Nevelson e il legno delle meraviglie

Fino al 21 luglio 2013 a Palazzo Sciarra (sede della Fondazione Roma Museo, in via del Corso a Roma) sarà possibile visitare l'affascinante mostra monografica della scultrice, ebrea e proto femminista, Louise Nevelson, nata nel 1899 nella Russia zarista ed emigrata in America nei primissimi anni del '900. La prima, violenta impressione, che si ottiene osservando le sue sculture in legno monocromatico (dipinte in nero antracite, con qualche intensa schiarita di bianco violento e di rari saggi policromi), è quella di ritrovarsi, per un verso, nelle spire del dinamismo cosmico di Dushamp e, dall’altro, nelle trame del cubismo ispirato di Picasso e Bracque. Entrambi gli stili sono sospinti fino alle estreme conseguenze, nei ragionamenti formulati dalla Nevelson, attraverso innumerevoli bassorilievi, ebbri di forme in continuo divenire, in cui l'occhio e la mente fanno fatica a inseguire l'oggetto artistico, che rimane perennemente sfuggente e cangiante.

La Nevelson costruisce l'opera come una parete animata, densa di concetti volumetrici del fare e della conservazione monumentale di oggetti d'uso, rapiti alle discariche del consumismo moderno. Senza soluzioni di continuità, la narrazione artistica raccoglie -comprimendole, incastrandole e sovrapponendole tra di loro- le più varie suppellettili e oggetti in legno, che trovano ospitalità in tutte le case del mondo. Ed è proprio questa "confidenza" con le cose più umili del vissuto ordinario, a essere sconvolta dai meccanismi combinatori, che l'artista sceglie di sperimentare, prosciugando il letto in cui scorre, quotidianamente, la vita anonima di miliardi di persone nel mondo. La Nevelson porta allo scoperto la trama apparentemente disordinata dell'acciottolato di pietre, che pavimenta da milioni di anni i torrenti sensoriali, ora calmi, ora impetuosi, delle tante vite umane, presenti, passate e future, che hanno avuto o avranno corso su questa terra.

Per raccontare questa storia collettiva, l'artista manipola gli oggetti con i quali quegli esseri senzienti hanno vissuto, avvolto i loro volumi corporei, forgiato i beni terreni. Gli strumenti d'opera (come le punte magnificate dei giravite, o dei cunei da falegname) sono incasellati in un ordine cartesiano, eppure caotico, in riquadri di tutte le dimensioni, ordinati su immense pareti attrezzate. I suoi inanimati protagonisti sono spezzoni di porte, spalliere e testate intarsiate (o piatte), legni comunque recuperati da oggetti vari d'arredo, in cui dominano, come incontrastate protagoniste, sedie in legno di tutte le fogge e gli stili del modernariato. La tessitura è arricchita e impreziosita da semplici tavole di ogni misura e spessore, tenute assieme in riquadri, scatole aperte, totem di ogni foggia e taglia, figure antropomorfe, riesumate con grande sapienza dall'arte dei Maya e precolombiana. Tutti gli elementi "certi" (riconoscibili, cioè per i loro volumi tipizzati, come gli schienali delle sedie, presentati con le spalliere rovesciate, dirette a invadere lo spazio dell'osservatore, con le loro robuste, ma leggere concavità e flessuosità) sono separati, o violentati, da bastoni verticali/orizzontali sagomati, che ricordano un'orchestra di scettri, voluttuosamente lavorati a tutto tondo, per ribadire un potere fallico di presenza umana nel mondo animato e inanimato che ci circonda.

Più spesso, le pareti finemente lavorate inventano un pentagramma, i cui toni timbrici sono rappresentati da una miriade di lettere cuneiformi, o da minuscole sfere, disciplinate in filari rigorosi, la cui enumerazione conta le battute della partitura, al pari di un metronomo privo di pendolo, per una successione di strumenti musicali perfettamente.. muti! Le sale d'esposizione sono dominate da Dolmen decostruiti e rimontati per giustapposizione delle loro parti scheggiate, come certe concrezioni verticali di calcare roccioso, forti e complicate come l'esistenza stessa. Nella perfetta geometria dei riquadri, forme rincorrono altre forme. Rettangoli allungati che contengono fraseggi complessi di luoghi geometrici, mentre altri parallelepipedi creano un reticolo tridimensionale di volumi, che simula un gioco di legni, in cui vince il segno più strano e imprevedibile. Alcune costruzioni ricordano i pezzi del gioco degli scacchi, con Alfieri, torri, re e regine rigorosamente senza volto, alla De Chirico. In altri soggetti ancora, la bellezza delle pareti decorative intagliate lascia senza fiato, in attesa che un Mondrian o un Picasso sconvolgano quella calma assoluta con i loro i colori d'incanto, aggiungendo il fascino dell'iride ai profondi, immutabili chiaroscuri della scena. Insomma, un'esperienza da non lasciar cadere, quest'occasione offerta al pubblico romano dalla Fondazione Roma Museo, per conoscere un'artista formidabile, che ha lasciato un segno indelebile, nella scultura moderna del XX sec.

Aggiornato il 01 aprile 2017 alle ore 15:33