Noi ultimi della classe?

Nonostante una debole ripresa, l'aumento dei contratti di lavoro stabili, forse una tendenza alla crescita dell'occupazione e del PIL, l'Italia rimane tra i paesi che continuano a perdere terreno, rispetto ai loro concorrenti, non solo in Europa ma nel mondo. I politici di governo valutano positivamente l'andamento dei parametri appena ricordati; gli economisti italiani si dividono tra gli ottimisti e quelli che mettono in dubbio la consistenza e le prospettive di questi indicatori. Le analisi degli esperti mondiali dello sviluppo sono nella quasi totalità scettici che l'Italia, ma anche l'Europa, ce la possano fare. C'é addirittura chi ritiene che gli stessi Stati Uniti siano in una situazione difficile, anche se, tutto sommato, l'economia americana si sviluppi positivamente e il suo più agguerrito rivale - la Cina - abbia le sue difficoltà.

Buona parte di chi, in Italia, discute di sviluppo e occupazione, lo fa con più o meno sottesi intendimenti politici e propagandistici, pro o contro il governo, come fanno molti giornali parlando, ad esempio, di "Lavoro, il balzo dei contratti stabili"; ma c'è anche qualcuno che fa analisi serie; ricordo appena "Il grande balzo all'indietro del lavoro" di Antonio Carioti, su La Lettura, che descrive la condizione odierna dei giovani, condizione che ricorda quella degli operai un secolo fa, caratterizzata da precarietà, niente diritti, scarsa tutela previdenziale, "pluriattività"; e "la mini-ripresa" di Enrico Marro sul Corriere della Sera con "La lenta uscita dalla crisi? Pochi investimenti e innovazione in ritardo. Il Pil del secondo trimestre previsto in aumento dello 0,2-0,3%".

Ma davvero i governi si dànno da fare seriamente per creare lavoro? Una serie di studi dimostra come facciano esattamente l'opposto, in Italia come negli USA; e al riguardo consiglio di leggere su Talk Markets "Our Government, Destroyer Of Jobs" ove Charles Hugh Smith dice "If our government can't destroy all the private-sector jobs directly, it will do so indirectly by borrowing so much money the system collapses". I politici (e la stampa che si accoda) rifiutano gli esperti, innanzitutto i ministri tecnici, al punto che Dino Cofrancesco su ISBLOG scrive "Mario Monti può attribuirsi la palma di peggiore premier della storia unitaria pre e postfascista" (per me è stato tra i rari validi); mentre Michael Collins, in un articolo su Morningstar, si chiedeva, ai tempi del governo Monti, "Can technocrats save Europe's sick economies?" Vorrei ricordare che, in una recente serie di articoli (L'Opinione 2015, 10/01, 4/02, 27/03, 18/04, 26/05, 26/06), ho spiegato quali lavori possonno creare davvero occupazione e quali - come quelli stabili sostenuti da Matteo Renzi e dai suoi ministri - a essere poveri e destinati a rapida sparizione.

Che i nuovi lavori sconvolgano il comportamento, la concezione della vita, il modo di essere di individui e comunità con la visione esponenziale e non più lineare dello sviluppo e della evoluzione, una diversa concezione del tempo, la distruzione via via delle regolamentazioni burocratiche e delle stesse leggi sostituite da conoscenze in evoluzione, è indubbio, come è stato recentemente analizzato per alcuni di questi aspetti dal New York Times (15 e 19 agosto) nel caso di Amazon e riportato anche in Italia (Maria Luisa Rodotà, Corriere del 18 agosto). Sarebbe bella che l'uomo, piccolo borghese, non volesse più cambiare (concezione di lavoro, vita, famiglia, modo di essere) come ha invece fatto in passato con l'agricoltura, l'industria, i servizi, il postmoderno. Sono ormai decenni che lo predico con libri e articoli, e qui ricordo due miei lavori per L'Accademia Nazionale dei Lincei: "La storia come visione del futuro" del 15-16 ottobre 2007 e soprattutto "Evoluzione degli ecosistemi urbani" Convegno del 22-24 ottobre 2001. Chi non vuole o non concepisce o teme il cambiamento, anche radicale, dà il suo contributo, con le sue scelte politiche, di lavoro, sociali, alla distruzione della società nella quale viviamo senza offrire nessuna prospettiva per il futuro.

