Quando Ian Curtis si è tolto la vita, il 18 maggio di 46 anni fa, non sapeva che avrebbe messo la parola “fine” alla sua band, i Joy Division. Ma il finale drammatico, e all’apparenza ineluttabile, riservato al quartetto di Manchester è stato anche l’inizio di una rivoluzione culturale a tutto tondo, partita (come spesso è accaduto) dal Regno Unito. I Joy Division, colpiti dal suicidio di Curtis poco prima di partire per il loro primo tour negli Stati Uniti, sono riusciti a condensare in due album – Unknown Pleasures (1979) e il postumo Closer (1980) – la condizione umana dell’epoca. Le melodie cupe e rarefatte, contrapposte alla voce densa e baritonale di Curtis, hanno donato un senso di tridimensionalità alle registrazioni della band britannica, che è riuscita, in una manciata di mesi, a mettere con la propria arte uno specchio davanti alla gioventù inglese di fine anni Settanta, dicendogli: voi siete questo. I Joy Division sono nati nella (allora nuovissima) scena punk inglese, tra i concerti dei Sex Pistols e dei mancuniani Buzzcocks, rifiutandone i canoni estetici e, soprattutto, disprezzando la macchina dell’intrattenimento che ne scaturiva. Ian Curtis nelle sue canzoni parlava di altro: di sentimenti, di paura di poesia. Di un mondo che, se esistevi o no, alla fine, poco gliene importava. La musica dei Joy Division ha assorbito totalmente lo zeitgeist dell’Inghilterra post-industriale: dalla rabbia politica, esterna, della prima wave di punk inglese, alla rabbia esistenziale, interna, del quartetto di Manchester.
Il tema centrale della poetica dei Joy Division è la malattia. Un argomento intimo per Ian Curtis, che ha sofferto nella parte finale della sua vita di frequenti attacchi epilettici. Riascoltando brani come She’s Lost Control, Disorder e Atmosphere si può intendere quanto l’epilessia sia stata la croce su cui Curtis si è inchiodato. Unknown Pleasures è stato il testamento in vita di un giovane cantante e della sua potenza creativa fuori dal comune. Una creatività che, come un virus, ha distrutto il suo portatore. Love Will Tear Us Apart, il singolo di maggior successo della band, racconta il patto alchemico tra Ian Curtis e la sua poetica: sofferenza in cambio di arte. Sofferenza che lo ha portato a commettere l’estremo gesto quando ancora non aveva 24 anni, il 18 maggio 1980. Curtis ci ha lasciato troppo presto, ma la sua voce non è mai svanita del tutto. Perché l’arte nata dalla sofferenza è fatta per superare la prova del tempo.
Aggiornato il 18 maggio 2026 alle ore 15:52
