In viaggio verso Dessau: la lezione del Bauhaus negli studi di mio padre

Per mio padre, Arturo Cucciolla, l’architettura non è mai stata una materia da confinare nelle aule universitarie o nei libri di testo. Insegnare Storia dell’Architettura Contemporanea al Politecnico di Bari significava prima di tutto trasmettere una passione civile, uno sguardo critico sul territorio e l’urgenza dell’esperienza diretta.

Tra i capitoli più intensi e duraturi della sua ricerca scientifica e didattica, la Germania e il Bauhaus di Dessau hanno rappresentato un punto cardinale. 

​I suoi viaggi con gli studenti in terra tedesca non erano semplici visite d’istruzione o itinerari turistici: erano veri e propri laboratori sul campo, pellegrinaggi civili e progettuali alla ricerca delle radici della modernità. 

LA RICOSTRUZIONE STORICA E CRITICA SUL BAUHAUS

​Negli anni ‘80, con due volumi fondamentali pubblicati nel 1984 − La formazione del Bauhaus. Architettura in Germania tra ‘800 e ‘900 e Bauhaus: lo spazio dell’architettura (entrambi per Edipuglia) − mio padre portò avanti un’attenta ricostruzione storiografica della scuola fondata da Walter Gropius. 

​La sua analisi non si fermò all’iconografia classica del Movimento Moderno, ma sviscerò l’evoluzione concettuale e sociale del progetto.

​Dal Werkbund a Dessau: mio padre ricostruì il filo conduttore che legava il dibattito industriale e artigianale tedesco di fine Ottocento (la stagione del Deutscher Werkbund) alla nascita del Bauhaus a Weimar nel 1919 e al suo definitivo approdo a Dessau nel 1925.

​Lo “spazio dell’architettura” e l’integrazione delle arti: nei suoi studi evidenziò come il passaggio a Dessau non segnasse solo la costruzione di un edificio iconico, ma la realizzazione di un’idea di spazio fluido, trasparente e funzionale.

La scuola di Dessau era intesa come un organismo vivente in cui architettura, design dell’arredo, grafica, fotografia e artigianato industriale convergevano in una sintesi unitaria (Gesamtkunstwerk).

​Dimensione sociale ed etica del progetto: per papà, il Bauhaus non era uno “stile”, bensì un metodo etico. Ricostruì come l’insegnamento di Gropius, Hannes Meyer e Mies van der Rohe cercasse risposte concrete ai bisogni della società di massa, dalle abitazioni popolari (Siedlungen) agli oggetti di uso quotidiano ergonomici ed accessibili.

​Il legame con la Repubblica di Weimar: analizzò il Bauhaus come espressione diretta del clima culturale della Repubblica di Weimar, un’esperienza di libertà progettuale e democratica interrotta dalla brutalità del nazionalsocialismo nel 1933.

IL VIAGGIO A DESSAU COME METODO DIDATTICO

​Portare le sue classi a Dessau significava far toccare con mano agli studenti del Politecnico la materialità di quelle idee: la trasparenza della parete vetrata del Werkstatttrakt (il blocco dei laboratori), la misura antropometrica degli arredi di Marcel Breuer, la luce degli alloggi-studio e delle case dei maestri (Meisterhäuser).

​Questo profondo legame scientifico ed emotivo con Dessau ha accompagnato mio padre per tutta la vita, traducendosi anche in proposte progettuali concrete: nel 2015, con lo studio PCA (insieme agli architetti Francesco Farella e Sante Cutecchia), partecipò al concorso internazionale per il nuovo Bauhaus Museum Dessau, riaffermando che il patrimonio ideativo del Bauhaus era una lezione viva, da interrogare continuamente per progettare il futuro della città contemporanea. 

​Nel suo insegnamento, la grande scuola di Dessau non è mai rimasta un ricordo del passato, ma un monito permanente per ogni architetto: progettare non significa decorare, ma dare forma allo spazio pubblico, dignità all’abitare e risposta alle esigenze della collettività.

Aggiornato il 06 agosto 2026 alle ore 15:40