C’è stata un’epoca in cui l’Italia era il baricentro di uno dei grandi confronti strategici del Novecento. Durante la Guerra Fredda, la sua posizione geografica e la sua complessità politica ne facevano la frontiera naturale tra la Nato e il blocco sovietico. Con la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, quella centralità si è progressivamente affievolita, alimentando l’illusione che la storia avesse definitivamente voltato pagina. Oggi, però, gli sviluppi dello scenario internazionale dimostrano che quella pagina potrebbe riaprirsi.
L’inasprimento delle tensioni tra l’Alleanza Atlantica e la Russia sta riportando l’Italia al centro degli equilibri geopolitici globali. Non si tratta di una suggestione teorica, ma di una realtà che investe direttamente gli apparati di sicurezza dello Stato. Il recente arresto di due presunte spie russe sul territorio nazionale e l’allarme lanciato dal ministro della Difesa, Guido Crosetto, che ha descritto un’Italia pullulante di agenti di Mosca ˗ “Sono dappertutto” ˗ confermano che il nostro Paese è tornato a essere un obiettivo strategico di primo piano.
Questa ritrovata centralità, se da un lato restituisce a Roma un peso diplomatico maggiore, dall’altro comporta un rischio che sarebbe irresponsabile sottovalutare: quello di farsi trovare impreparati.
La centralità geopolitica non è soltanto un privilegio, ma anche un’enorme responsabilità. È il terreno sul quale si combatte una competizione spesso invisibile, fatta di intelligence, influenza, sabotaggi e guerra ibrida. Per queste ragioni, come ha osservato lo stesso ministro della Difesa, l’Italia deve sviluppare con urgenza gli “anticorpi” necessari per affrontare questo cambiamento epocale. Essere consapevoli di rappresentare un bersaglio non basta: occorre dotarsi degli strumenti necessari per difendersi.
In questo contesto, il primo strumento ha un nome preciso: controspionaggio. Negli ultimi decenni, complice la fine della contrapposizione tra i blocchi e la necessaria concentrazione sulla minaccia del terrorismo jihadista, il controspionaggio tradizionale è stato progressivamente ridimensionato, burocratizzato o distolto dalle sue funzioni originarie di contrasto alle attività ostili condotte da Stati stranieri.Se non vuole subire passivamente la nuova stagione di confronto tra le grandi potenze, l’Italia deve ricostruire e rafforzare una moderna architettura di sicurezza nazionale, dotata di risorse, competenze e di una cultura operativa capace di coniugare prevenzione e capacità di iniziativa.
Perché riacquistare centralità nello scacchiere internazionale significa anche diventare più vulnerabili. E una nazione che ambisce a sedere con autorevolezza ai tavoli in cui si decidono gli equilibri del mondo deve innanzitutto garantire che nessuno, nell’ombra, stia compromettendo gli interessi strategici su cui si fonda la sua sovranità.
Aggiornato il 10 luglio 2026 alle ore 12:32
