L’adunata dell’Anm: il terzo potere si è fatto politica

Il partito dei magistrati. Lo hanno detto, lo hanno fatto. L’Associazione nazionale magistrati sabato scorso si è riunita in assemblea con un unico argomento all’ordine del giorno: la discussione sui punti programmatici per la sua azione futura. Anche nella forma, un vero e proprio partito politico. E se la campagna referendaria è finita, a qualcuno potrebbe venire il sospetto che si debba lanciare la campagna elettorale.

Dalla “bottarella al governo” alla “carenza di educazione civica di chi ha sostenuto il Sì” passando per la “muraglia costituzionale” condita con pensieri su un presunto genocidio palestinese e con la beatificazione di Gratteri: “ringraziamenti dovuti rispetto alla sua operazione verità” nonostante sia proprio il super pm di Napoli ad aver letto in diretta televisiva una intervista falsa di Giovanni Falcone in cui nel ‘92 si sarebbe dichiarato contrario alla separazione delle carriere e nonostante abbia rincarato la dose buttando nel calderone del populismo una querelle elettoralmente utilissima (e non per questo meno indegna) basata su un teorema menzognero e assai poco edificante sul presunto rapporto SI/Territori ad alta densità mafiosa, NO/cittadini onesti.

Insomma la sagra della propaganda marcatamente ideologica, delle bugie e della rivendicazione di casta. Questo è stato il tenore dell’incontro di Roma e di alcune esternazioni simbolo delle toghe sulla retorica ormai consolidata dell’essere stati decisivi nello “sventare l’attacco all’indipendenza della magistratura”.

Ma già all’indomani del referendum le note ufficiali di Anm avevano assunto toni preoccupanti. Nelle dichiarazioni si parlava di “Un bel giorno per il Paese”, del fatto che il risultato referendario non fosse un punto di arrivo ma un punto di partenza, si rivendicava un ruolo centrale nella fantomatica difesa dell’indipendenza della giurisdizione e della Costituzione. Non solo: l’Anm ha dichiarato (e continua a farlo, lo abbiamo visto sabato) di voler essere parte attiva nella scrittura di un nuovo assetto della giustizia in Italia annunciando “strumenti” per strutturare “la relazione” dei magistrati “con la società civile”. Cosa dovrebbe significare “punto dipartenza”? Quali sarebbero questi “strumenti”? E quale fine democratico potrebbero mai perseguire?

Un’associazione privata (che dovrebbe essere del tipo para-sindacale) che rappresenta un ordine dello Stato si è trasformata in soggetto politico dedicandosi alla delegittimazione di una riforma approvata dal Parlamento e sostenuta dal 46 per cento degli italiani; e che la magistratura organizzata diffonda dichiarazioni che sembrano un manifesto politico e dia parvenza di un suo impegno nel tentativo di derogare dal nucleo dello Stato di diritto − la separazione dei poteri − è inaccettabile.

È il concetto di “supplenza giudiziaria” di cui parlava Andreotti in tempi non sospetti, premonizione di ciò che fu Mani Pulite; anche Marta Cartabia da Presidente della Consulta e Sabino Cassese hanno parlato spesso di “sconfinamento funzionale” perché l’interpretazione giudiziaria non può trasformarsi in produzione normativa occulta. Ai sensi di quella Costituzione che si vantano di aver salvato dai barbari, la giustizia è amministrata in nome del popolo, non in nome dei giudici e tantomeno in nome della sinistra giudiziaria; e le leggi, qualunque sia il giudizio di merito che se ne abbia, in una democrazia rappresentativa le fa il Parlamento, non la magistratura.

La grande adunata di sabato, invece, ci restituisce la nettezza del nuovo orientamento della magistratura: una sorta di interpretazione della funzione in ottica pedagogica e moralizzatrice. Indottrinatrice, probabilmente, nel segno di una auto assunta missione sacerdotale: Stato etico (togato) che tanti anni di Illuminismo liberale hanno combattuto.

