La Corte dei conti francese invita i contribuenti a suggerire indagini sull’uso dei fondi pubblici. È utile se serve a controllare il potere; diventa inquietante se abitua la società alla segnalazione permanente.
La notizia sembra rassicurante. La Corte dei conti francese invita i cittadini a suggerire le indagini da avviare sull’uso dei fondi pubblici. Secondo quanto riportato recentemente da Le Figaro, fino al 22 giugno i francesi potranno indicare i settori nei quali desiderano verifiche e controlli: agricoltura, pubblica amministrazione, sicurezza, edilizia sociale, trasporti, assistenza, purché vi sia di mezzo la gestione del denaro pubblico.
Dal 2022 la medesima Corte raccoglie proposte e ne seleziona alcune in base a criteri di novità, fattibilità e popolarità. Le indagini scelte quest’anno partiranno nel gennaio 2027. In passato sono nate verifiche sulle frodi pensionistiche con pagamenti all’estero, sull’edilizia sociale in Corsica, sul sostegno pubblico alla corrida in Occitania, sull’accoglienza dei nomadi e sul funzionamento della funivia di Tolosa.
La prima impressione potrebbe essere favorevole. Finalmente il cittadino non è soltanto il soggetto controllato, tassato, misurato, inseguito da moduli e scadenze. Per una volta gli viene invece chiesto di indicare dove debba essere controllata l’amministrazione. È salutare che anche i contribuenti possano chiedere di sapere qualcosa del potere pubblico.
Tuttavia, proprio questa inversione, però, apre il nodo più delicato. Il controllo civico ha senso se costringe il potere a rendere conto dell’uso del denaro prelevato ai contribuenti; cambia natura quando abitua la società alla segnalazione permanente. La trasparenza sugli apparati pubblici è una garanzia di libertà; la trasformazione del cittadino in ausiliario diffuso dell’apparato ispettivo è, al contrario, il primo passo verso una società del sospetto.
La differenza è essenziale. Il controllo sulla spesa deve essere rivolto verso l’alto: verso il potere che preleva, distribuisce e amministra risorse non sue. Se invece il meccanismo scivola verso il basso, nei confronti della ricerca del vicino irregolare, del beneficiario sospetto, del concorrente da segnalare, cambia natura. Non è più controllo sullo Stato: diventa controllo tra cittadini. E una società nella quale ciascuno viene invitato a sorvegliare l’altro diventa più diffidente, più rancorosa, maggiormente esposta all’espansione del potere pubblico.
È questo il punto che impedisce ogni entusiasmo ingenuo. L’iniziativa francese può essere utile se illumina le zone d’ombra della macchina pubblica. Può diventare discutibile se alimenta l’idea che il buon cittadino sia colui che segnala, denuncia, sospetta. La storia europea conosce bene il pericolo delle società fondate sulla diffidenza amministrata: quando la collaborazione con il potere si trasforma in abitudine, la libertà arretra non sempre per decreto, ma per costume.
Il contribuente ha tutto il diritto di chiedere dove finiscano i suoi soldi. Nondimeno, non dovrebbe essere educato a cercare colpevoli tra gli altri cittadini, mentre l’apparato resta sullo sfondo, intatto e sempre più invadente. La vera domanda allora non è: chi possiamo segnalare, ma piuttosto perché lo Stato spende tanto, in tanti settori, con tanti intermediari, al punto da rendere necessaria una mappa collettiva degli sprechi?
Questa è la confessione involontaria contenuta nella notizia. Se occorre chiedere ai cittadini dove indagare, significa che la spesa pubblica è diventata un territorio troppo vasto, disperso e opaco per essere controllato dall’interno. Lo Stato contemporaneo non è soltanto costoso; è difficilmente conoscibile. È un intreccio di ministeri, enti locali, organismi, sussidi, fondi speciali, trasferimenti e deroghe che sfugge alla comprensione ordinaria.
Il problema, dunque, non è solo lo spreco. Prima dello spreco c’è l’espansione continua della sfera pubblica. Ogni nuovo compito dell’apparato statale crea fondi, uffici, beneficiari, regole, controllori, consulenti e rendicontazioni. Il denaro prelevato ai cittadini entra in un circuito nel quale diventa difficile capire chi decide, chi paga, chi guadagna e chi risponde.
Per questo la partecipazione civica al controllo può essere utile, ma non deve diventare l’alibi elegante per lasciare tutto com’è. Non basta dire ai cittadini: indicateci dove guardare. Bisogna anche chiedersi perché vi siano così tanti luoghi nei quali guardare. Non basta verificare se una spesa sia regolare. Bisogna accertare se sia necessaria. Un’amministrazione può rispettare la procedura e finanziare attività inutili. La legalità contabile, da sola, non basta. Serve una domanda più radicale: perché lo Stato deve occuparsene?
È una domanda che la politica evita, perché incrina il suo potere più prezioso: quello di distribuire risorse. Ogni spesa pubblica crea consenso. Ogni contributo genera beneficiari. I costi, invece, sono dispersi. Li pagano contribuenti spesso lontani, ignari, rassegnati.
La consultazione francese ha allora un merito: permette a chi paga di indicare dove sospetta che il denaro venga usato male. Ma per questo deve restare ancorata al controllo del potere, non alla sorveglianza sociale diffusa. Altrimenti il rischio è quello della partecipazione cosmetica o, peggio, della partecipazione ispettiva: si raccolgono proposte, si pubblicano relazioni, e, nonostante ciò, la macchina continua a crescere. Il cittadino viene ascoltato, ma non liberato.
La questione, infatti, è proprietaria prima ancora che contabile. Il denaro pubblico non nasce pubblico. Prima di entrare nel bilancio dello Stato, era salario, impresa, patrimonio, risparmio familiare. Chiamarlo “pubblico” serve a cancellarne l’origine. Ma quella ricchezza è stata prodotta da qualcuno. E chi l’ha prodotta conserva il diritto di sapere come viene usata, perché viene prelevata e a chi viene trasferita.
Per questo l’iniziativa francese va presa sul serio, ma senza ingenuità. È positiva se apre una fessura nel muro dell’autoreferenzialità amministrativa. È pericolosa se rafforza la figura del cittadino-sorvegliante. Il cittadino-controllore è una bella immagine solo se guarda verso il potere. Diventa inquietante se guarda verso il vicino.
Il controllo sulla spesa è utile. Una società libera non ha però bisogno di cittadini-delatori, ha invece bisogno di uno Stato più piccolo, più responsabile e meno padrone delle risorse prodotte dagli individui.
Aggiornato il 15 maggio 2026 alle ore 10:45
