Addio a Francesco Guccini, resta il suo sguardo sul mondo
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Con la morte di Francesco Guccini non scompare solo uno dei più grandi cantautori italiani. Se ne va un’idea della cultura intesa come esercizio quotidiano. Si definiva cantastorie. Infatti, per una vita intera raccolse le memorie della sua amata terra emiliana, per trasformarle in racconti compiuti. Le sue canzoni, veri e propri romanzi racchiusi in pochi minuti, sono popolate da anarchici, soldati, osti, studenti, amori perduti, paesi di montagna, illusioni politiche e sconfitte private. Da “La Locomotiva”, epica celebrazione dell’utopia e della ribellione, a “Canzone per unamica”, struggente riflessione sulla morte e sulla giovinezza spezzata, fino a “Eskimo” e “Il vecchio e il bambino”, ogni brano racconta un frammento di vita dal forte valore universale.

Quest’ultimo, in particolare, appare oggi sorprendentemente attuale, scritto oltre mezzo secolo fa, anticipava con rara sensibilità il tema della devastazione ambientale. Guccini citava Omero e parlava dell’osteria, evocava Jorge Luis Borges e raccontava Pavana, il suo rifugio dell’anima; rifletteva sul tempo con la naturalezza con cui altri scrivono una canzone d’amore. Con “Dio è morto” seppe dare voce al disagio di un’intera generazione, con “Auschwitz” denunciò l’orrore della Shoah, mentre in “Cyrano” trasformò la poesia in una coraggiosa invettiva contro il conformismo, la mediocrità e il potere. Francesco Guccini è stato anche uno scrittore di grande pregio. Nei suoi libri autobiografici e di memoria, come “Cròniche epafániche”, “Vacca dun cane”, “Tralummescuro”, ha raccontato con straordinaria sensibilità l’Emilia, l’Appennino, l’infanzia, la lingua e la civiltà contadina, trasformando la memoria individuale in patrimonio collettivo. Nei romanzi gialli scritti con Loriano Macchiavelli ha dimostrato una rara capacità di costruire personaggi e atmosfere, confermando che la sua vocazione narrativa andava ben oltre la forma della canzone.

Era un intellettuale atipico. Si è tenuto costantemente lontano dai salotti bolognesi. Viceversa amava frequentare le trattorie di periferia, in una delle quali, da Vito, trascorreva serate intere a cantare, spesso in compagnia di Lucio Dalla. Alcuni critici lo avevano definito “il cantore della nostalgia”. In realtà, egli era il “cantore del tempo”. Pochi artisti hanno raccontato con altrettanta lucidità il rapporto tra il passare degli anni e l’identità personale, dando voce e forma a domande che non invecchiano: il senso della libertà, il fallimento delle utopie, la fragilità dell’amore, il peso della memoria, la difficile ricerca per trovare un posto nel mondo. Con la scomparsa di Francesco Guccini perdiamo un uomo che aveva fatto della parola una forma di responsabilità civile. In un tempo che parla sempre di più e ascolta sempre di meno, è una perdita immensa.

Aggiornato il 06 agosto 2026 alle ore 16:35