In Italia basta evocare le spese militari perché il confronto pubblico si trasformi rapidamente in uno scontro ideologico. È accaduto nel momento in cui si decise di aderire alla Nato nel 1949, negli anni della Guerra fredda, durante le missioni in Kosovo, in Afghanistan e in Iraq.
In questi giorni, il dibattito si è riacceso attorno al programma Safe, il piano dell’Unione europea destinato a finanziare gli investimenti comuni nel settore della difesa al quale il governo italiano valuta di aderire.
Alla base di quest’ultima polemica vi è una storica ambiguità che caratterizza il nostro Paese su tali temi. Un’ambivalenza è presente anche nella lettura dell’articolo 11 della Costituzione, talvolta interpretato come espressione di una neutralità permanente, mentre esso sancisce, in realtà, il rifiuto della guerra di aggressione. La Carta, in un passaggio poco richiamato, afferma anche un principio fondamentale: la pace si costruisce attraverso un ordinamento internazionale che garantisca sicurezza e giustizia tra le nazioni.
La Repubblica nasce dalla sconfitta del fascismo e dall’orrore della guerra. In ragione di ciò, nell’immaginario collettivo la dimensione militare evoca il regime, il nazionalismo e la tragedia del Secondo conflitto mondale. Nel frattempo, l’ombrello della Nato ci ha consentito, per decenni, di non doverci occupare direttamente della nostra difesa. Tutto questo (inutile negarlo) è a un passo dal capolinea.
L’invasione russa dell’Ucraina, la crescente instabilità del Mediterraneo e del Medio Oriente ricordano che la sicurezza è un bene prezioso, ma oggi particolarmente fragile. In un contesto siffatto, nascono i fondi Safe. Non si tratta di andare in guerra, ma di un tentativo di superare la storica debolezza militare europea e la tradizionale frammentazione della spesa per la difesa. Nondimeno, in Italia le polemiche e le divisioni non mancano.
Da una parte, c’è chi presenta qualsiasi investimento in questo settore come una scelta contro lo Stato sociale. Dall’altra, chi liquida ogni obiezione come pacifismo ingenuo o antioccidentale. Entrambe le posizioni semplificano una realtà molto più complessa. Su questo argomento la classe politica italiana discute utilizzando categorie che appartengono al Novecento. L’alternativa non è più fra pacifismo e militarismo.
Il mondo del XXI secolo pone un’altra questione: come difendere le democrazie senza rinunciare ai loro valori. Una democrazia matura misura la propria vocazione alla pace dalla lucidità con cui decide quando e con quali limiti dotarsi degli strumenti necessari per la difesa della propria libertà. La pace resta il fine della politica. Ma senza sicurezza rischia di trasformarsi in un’aspirazione, anziché in una condizione reale. In Italia in tanti si ostinano non volerlo capire.
Aggiornato il 31 luglio 2026 alle ore 10:15
