Sottosuolo. “Songs to Scream at the Sun”: mai compromettersi

È un lunedì come tutti gli altri: la sveglia è più impertinente del solito, il caffè sembra più leggero e la sedia della redazione più scomoda. A dir la verità, qualcosa di diverso c’è. Una gita fuori porta nel weekend mi ha riportato sulle frequenze di Songs to Scream at the Sun (2008) degli Have Heart, l’ultimo disco della hardcore band di Boston, Massachusetts. Un album che ha rivoluzionato l’hardcore contemporaneo e proiettato il quintetto guidato da Pat Flynn nell’olimpo delle punk band americane. Gli Have Heart hanno registrato le 10 canzoni che compongono il disco – per un totale di 21 minuti e poco più – ai GodCity Studios di Kurt Ballou. Il chitarrista dei Converge è probabilmente il produttore più forte della sua generazione, e con Songs to Scream at the Sun ha decisamente composto la sua Gioconda. Non esiste in alcun negozio di dischi un album che suona più sincero, dinamico e pesante del disco sophomore degli Have Heart. Anche grazie alla filosofia bostoniana che la band ha ereditato dalle leggende del punk della città della east coast, come SSD, Gang Green e Slapshot: suonare bene, suonare forte, comunicare. Per questo non serve nessun trucchetto, solo chitarra, basso, batteria e un microfono rimediato da qualche parte.

Songs to Scream at the Sun ha rimesso Boston sulla mappa dell’hardcore, in quella che verrà poi definita la corrente del new age hardcore. In un momento in cui tanti gruppi americani flirtavano con suoni soft e testi meno impegnati, per provare a raggiungere un successo sempre più ampio, gli Have Heart non si sono compromessi. Tuttalpiù si sono evoluti, e sono stati “premiati” con la posizione numero 193 nella Billboard 200. Un successo commerciale enorme, per gli standard del genere. È impressionante la velocità con cui Flynn ha migliorato lo stile e il contenuto dei suoi testi nell’arco di appena due anni. Se nell’esordio di The Things We Carry (2006) gli Have Heart hanno trattato temi come lo straight edge, l’essere in tour, la comunità e la politica, in Songs to Scream tutte le canzoni sono legate da un filo conduttore: l’inesorabilità del tempo. Pat Flynn è riuscito, in poco più di 20 minuti, a ragionare su come lo scorrere del tempo lascia sfigurate la maggior parte delle relazioni tra esseri umani. La lirica degli Have Heart si è presentata più cupa e cinica che mai, e molto probabilmente ha spinto l’intera scena hardcore verso spiagge più emotive ed empowering. Con Songs to Scream hanno esordito su larga scala tematiche che tuttora vengono trattate dai gruppi hc contemporanei, a discapito del tough guy hardcore che andava di moda a inizio anni Duemila.

Songs to Scream a the Sun è uno di quei dischi che, dopo averlo sentito una volta, fa venir voglia di rimetterlo da capo. Dalla transizione immacolata fra l’opening track The Same Son all’emozionante Bostons, Dagli alberi che scorrono nel finestrino di Pave Paradise fino alla toccante Brotherly Love, e così via. L’ultimo album degli Have Heart racchiude la capacità di proiettare l’ascoltatore nel passato, tra ricordi e sensazioni. The Same Sun conclude il disco, ricordandoci come tutti gli uomini condividono traumi e momenti difficili, che spesso restano nascosti e irrisolti per vergogna o paura (Unseen, unsung under the same sun). “Dove niente è tutto e tutto è niente: risvegliati, anima mia, e canta”: così si conclude Songs to Scream at the Sun. Un finale aperto, che lascia l’ascoltatore scosso e sconfitto, dopo essere stato travolto dalla potenza musicale ed emotiva del disco. Un finale ancora più agrodolce, visto che gli Have Heart non hanno mai più registrato nulla insieme. Un finale che, in fin dei conti, va bene così.

Aggiornato il 25 maggio 2026 alle ore 17:47