Manifestazioni proibite

Le febbrili giornate del giugno 1981 a Teheran furono tra le più roventi della storia moderna dell’Iran. La crescente popolarità dei Mojahedin del popolo inquietava il regime islamico ancora in fase di consolidamento, deciso a stabilizzarsi attraverso una dura repressione. In quel mese di giugno, il majlès del regime approvò il decreto ghesàs, la legge del taglione, suscitando proteste diffuse: non si poteva restare in silenzio. Il gruppo principale dell’opposizione al regime, i Mojahedin del Popolo lo definirono “una macchia indelebile” e “un’offesa all’umanità”.

Il regime khomeinista si apprestava a eliminare le ultime fessure di spazio politico rimaste. Le squadracce del potere già contrastavano violentemente ogni forma di dissenso: oltre cinquanta simpatizzanti dei Mojahedin vennero uccisi e migliaia di giovani picchiati a morte solo per aver distribuito il giornale Mojahed, stampato in semiclandestinità, con una tiratura che superava le seicentomila copie, a fronte delle poche decine di migliaia dei quotidiani del regime. L’approvazione del decreto sulla vendetta di sangue era il segno evidente dell’istituzionalizzazione dello Stato islamico in Iran.

Il Fronte nazionale e il Movimento di liberazione di Bazargan indissero una manifestazione contro la legge. Khomeini, in un discorso duro e aggressivo trasmesso alla radio il 15 giugno, attaccò con veemenza il suo ex primo ministro, senza nominarlo, equiparando il dissenso alla blasfemia. Le strade di Teheran furono occupate da masse di hezbollahi e la manifestazione venne annullata. Nessuno doveva fiatare.

In quelle roventi giornate di fine primavera di Teheran tramontò la possibilità di un cambiamento di rotta del regime dei mollà, se non in senso peggiorativo. Era il giugno 1981. Già il 27 aprile una manifestazione di 150.000 donne organizzata dai Mojahedin era stata attaccata con armi da fuoco. I Mojahedin del Popolo tentarono di organizzare nuove manifestazioni l’8 e il 9 giugno, ma la paura paralizzava la società. Il 15 giugno la manifestazione del Fronte Nazionale fu revocata dopo le minacce di Khomeini. A Teheran, oltre ai pasdaran, agivano gruppi di picchiatori armati, pronti a reprimere ogni assembramento.

Il 20 giugno i Mojahedin del popolo decisero di agire: a gruppi di centinaia i militanti si radunarono nei punti nevralgici della capitale, con l’intenzione di accendere una manifestazione popolare. Nel pomeriggio un fiume umano li raggiunse: in modo inatteso almeno cinquecentomila persone scesero in piazza per manifestare pacificamente contro un regime che stava compiendo gli ultimi passi verso la dittatura assoluta. Le strade centrali di Teheran, allora popolata da circa quattro milioni di abitanti, furono invase da una massa immensa ‒ oltre cinquecentomila persone ‒ decisa a rivendicare il proprio diritto alla libertà.    

In piazza Ferdousi, a due passi dall’università, le forze del regime aprirono il fuoco sulla folla: decine di morti, migliaia di feriti, adolescenti giustiziati sul posto. Khomeini aveva emesso una fatwa, letta alla radio, che autorizzava a sparare sui manifestanti. La piazza era coperta di sangue e di scarpe abbandonate; i corpi senza vita o agonizzanti venivano caricati sui camion per occultare il numero delle vittime. La magistratura rivoluzionaria giustificò le fucilazioni parlando di “mohareb”, nemici di Dio, letteralmente “chi muove guerra a Dio”.   

Nei giorni successivi i giornali pubblicarono le foto dei giovani fucilati e invitavano i genitori a ritirare i corpi presso il carcere di Evin, pagando il costo dei proiettili. Centinaia di adolescenti vennero fucilati con il pugno chiuso, senza nemmeno dichiarare il proprio nome. Da allora il 20 giugno è ricordato come la giornata dei martiri per la libertà e dei prigionieri politici dell’Iran.

Quest’anno i Mojahedin del Popolo avevano convocato per il 20 giugno una grande manifestazione a Parigi.  Le autorità francesi avevano concesso il 20 aprile l’autorizzazione per un corteo che ambiva a superare le centomila presenze. Gli iraniani affluivano nella capitale francese da tutta Europa, dal Nord America e perfino dall’Australia, per denunciare l’ondata di impiccagioni in Iran e dare voce ai loro compatrioti soffocati dalla repressione in patria. Oltre ottocento autobus, senza contare i mezzi privati e i voli, avevano già portato decine migliaia di iraniani a Parigi.

La sera del 18 giugno le autorità francesi hanno annullato la manifestazione. Il tribunale amministrativo di Parigi ha motivato così la decisione: “La manifestazione del 20 giugno è esposta al rischio di un grande attacco da parte del regime iraniano o dei monarchici […] I residui del regime dello scià dispongono di un servizio di sicurezza interna chiamato SAVAK. Questo “servizio” è attivo in Europa e ha minacciato che, qualora fosse stato concesso il permesso, sarebbe stata collocata una bomba”.

L’ordinanza ricordava inoltre che la presenza della SAVAK “risultava evidente nelle manifestazioni svoltesi nei mesi precedenti: a Londra il 26 aprile e a Ratisbona in Germania il 10 maggio, durante le quali i partecipanti hanno esibito magliette e striscioni con i simboli della SAVAK”.

Nella conferenza stampa convocata dal Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana il 19 giugno a Parigi, Gilbert Mitterrand ha dichiarato: “Come può una decisione così improvvisa e sconsiderata germogliare nella serata del 18 giugno? Come può il governo francese cedere ancora una volta a un ricatto?”.

Christine Arrighi, deputata dell’Assemblea Nazionale francese, ha denunciato: “Il fatto che in Francia, proprio il giorno prima dello svolgimento di una manifestazione per i diritti umani e a sostegno del popolo iraniano, sia stata vietata, rappresenta un vero insulto al popolo iraniano e una fonte di profonda preoccupazione per lo stato di diritto”.  Ha poi aggiunto: “Sono anche, come cittadina, profondamente rammaricata e preoccupata, perché abbiamo appreso dalla stampa che c’è stata una telefonata tra il ministro degli Esteri francese e il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, proprio pochi istanti prima che ricevessimo l’ordinanza di divieto di questa manifestazione […] Un giorno capiremo quale scambio o quale accordo abbia collegato questa richiesta del governo iraniano di vietare la manifestazione e la ragione per cui il governo francese vi si è sottomesso”.

Lo stesso giorno e le stesse ore di quarantacinque anni dopo, in un caldo e febbrile 20 giugno 2026, mentre un fiume di iraniani giungeva in Place Vuaban, trovò un massiccio schieramento di polizia antisommossa, con i volti tesi, pronta a far rispettare l’ordine di proibizione di una pacifica manifestazione contro la dittatura di Teheran. Spintoni, lacrimogeni, manifestanti inermi e pacifici trascinati a terra hanno mostrato il volto deturpato della fallimentare politica di condiscendenza che, a quanto pare, non intende cessare.

E tuttavia gli iraniani hanno invaso pacificamente, sotto la repressione della polizia francese, molte piazze e strade di Parigi, portando la voce di milioni di connazionali in patria.

Il 20 giugno 2026, per qualche ora, Parigi ha risuonato come Teheran il 20 giugno 1981: la voce di un popolo deciso a rivendicare la propria libertà.

Aggiornato il 24 giugno 2026 alle ore 10:16