In ogni territorio culturale, e segnatamente quello dell’arte, vi sono personalità quasi ignorate o minimamente conosciute. Difficile capire la ragione di tale oscurità, ma si può individuare. Non creatori di arte immediatamente percepibile, orecchiabile, nella quale, ad esempio, trattandosi di musica, vi sono manifestazioni riproducibili facilmente, motivi.
Anton Bruckner non è ampiamente conosciuto, anche se ha un nome da non ignorare e non ignorato. Ma dubito che si conosca platealmente la sua opera. Anzi direi che non la si conosce o scarsamente. Fu un celebrato organista ma la notorietà, la fama che ebbe quale organista, lo rese infelice a maggior ragione, in quanto fu sconosciuto quale compositore. Effettivamente era difficile ed è difficile riconoscerlo come compositore per il pubblico all’ingrosso. Non ha niente del compositore che precisa motivi orecchiabili, fischiettabili. La sua orchestrazione è immensa, sonora, ma anche del tutto introversa come se componesse per stesso, in una solitudine assorta che esplode in movimenti potentemente energici, pieni, irrompenti.
Ad esempio, nella Quarta Sinfonia vi è un ritmare possente, esplosivo, che succede a peripezie minime. Uno scoppio d’umore e di vitalità, di forza in un personaggio che rimaneva comunque mesto, deluso, sconfortato. Una vittoria sulla depressione, tanto più violenta quanto maggiore era la malinconia, una momentanea potenza che poi rientra nella mestizia consueta e solitaria. Durante la sua esistenza ebbe perfino ricoveri per turbe mentali, era di certo un nevrotico ossessivo, sfiduciato, con ostacoli, ostracismi, incomprensioni, addirittura spregio, ed in epoca nella quale l’Austria e specialmente la Germania suscitavano genialità Bruckner tentava la sommità. Deludendosi.
La Sua opera confrontabile con i maggiori risultati del sinfonismo è la Sesta o Settima Sinfonia (la numerazione ha questa definizione ambigua). I momenti dell’apertura ariosi, se dovessi tradurli in immagini è il risveglio mattiniero vedendo il sole, è un’apertura soleggiata, spalancare la finestra e vedere il cielo. Senza indicare accostamenti, ma potrebbe essere legittima la comparazione, somiglia all’apertura della Sesta Sinfonia di Beethoven, “La Pastorale”; in Bruckner la natura, la luce, il cielo, hanno sempre un aspetto introvertito, malinconico, mentre in Beethoven vi è sempre lo slancio di vivere, almeno in musica.
Dopo quella apertura, un percorso totalmente solitario. Per Bruckner non esiste l’ascoltatore, suona e canta, per così dire, per se stesso. La sua solitudine è quella del suonatore d’organo che si rivolge più a Dio che agli uomini. In questo percorso lungo, strenuo, stremato, una svolta che raggiunge i vertici delle composizioni, degna delle massime espressioni dei massimi musicisti, solitudine, nostalgia, desiderio timido di felicità, depressione e soprattutto e sempre solitudine. La musica gli faceva compagnia, come accennavo, è un uomo che canta e suona per se stesso e per farsi di se stesso compagno. Proprio si avverte che Bruckner compone per ascoltare la propria musica e la musica è la sua compagna. Un incontro che resta solitario, una solitudine che comunica a se stessa la solitudine. Accade sopra tutti nei musicisti. Schubert, nell’Ottava Sinfonia, “L’incompiuta”, ha un momento di questa solitudine che parla con se stessa. Ed un altro musicista, anch’egli celebrato organista, in una sinfonia, la Sinfonia in re minore, Cesar Franck, ha questa musica per se stesso, meno introvertita di quella di Bruckner, ma con gli stessi scoppi di sonorità e le svolte malinconiche. Sono sinfonie anomale rispetto alle sinfonie classiche di Mozart, Beethoven, Haydn e anche di Schubert, Schumann, Brahms, Mendelssohn, Cajkovskij, Berlioz, Dvořák. L’influsso, in Bruckner, è quello di Richard Wagner, la musica continua, l’orchestrazione piena, ampiamente sonora.
E Bruckner invocava il giudizio di Wagner, Wagner lo trattava con una certa impazienza ma lo stimava, lo definì il maggior sinfonista dopo Beethoven, anche vituperare l’odiatissimo Brahms, che, a sua volta, spregiava Wagner e umiliava nel giudizio Bruckner. La Sesta o Settima Sinfonia di Bruckner è degna del massimo sinfonismo. Non che in Bruckner manchino altre opere degne, specialmente a carattere religioso, ma sono effettivamente come chiuse, non c’è alcuna concessione all’ascoltatore. Musica per se stesso di totale introversione. Bisogna pervenire a Mahler per averne al pari, e Mahler stimava ed eseguiva Bruckner.
Al termine dell’esistenza Bruckner fu riconosciuto, scelto dai maggiori direttori. Era di salute scadente, di nevrosi vasta. Troppo tardi, il successo (1824-1896). Alle cerimonie funebri venne suonata parte della Settima Sinfonia. Sarà ascoltata finché esisterà l’umanità.
Un argomento essenziale. La musica è di tutte le espressioni artistiche, quella che manca adeguatamente nelle nostre scuole. Un assurdo. Per cogliere, ad esempio, la dialettica, vi sono delle opere che la palesano in modo esemplare. Lo svolgimento, trarre da una “cosa” altra, metterle insieme, dipanarle, svolgerle coerentemente, appunto dialettica. Non esiste manifestazione logica come la musica. Ad esempio, Beethoven non è il più grande compositore come invenzioni tematiche, essendo tra i più grandi, intendiamoci, ma è di gran lunga il più grande compositore nello svolgimento dei temi; li varia, li scompone, li riprende, come fosse inevitabile quello svolgimento. La logica fatta musica, lo sviluppo coerente, anche se variato.
La Sesta Sinfonia di Bruckner rispetta questa logica. Non è un accostamento di motivi, ma una derivazione, logica, appunto. Essendo una logica sensibile, emozionale, vale più della logica puramente razionale. Imparare la logica mediante la logica musicale. Amando la musica.
Aggiornato il 28 maggio 2026 alle ore 13:55
