Con il libro Internati senza guerra, la scrittrice Dina Turco riporta alla luce una pagina poco conosciuta della storia italiana: quella del Campo “S” di Taranto, dove migliaia di ex combattenti rimasero internati anche dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Attraverso una ricerca documentale rigorosa e una narrazione che intreccia memoria, testimonianze e umanità, l’autrice ricostruisce le sofferenze dei prigionieri e il valore della solidarietà che seppe superare le divisioni ideologiche.
A ottant’anni dalla fine dell’internamento, il suo libro invita a interrogarsi sul significato della libertà, sulla responsabilità di custodire la verità storica e sulla possibilità di costruire una pace autentica, affidando soprattutto alle nuove generazioni il compito di non dimenticare.
Internati senza guerra è un titolo che suscita immediatamente interrogativi e richiama una condizione umana complessa. Come nasce l’idea di questo libro e quale significato ha per lei il titolo?
La vicenda del Campo “S” si svolge, nella parte cruciale e più critica, tra il 13 febbraio ed il 13 aprile del 1946. La guerra era terminata ad aprile del 1945, e subito dopo la disamina delle posizioni di ogni ex combattente avrebbe dovuto essere terminata con un verdetto e la libertà o la pena. Ed invece la peregrinazione e l’internamento degli ex soldati di una guerra finita, perdurò sino al 13 aprile del ‘46. Fu un’ingiustizia, una pena comminata senza giudici, in molti casi a dei giovanissimi italiani che si erano arruolati da minorenni. Riportare il racconto sul campo “S” alla verità documentata era doveroso, da parte mia, sia per il cappellano militare Don Bruno Falloni che è mio prozio, sia per quei reduci che ho conosciuto nel 1997, quando si recarono a Taranto per ringraziare l’allora arcivescovo Monsignor Guglielmo Motolese e tutta la città di Taranto.
Il 2026 segna l’80° anniversario della fine dell’internamento al Campo “S”. Quanto è importante riportare oggi l’attenzione su questa pagina di storia e quali aspetti ritiene siano ancora poco conosciuti?
Il mio intento, al di là di ogni contezza politica, giurisprudenziale e storica, è di porre in luce la concretezza di un modello di pace possibile. La vicinanza che il Vescovado in primis e a seguire la Croce Rossa Italiana, il Comitato di Liberazione Nazionale e la popolazione espressero a quei diecimila giovani ex fascisti all’indomani della II guerra mondiale, ci mostra il viatico attraverso cui realizzare un nuovo mondo.
La filantropia è una filosofia di vita che va praticata. E il risultato è sorprendentemente nella direttrice della pace, della pacifica convivenza, a dispetto di ogni separazione religiosa, politica o ideologica. Noi storici e ricercatori ci impegniamo a trovare il collegamento alla via maestra di ogni vicolo cieco in cui ci si imbatte nello studio del campo “S”.
A proposito di Celso Bellemi, ragazzo ferito dalla sentinella, ancora ci chiediamo dove morì, come esattamente morì, quali responsabilità assunse il governo e quali il comando britannico. Ancora resta un dubbio documentale sui russi del campo, quelli che sarebbero periti al rientro in Patria. Tutto plausibile ma non pienamente provato. È per questo che la ricerca non può fermarsi. Se non restituiamo al racconto storico la vicenda del campo “S” in tutta la sua verità, dobbiamo ammettere di non poter terminare le ricerche.
Nella presentazione del libro compare un passaggio evocativo, in cui la natura sembra riflettere una ferita ancora aperta e un evento imminente. Come ha lavorato per ricostruire l’atmosfera di quel periodo e trasformare la memoria storica in narrazione letteraria?
Poiché nel 1997 fui l’unica giornalista ammessa al raduno dei reduci del Campo “S”, ho provato il loro dolore ascoltandoli, ho sentito la loro rabbia dopo il ferimento del prigioniero attraverso quel senso di impotenza di fronte al giovane che perdeva la vita.
