La durata come unica ragion d’essere

Un governo può perdere consenso, alleati o slancio. Ancor più grave è il momento in cui smarrisce una vera ragione per restare in carica. Per l’esecutivo di Giorgia Meloni, quel momento sembra essere arrivato dopo l’esito sfavorevole del referendum, che ha segnato una battuta d’arresto per una stagione riformatrice che, in realtà, non è mai davvero decollata. In quelle urne non si è consumata soltanto una sconfitta politica: si è definitivamente chiusa ogni ambizione di cambiamento.

Oggi, a diverse settimane da quella battuta d’arresto, la domanda che aleggia nell’opinione pubblica non è più: “Che cosa farà adesso il governo?”, bensì: “Perché questo governo è ancora in piedi?”. La risposta, a osservare i fatti, sembra ridursi sempre più a una questione di mera longevità politica.

IL DESERTO DEI RISULTATI

Al netto della propaganda, il bilancio concreto dell’esecutivo appare sorprendentemente povero. Dov’è finita la rivoluzione fiscale promessa? Dove sono i provvedimenti incisivi sulla sicurezza, sull’ordine pubblico e sulle politiche di immigrazione sbandierati per anni dai banchi dell’opposizione?

Nel frattempo, la burocrazia continua a soffocare il Paese nella sua consueta morsa, mentre le riforme strutturali restano in larga parte incompiute e i risultati faticano a materializzarsi. Non emerge una visione di lungo periodo, né un progetto organico di trasformazione del Paese. Rimane soltanto l’ordinaria amministrazione di un potere sempre più impegnato nella propria conservazione.

ALLEATI IN DIFFICOLTÀ E SGUARDI RIVOLTI ALTROVE

A rendere il quadro ancora più complesso contribuisce lo stato di salute della coalizione, ormai trasformata in un cantiere permanente di diffidenze reciproche e tensioni interne.

La Lega prosegue la sua parabola discendente, logorata dall’attivismo di Roberto Vannacci e costantemente insidiata dall’ombra di Luca Zaia. Se quest’ultimo decidesse di far valere fino in fondo il proprio peso politico e amministrativo nel Nord, gli equilibri interni del partito verrebbero inevitabilmente meno.

Forza Italia, dal canto suo, gioca una partita più ambigua. La famiglia Berlusconi, con Marina in prima fila, guarda ormai ben oltre i confini del centrodestra tradizionale, alla ricerca di nuovi equilibri economici e politici difficilmente compatibili con alcune delle posizioni più identitarie rivendicate da settori della coalizione.

IL PARADOSSO DEL CONSENSO

L’aspetto più difficile da comprendere nella scelta di Meloni di restare saldamente a Palazzo Chigi riguarda il calcolo strategico. Più il governo si trascina senza una chiara agenda politica, più si espone all’usura del tempo.

Giorgia Meloni sta concedendo alle opposizioni il bene più prezioso: il tempo necessario per riorganizzarsi, ricomporre le proprie divisioni e costruire un'alternativa credibile. Nel frattempo, Fratelli d’Italia rischia di diventare il principale destinatario del malcontento sociale. Parallelamente, si aprono spazi sempre più ampi per figure populiste capaci di destabilizzare gli stessi equilibri della maggioranza, come suggerisce l'esperienza della neonata Futuro Nazionale di Roberto Vannacci.

OBIETTIVO SETTEMBRE: L’IRRESISTIBILE TENTAZIONE DEL RECORD

E allora qual è il vero collante di questa maggioranza? La risposta potrebbe essere ricercata guardando ai primissimi giorni di settembre, quando il governo Meloni raggiungerà il traguardo simbolico che lo consacrerà come l’esecutivo più longevo della storia repubblicana, superando il record oggi detenuto da Silvio Berlusconi.

Una prospettiva che appare quasi feticistica nella sua natura. Giorgia Meloni sembra disposta a sacrificare una parte del capitale politico accumulato negli anni sull’altare di un primato simbolico. Eppure la longevità, da sola, non garantisce la vittoria delle prossime elezioni.

Smarrita la spinta riformatrice, incassata la sconfitta referendaria e accantonata ogni reale ambizione di cambiamento, questo governo appare sempre più privo di una ragione politica capace di giustificarne l’esistenza. Rimane in carica per inerzia, sospinto più dal calendario che da un progetto.

Una motivazione decisamente troppo fragile per giustificare un immobilismo tanto prolungato. 

Aggiornato il 24 giugno 2026 alle ore 10:35