Durante l’ultima esperienza referendaria − con l’Anm in missione politica e con magistrati che hanno svestito la toga per trasformarsi in grandi dissuasori impegnati nel più grande arroccamento di casta che io ricordi − abbiamo assistito a uno spettacolo istituzionale indegno con un unico vincitore: il partito delle procure che vi ha fatto credere che abbiate vinto voi e che abbia vinto la Costituzione. In realtà la Costituzione non vince e non perde: loro invece − in una barbara commistione tra quelle che rappresentano funzioni diverse all’interno di un processo − hanno mantenuto per davvero quel privilegio medievale di eleggere chi dovrà giudicare sulle carriere, sui trasferimenti, sulle promozioni degli amici e sulle “punizioni”, archiviando i procedimenti disciplinari contro pm e giudici nel 97 per cento dei casi e portando a processo cittadini che una volta su due risulteranno innocenti. Questo ci restituiscono i numeri.

Una riforma dell’Ordinamento Giudiziario seria e di stampo liberale che potesse cristallizzare il principio della separazione dei poteri e che − assicurando equidistanza tra accusa e difesa nei confronti del giudice terzo − realizzasse il principio costituzionale del giusto processo ex articolo 11 della Costituzione, noi proprio ce la meritavamo. E i passaggi consequenziali della creazione di due Consigli Superiori separati per requirenti e giudicanti e di un’Alta Corte Disciplinare avrebbero contribuito a rafforzare la fiducia nel sistema giudiziario. Una delle rare volte in cui istituire, paradossalmente, aiuta a snellire. E qualunque liberale avrebbe gioito davanti ad un ossimoro funzionale di tal fatta.

Quando ricapiterà un’altra occasione per modernizzare il paese non si sa: certo è che la cultura giuridica mediamente diffusa per tutto lo stivale è talmente bassa da aver preferito prestare il fianco alla caciara delle fazioni. Il treno è passato e molti non avevano i soldi per il biglietto. E c’è un’evidenza che dimostra come l’Aventino giudiziario fosse pregiudiziale: il testo della norma, impresso sull’esterno dei vagoni, predicava lo smantellamento del corporativismo. Per questo la casta è rimasta giù, buttando discredito sul macchinista e sulle caratteristiche tecnico-qualitative dei metalli, mentendo sapendo di mentire e narrando dell’inferno a bordo, del rischio di deragliare; e raccontava di una strenua difesa della Costituzione − quelle rotaie troppo nobili per essere percorse da un mezzo così pesante. E così i poveretti senza monete sono stati facili prede per i ricchi corporativisti mascherati da Masaniello.

Il diritto ha ceduto il passo alla retorica elettorale e ha mostrato per l’ennesima volta quanto sia endemicamente irriformabile questo paese in cui il potere alza un muro invalicabile per proteggersi. La fabbrica delle fake news ha fatto sì che i più credessero alla mistificazione spudorata, alle menzogne giuridiche ripetute fino allo sfinimento che hanno fatto breccia in quelli che sono costretti a preferire il dogma all’approfondimento, gli indottrinati sul pericolo del ritorno del fascismo, esattamente quello che nel 1941, con regio decreto, unificò le carriere di Pm e Giudici. In sostanza hanno mantenuto una legge fascista. Eccola la loro osannata superiorità culturale. Questo è il tenore della battaglia in cui la sinistra ha deciso di schierarsi dalla parte sbagliata, per mero tatticismo e calcolo elettorale: opponendosi per riflesso, rinunciando alla propria storia e consegnando il futuro della nazione nelle mani dell’Anm. Un soggetto potente, apolitico nella forma ma profondamente politico nella sostanza.

Purtroppo, che non sbagliavamo, ce ne siamo accorti subito: a risultato ormai acquisito, in barba persino a quell’articolo 9 del codice etico dell’Associazione Nazionale magistrati che predica l’imparzialità del togato anche nell’immagine, a Napoli una rumorosa schiera di magistrati (per giunta in servizio) hanno brindato cantando “Bella Ciao” e intonando cori da stadio contro i loro colleghi schierati per il Sì. Come un manipolo di militanti qualunque. Si sono autoproclamati, per fatto concludente, “resistenza democratica”.

Scene di ordinaria terzietà ed indipendenza.

Purtroppo, Montesquieu è morto e il terzo potere si è fatto politica. Ma noi, all’idea di una repubblica giudiziaria e di un governo delle toghe, non ci arrenderemo mai.

Aggiornato il 20 maggio 2026 alle ore 10:23