Aveva visto giusto l’allora premier britannico conservatore Boris Johnson nello stilare tra il 2021 e il 2022 un programma di aperture e riaperture di miniere di carbone nel Regno Unito da affiancare al rilancio dell’industria nucleare. Poi aveva accantonato il progetto sotto le pressioni dei laburisti e degli ambientalisti. Un paradosso, perché per anni queste stesse forze avevano attaccato l’ex capo del governo Margareth Thatcher per aver tagliato le estrazioni di carbone. E tra film, libri e canzoni avevano montato un autentico can can mediatico, a favore di miniere e minatori, che per anni è impazzato anche in Italia. Chi non ricorda, a esempio, film come ‘Grazie, signora Thatcher’ o ‘Pride’?
Le ricorrenti crisi energetiche degli anni più recenti hanno messo in risalto la miopia ideologizzata che ha orientato sul fronte energetico la Commissione europea, molti governi e anche pezzi importanti dell’opinione pubblica mettendo in seria difficoltà famiglie e imprese del Vecchio Continente. Oggi, però, a crisi Usa-Iran apparentemente chiusa, una certezza c’è: se non fosse stato per la decisione tempestivamente adottata da diversi Stati asiatici (dalla Cina al Giappone, dalla Corea del Sud alla Thailandia) di passare in forze al carbone nella generazione elettrica riducendo il peso preponderante del Gas naturale liquefatto (che arrivava in Estremo Oriente perlopiù dal Qatar attraverso lo Stretto di Hormuz), la crisi in Europa, e in Italia in particolare, sarebbe scoppiata con ben più grande virulenza sotto l’esplosione dei corsi del Gnl determinati dalla legge della domanda e dell’offerta. Non solo. In Asia si stanno anche aprendo o riaprendo miniere di carbone, da ultimo in Thailandia. Ma è la vicina Australia a trainare questa industria estrattiva a livello mondiale: la produzione e l’export australiani hanno raggiunto livelli record e il governo di Canberra ha organizzato per quest’anno una serie di summit mondiali nei quali dibattere di automazione, intelligenza artificiale e sostenibilità nel settore carboniero. A dimostrazione che il carbone potrebbe avere un futuro, magari più ‘verde’.
L’Europa invece continua a muoversi in maniera impacciata e in ordine sparso tra stop-and-go. Dopo aver toccato il minimo storico di consumi nel 2024, con Polonia e Germania in testa, nel 2025 si è registrata una inversione di tendenza. Gli impianti a carbone tedeschi ormai producono più elettricità di quelli a gas. E l’Italia ha rimandato la chiusura delle centrali elettriche a carbone al 2038. Da qui però a utilizzare il carbone in maniera massiccia ce ne passa. Benché il nostro Paese disponga di centrali all’avanguardia, infatti, le utilizza poco o punto e rimetterle in attività potrebbe richiedere sempre più tempo e denaro. L’esperienza degli ultimi anni e l’esempio di altri Paesi dovrebbero convincere l’Italia a investire anche su questo combustibile nella consapevolezza che, nell’attuale fase geo-politica, non disporre di una varietà di fonti energetiche potrebbe essere molto pericoloso sotto l’aspetto tanto della sovranità quanto della competitività.
Aggiornato il 22 giugno 2026 alle ore 10:40
