Annalena Benini, la curatrice di rubriche sul Foglio fondato da Giuliano Ferrara e adesso diretto da Claudio Cerasa, commenta un inserto nel quale, sulla scorta della pellicola cinematografica di Sir Christopher Edward Nolan in questi giorni nelle sale, ripropone l’Odissea di Omero, in una versione contemporanea. Non incontra del tutto il mio gusto, legato ormai ai versi di Ippolito Pindemonte, il “gran traduttor dei traduttor d’Omero”, secondo l’ironia di Ugo Foscolo, nato nell’isola greca di Zante, quasi un’Itaca, tra l’altro negli stessi anni di Dionysios Solomos, il poeta greco a lui coevo, autore di quel canto alla libertà che è l’attuale Inno nazionale ellenico. Annalena Benini premette poche righe d’introduzione nelle quali dipinge la psicologia, lo stato d’animo di Ulisse, secondo la descrizione omerica: “Un uomo moderno, ansioso, che ha paura di invecchiare, che è già invecchiato e teme di non essere riconosciuto, teme di non essere più polytropos, cioè l’uomo dalle molte svolte, con quel suo modo di pensare ed agire tortuoso, complesso e pieno di digressioni (come l’Odissea, come un romanzo, come la storia di un esilio)”.
Tutti noi siamo molte cose, ma io, di certo, non sono un filologo. Mi pare, però, a occhio e croce, essere arduo vedere un essere umano attuale in uno dell’età del bronzo; a meno che non si giudichi la natura del bipede sempre la stessa, dall’acquisto della posizione eretta da parte di alcune scimmie a Elon Musk, il quale vuole arrivare a camminare su Marte. In effetti, ho conosciuto molti miei contemporanei paurosi d’invecchiare, in genere tutti coloro i quali si tingono i capelli, usano “riportarli” o mettere parrucchini. Io non sono siffatto. Non ho mai avuto questo timore e quando, per effetto di un ictus, sono in pratica divenuto immobile, nemmeno allora. Questa autrice dipinge un Ulisse, il quale scansa lontano da sé la sola idea della morte. La sua idea fissa è tornare a casa. Io che, al contrario di Ulisse non sono un eroe, se c’è una cosa di cui non ho timore è il trapasso. Forse perché sono già nella mia casa avita, ma soprattutto in quanto mi sento quanto sono: un essere animato e incarnato, il quale ha compiuto un suo viaggio in questa dimensione e non vede cosa deve temere a passare in un’altra. So poco su quell’altra, ma ciò non mi spaventa, mi rende curioso. Se ci fosse il nulla? Non lo penso ma, se anche fosse, come disse Epicuro, proprio non c’è nulla da temere.
Aggiornato il 03 agosto 2026 alle ore 13:50
