Barra: “Conoscere e curare tutte le persone con dipendenza”

Intervista al fondatore di Villa Maraini

In occasione della Giornata Internazionale contro l’abuso e il traffico illecito di droga abbiamo intervistato Massimo Barra, fondatore di Villa Maraini, storico centro della Croce Rossa Italiana impegnato nell’assistenza alle persone con dipendenze. Dalla prevenzione tra i giovani alla riduzione del danno, fino alle carenze del sistema sanitario, Barra racconta cinquant’anni di esperienza sul campo.

La prevenzione tra i giovani è uno dei temi centrali della Giornata Internazionale della Droga. Quali strumenti ritiene più efficaci per parlare di droghe agli adolescenti senza ricorrere a messaggi semplicistici o allarmistici?
C’è un problema di fondo: chi vuole vendere un prodotto deve innanzitutto farlo conoscere. Per questo identificare la prevenzione con la semplice conoscenza delle droghe, anche se scientificamente corretta, secondo me è un errore. Distinguerei tra prevenzione specifica e prevenzione aspecifica. Investirei soprattutto sulla seconda: non quella che parla di droga, ma quella che insegna ai ragazzi a distinguere il bene dal male, il lecito dall’illecito, ciò che è utile da ciò che è dannoso. In una parola: educazione civica.

Qual è oggi la situazione delle dipendenze in Italia rispetto a quarant’anni fa? Quali sono i cambiamenti più significativi che avete osservato attraverso il lavoro di Villa Maraini?
Le grandi droghe dell’umanità sono sempre le stesse: oppiacei, cannabis, cocaina, alcol e nicotina. L’uomo le consuma fin dai tempi di Noè. Poi possono cambiare le molecole, si aggiunge un gruppo chimico o un altro, ma la sostanza è quella. L’umanità continua a coltivare le piante da cui derivano queste sostanze perché esercitano un fascino enorme: si guarda agli effetti apparentemente positivi e si ignorano quelli negativi. Poi, però, i danni individuali e collettivi diventano predominanti e il conto arriva sempre.

Villa Maraini è stata pioniera nella distribuzione di siringhe sterili. C’è chi sostiene che distribuirle favorisca il consumo. Perché questa critica non tiene conto della realtà?
Perché una siringa non fa diventare tossicodipendente nessuno. Noi la diamo a chi già si droga, non a chi non si droga. L’obiettivo è evitare danni irreversibili. A Roma questa strategia ha dato risultati straordinari. Quando ero giovane circa l’80 per cento dei consumatori era positivo all’epatite C. Oggi siamo sotto il 20 per cento e puntiamo all’eradicazione, anche grazie ai nuovi farmaci antivirali. Sono risultati clamorosi.

Cosa pensa della distribuzione di pipe per il crack come strumento di riduzione del danno?
Sono iniziative che considero più simboliche che realmente utili. Molto rumore per nulla.

Qual è oggi la droga che la preoccupa di più e perché?
Il crack. Storicamente l’umanità ha alternato sostanze sedative e sostanze eccitanti. Oggi siamo in pieno boom degli stimolanti. Per le dipendenze da oppiacei disponiamo di strumenti efficaci, come il metadone. Per il crack, invece, non abbiamo terapie altrettanto efficaci. È la sostanza che oggi ci preoccupa maggiormente.

Quanto conta il sostegno psicologico rispetto alle cure farmacologiche nel recupero dalla dipendenza?
Servono entrambi. Non si può dire che uno sia più importante dell’altro. Se una persona è in astinenza da eroina, il trattamento farmacologico è fondamentale. Ma il sostegno psicologico è indispensabile per evitare che entri in una spirale dalla quale rischia di non uscire più.

Se potesse cambiare una sola cosa nelle politiche italiane sulle dipendenze, quale sarebbe?
Favorire l’accesso alle cure eliminando tutti gli ostacoli burocratici: liste d’attesa, competenze territoriali e procedure inutili. L’interesse del Paese è conoscere e curare tutti i tossicodipendenti. Se una persona trova il coraggio di chiedere aiuto allo Stato, bisognerebbe fare i fuochi d’artificio dalla soddisfazione. Invece troppo spesso si sente rispondere: “Torni tra due mesi”. Questo è puro masochismo.

Qual è il servizio che oggi manca maggiormente alle persone che cercano di uscire dalla dipendenza?
Mancano posti letto. A Roma ci sono persone tossicodipendenti che non sanno dove dormire. Bisognerebbe garantire un’accoglienza stabile, anche in strutture semplici. La sicurezza si costruisce evitando che le persone vengano lasciate allo sbando.

Quanto è diffuso oggi il consumo di droghe tra gli adolescenti rispetto a dieci o vent’anni fa?
Molto più diffuso, sia per le sostanze illegali sia per quelle legali, come l’alcol. Mi colpisce soprattutto lo stile di vita notturno. La notte dovrebbe servire per dormire. Oggi invece molti ragazzi trascorrono le notti fuori casa e il giorno dopo ne pagano le conseguenze. Anche questa è una questione di prevenzione.

Quali sono i segnali che dovrebbero mettere in allarme genitori e insegnanti?
I cambiamenti improvvisi dell’umore e del comportamento. L’adolescenza è fatta naturalmente di alti e bassi, ma quando queste oscillazioni diventano estreme e incontrollabili bisogna prestare attenzione.

Ritiene che oggi i rischi della marijuana siano sottovalutati?
Sì. Spesso si parla di cannabis senza considerare la concentrazione del principio attivo. Qualunque sostanza agisca sul cervello è potenzialmente dannosa. Da giovani magari non se ne percepiscono gli effetti, ma il sistema nervoso è il bene più prezioso che abbiamo e va tutelato. La differenza tra droghe leggere e droghe pesanti, secondo me, ha sempre meno significato.

Perché l’alcol continua a essere percepito come meno pericoloso di altre sostanze pur causando tanti problemi sanitari e sociali?
Perché è legale. Ma al cervello non importa se una sostanza è legale o illegale: conta l’effetto che produce. L’alcol, sotto il profilo della tossicità, è una delle sostanze più dannose. Non credo che il proibizionismo sia una soluzione. La risposta resta sempre la prevenzione, intesa come educazione alla salute, al rispetto di sé e degli altri.

Quali pregiudizi persistono ancora nell’opinione pubblica?
Lo stigma è ancora fortissimo. Le persone con dipendenza vengono spesso escluse e discriminate. Curarle è nell’interesse di tutta la società. Un tossicodipendente sconosciuto è molto più pericoloso di uno seguito dai servizi. Bisogna abolire le liste d’attesa e superare il concetto burocratico di competenza territoriale. Se una persona chiede aiuto, va aiutata subito, indipendentemente dal quartiere o dalla Asl di appartenenza.

Si può parlare di una percentuale di successo nel recupero?
Ho sempre parlato della “legge del 33 per cento”. Dopo molti anni di dipendenza, circa un terzo delle persone muore, un terzo continua a fare uso di droga e un terzo riesce a uscirne. Non è una legge scientifica, ma è una stima che deriva dall’esperienza maturata con decine di migliaia di persone incontrate in questi anni.

Che rapporto ha con i ragazzi che incontra?
Molto bello. Sanno che sto dalla loro parte e che il mio obiettivo è aiutarli. Mi sento apprezzato. Recentemente mi hanno scritto dal carcere di Civitavecchia dicendomi: “Qui tutti sanno quello che fai, sei un mito”. Sono parole che fanno piacere e che ripagano di tanti anni di lavoro.

Aggiornato il 01 luglio 2026 alle ore 11:19