Non soltanto l'Italia ignora l'innovazione ed è debole e arretrata su vecchie posizioni, ma anche in queste ha una stuttura primitiva. Pierpaolo Benni su EURITALIALIBERA del 18 agosto ricorda che "L'Italia é il secondo produttore di beni industriali d’Europa e si considera una potenza esportatrice. Pochi però rammentano che, fra i quattro grandi Paesi di Eurolandia, è quello che dipende di più dai consumi delle famiglie (60% del PIL) e, insieme alla Francia, presenta il minor peso dell’export sul totale dell’economia (29%). In questi anni, invece, la Spagna ha aumentato di molto la sua quota di export sul PIL (al 32%). L’economia italiana dipende ancora dalla spesa delle famiglie, le quali però tengono il portafogli chiuso perché nel paese appena un terzo degli abitanti lavora: non ci sono abbastanza buste paga. Non c’è dubbio che in Italia sia emersa una generazione di ignoranti di rientro sdoganati esattamente dalla ridicola presenza sul proscenio del FIORENTINO talmente vuoto di qualsiasi cultura DIGERITA da poter attirare l’attenzione come gli antichi stregoni: con effetti plagianti." Ma non è soltanto l'Italia ad essere sempre più distaccata dal mondo che cambia, lo è tutta l'Europa. Qualunque settore economico, industriale, culturale, strutturale si esamini l'Europa appare arretrata rispetto all'America; ma l'aspetto drammatico è che non si tratta - almeno finora - di una carenza di conoscenze e di capacità di affrontare i problemi e le sfide che si pongono, ma della scelta politica, culturale e pseudoetica di rifiutare il cambiamento stesso verso il nuovo: si accettano alcuni singoli aspetti del cambiamento, se ne rifiutano altri, soprattutto si vuole rifiutare tutto l'insieme di mutazioni che portano a una nuova struttura sociale che dimentica qualsiasi concezione che ha guidato le società che ci hanno preceduto (l'età della pietra, la società agricola, quella industriale e poi dei servizi, sino allo sviluppo esponenziale, alla tecnoscienza, all'umanesimo intellettuale che fa a meno delle ideologie politiche, etiche, comportamentali, per utilizzare nel modo più convenient tutte le nuove conoscenze che l'uomo sta costruendo sia in campo scientifico e tecnico, sia in quello della costruzione delle "realtà° - altrettanto "vere" - concepite dal nostro cervello, ma che non si possono confondere con quelle del mondo naturale.

La divaricazione tra Europa e Stati Uniti diventa sempre più marcata, si pensi soltanto all'alimentazione con la prima che praticamente rifiuta gli OGM e il secondo che punta a dominare il mercato mondiale di questi prodotti; si veda il caso della nuova mela descritto da Florica Mois della GEI associate (GMOs: Apple of Discord Between America and the European Union (EU)). Ma il caso, non so se più penoso o ridicolo, è quello dell'Expò che parla quasi soltanto di come coltivavano e mangiavano i nostri avi - con la sottostante apoteosi di Carlin Petrini - e ignora sostanzialmente gli OGM e le tecniche future di trattamento e costruzione dei cibi, dalle varie cellule dei cibi, a partire da quelle per le carni. Purtroppo in Italia si maltratta anche l'agricoltura tradizionale: Mauro Agnoletti parla di agricoltura che non tuteliamo e ricorda che la Convenzione Onu sulla diversità biologica ha già stabilito nella dichiarazione di Firenze che l’Italia non è l’Amazzonia, ma un paesaggio bioculturale prodotto dall’uomo, invitando ad adeguare gli strumenti di tutela.

Non basta l'agricoltura a descrivere il divario tra Europa e America. Nell'industria da noi le imprese continuano a produrre automobili ed elettrodomestici, in America Google cambia pelle e rebirth as Alphabet, an attempt to prove that the company’s “moonshorts” can be as successful as its Internet business La rivoluzione, perché di questo si tratta, porta a un ridimensionamento mirato, che permetterà a Google di continuare a perseguire la biforcazione intrapresa diversi anni fa. Da una parte il core business della società, che resta ancorato alle ricerche web e, per dirla con le parole dei fondatori, a tutte le altre “pazze idee dell’epoca utilizzate ora da oltre un miliardo di persone” come Apps, Maps, Android e YouTube. Sotto l’ombrello di Alphabet rientrano invece tutte le attività legate all’area di ricerca, sviluppo e investimenti lontani dal web anche se ne possono far uso: dal termostato Nest al progetto Calcolo finalizzato a migliorare la salute, ai piani per ridisegnare il volto delle città con Sidewalk Labs, ai laboratori visionari di Google X, al progetto Fiber per sviluppare una connessione ultra veloce, oltre ad altre attività innovative.

Tutte le attività, le strutture, le concezioni si stanno divaricando tra Europa e Stati Uniti, come intendiamo mostrare in una serie di articoli rivolti a descrivere le differenze crescenti fra le due aree geopolitiche dell'Occidente. Nella concezione arcaica di una destra e una sinistra dove stanno l'una e l'altra? Secondo Dino Cofrancesco (la Malalingua 324) "la sinistra, tendenzialmente 'costruttivista', è protesa a cambiare il mondo, a misurarlo, a catturarne i movimenti, a produrre mappe concettuali di orientamento, a elaborare progetti più o meno ambiziosi per l'avvenire; la destra - non totalitaria - è tendenzialmente 'passatista', le basta saper leggere il gran libro dell'esperienza e della natura, ma questo atteggiamento la condanna alla sconfitta: in un mondo reso sempre più 'artificiale' dal progresso tecnico e scientifico." Questa interpretazione è inconsistente: in Europa destra e sinistra sono sempre reazionarie e agiscono sempre in modo debole, in America Democratici e Repubblicani - escludendo i ridicoli "tea party" - sono ambedue rivoluzionari perché puntano a rinnovare ogni cosa inventando le nuove soluzioni purché siano più forti ed efficaci.

Questo intervento e quelli che seguiranno esprimono soltanto il pensiero dell'autore

Aggiornato il 01 aprile 2017 alle ore 18:21