Ho sentito dalle loro voci quella storia che conoscevo attraverso lo studio delle carte. Poi, da scrittrice di lungo corso, ho verificato il clima, ho letto le lettere scritte a Don Bruno, ho stimato con i mezzi possibili il meteo e le velocità ma, soprattutto, ho letto tantissimi giornali dell’epoca, ascoltato testimonianze di terzi che facevano servizio al campo, per esempio, nel trasporto di acqua potabile, analizzato le tracce dell’Istituto Luce e studiato i report della Croce Rossa internazionale, che offrono uno spaccato realistico e verificato delle condizioni nel campo “S”.
Le vicende dell’internamento ci portano a riflettere sulla privazione della libertà e sulla fragilità dell’individuo di fronte agli eventi storici. Quali dimensioni umane ha voluto mettere maggiormente in luce attraverso i suoi personaggi e le loro storie?
La cattività cui furono sottoposti gli “internati senza guerra” del Campo “S” li espose ad una condizione inumana perché, alla prigionia, si univa la fame, la malattia, l’impossibilità di conoscere il futuro cui erano stati destinati e la lontananza, a volte da 3 o 4 anni, dalle famiglie. Alcuni scapparono ad ogni costo, e nel mio libro li vedi saltare dal treno come balle di fieno tra l’erba mentre gli inglesi sparano per colpirli, altri accettarono il destino finché ne ebbero la forza.
Don Bruno Falloni restò lucido, realista e con fede incrollabile, ma predicava restando coricato perché magrissimo, sofferente per la costrizione dell’internamento e l’indocilità delle sentinelle. C’è il racconto di tutta la più varia umanità, nella mia versione letteraria della storia del Campo “S”, ma Don Bruno resta il faro, la bussola. Da lui si parte e a lui si giunge.
In un mondo ancora attraversato da conflitti, persecuzioni e violazioni dei diritti umani, quale messaggio può trasmetterci oggi la storia raccontata in Internati senza guerra? Esiste il rischio che alcune lezioni del passato non siano state pienamente comprese?
È evidente che le lezioni del passato siano state dimenticate dopo essere state mal interpretate. La storia la fanno gli uomini, la subiscono i vinti e la falsificano i vincitori. Fonti riesumate successivamente riallineano il tutto solo se c’è indipendenza morale e culturale.
Internati senza guerra è un percorso storico-geografico con approdo a Taranto, è la “visualizzazione” attraverso le parole, di carri bestiame in cui sono stivati uomini e i loro pensieri. È rappresentazione della guerra come desolazione, tristezza, ma è luogo anche del conforto umano, religioso e della speranza di ritorno alla pace. Ma nella convulsa lettura delle carte, qualcuno ci ha messo una pietra sopra, l’ha legata col filo spinato della cattiva politica e ha tentato di occultarla.
Le lezioni del passato dovevano essere comprese e, invece, le ha compresse il rigore clastico dell’opportunismo.
Se dovesse affidare ai giovani un solo messaggio attraverso questo libro, quale sceglierebbe? E quale responsabilità hanno oggi gli scrittori nel custodire la memoria e impedire che determinate tragedie vengano dimenticate?
Internati senza guerra è un titolo che vuole suggerire la pace. La copertina ne è palesemente un manifesto: un bambino ha conosciuto quella storia ed è pensoso sui binari che riportarono verso la libertà i diecimila internati, ufficialmente denominati “Prigionieri di Guerra” (POW) ma senza guerra. Quei binari oggi sono inattivi, ma devono tornare ad essere luogo della memoria e della riflessione.
L’azione umanitaria che questo internamento senza guerra causò è lezione per i giovani: esiste una pace possibile. A sostenere il diritto all’esistenza e alla dignità umana degli ex fascisti, furono gli antifascisti. Il paradosso è che oggi si utilizza il fascismo ormai sepolto, per inutili battaglie di potere che rendono la politica fortemente divisiva, ostica ai giovani.
Gli scrittori devono custodire la memoria con la cura del buon padre e l’amore della buona madre di famiglia. Chi scrive ha il dovere della verità e quando non adempie, ingrassa gli ingranaggi della possibile reiterazione di tragedie come quella che visse Taranto nel ’46.
(*) Internati senza guerra di Dina Turco, edizioni Youcanprint, pagine 82, euro 10,00
Aggiornato il 05 novembre 2026 alle ore 13:38
