggerla. Così non è stato. Nondimeno, una società aperta deve avere il coraggio di rimanere tale. Come ricordava il decano dei neocon, Norman Podhoretz, “i terroristi possono distruggere edifici. Possono uccidere migliaia di persone. Non devono però avere il potere di decidere quali debbano essere i valori delle società che hanno attaccato”. Tutto questo, però, dipende da quanto l’Occidente tenga ancora alla propria storia e alla propria identità. A volte, a giudicare da alcune scelte, sorgono dubbi.
Aggiornato il 10 settembre 2026 alle ore 11:11
