Antico Regno egizio, costruzione delle piramidi, 2700-2192 avanti Cristo, 508 anni;
Impero assiro, 934-609 avanti Cristo, 325 anni;
Secondo impero neo-babilonese, Nabucodonosor, 626-539 avanti Cristo, 87 anni;
Impero persiano, Ciro il Grande, 550-330 avanti Cristo, 220 anni;
Impero macedone, Alessandro Magno, 336-148 avanti Cristo, 188 anni;
Impero romano occidentale, 27 avanti Cristo-456 dopo Cristo, 503 anni;
Impero ottomano, 1299 -1922, 623 anni;
Impero austriaco, 1804-1918, 114 anni;
Regno due Sicilie, 1816-1861, 45 anni;
Cee, Unione europea, 1957-2026, 69 anni;
Abbiamo voluto riportare nel titolo la riflessione biblica (Ecclesiaste 3:15) che con superba semplicità esprime l’evolversi delle condizioni situazionali interpretabili come nuovismi ma, in effetti, la loro stessa intima essenza ne presuppone nascita, evoluzione, apice e tramonto. Una legge naturale che coinvolge qualsiasi attività umana in cui il sarà è già stato e ciò che è sarà finito. Nel breve elenco approntato tutto si è concluso, salvo la moderna Unione europea che, ad ogni crisi in cui è interessata, contempla sicuri rinnovamenti, estesi propositi per il futuro, allettanti orizzonti e radiosi avvenire. Di fatto, uno sprovveduto riconoscimento di un’Unione fragile, che per la logica delle cose, cioè del pensiero, ha un futuro non futuribile, si tramuta ancor più in sostanziali criticità e ulteriori difficoltà. Potremmo proseguire ad occuparci della Ue ma non è tra le priorità del nostro pensare, ritenendola soggetto e questione avviata, non domani, verso la dissoluzione. Certo, ce ne interesseremo in seguito non fosse altro per puntualizzare responsabilità, limiti e futuro.
Intanto, è opportuno chiarire che parlare di europeismo è cosa diversa e distante dall’Europa in quanto tale, per essere drastici e chiari utilizziamo un concetto di Zygmunt Bauman: “La società in cui viviamo è il nostro suolo, il nostro spazio morale e ci sembra che morendo ci resti in qualche modo il nostro vuoto”. Ecco, la nostra angoscia per il domani dell’Europa è parallela al nostro auspicato tramonto per l’Europeismo. In effetti, tutto quello che è sarà finito. Storia, civiltà, tradizione dell’Europa nulla hanno a che fare con l’europeismo che alcuni interpretano come ideologia, noi, solo come una struttura di sopravvivenza, a conduzione condominiale, maldisposta verso l’essere e l’essenza dell’Europa. Del resto, il concetto europeismo trova cittadinanza tra le due guerre mondiali ma si afferma solo a partire dagli anni Cinquanta.
Dopo decenni dal termine del secondo conflitto mondiale, già da tempo, l’espressione Occidente non configura più omogeneità tra Nord America ed Europa, le sponde atlantiche non parlano più lo stesso linguaggio, non prefigurano strategie collimanti e non percorrono lo stesso cammino verso il futuro. Il tutto, al di là della teatralità di Donald Trump, non è riconducibile solo alla sua amministrazione. Difficoltà e incomprensioni Nato datano qualche lustro fino all’odierna europeista insensatezza: dai riarmi, ai costi, alla disomogeneità delle forze nazionali, all’inadeguatezza operativa e, in mancanza degli Usa, difficilmente potranno assolvere eventuali sostanziose difese del Continente. Caduto il muro di Berlino, sciolto il Patto di Varsavia e il regime comunista in Russia, l’Europa ha perso la grande opportunità di avviare una missione di pacificazione e armonia sull’intero continente euroasiatico. La visione di un’Europa in declino, di una civiltà decadente, senz’anima, avendo man mano trascurato e perso passato, tradizione, capacità e volontà di leadership dove lo stesso cattolicesimo, a partire dalla seconda metà del Novecento, ha appannato la sua missione capace di trasmettere pastoralità legata al Verbo e alla salvezza. Per dirla con Matteucci, è una Chiesa la cui principale missione ormai è la trasformazione sociale, e noi aggiungiamo, la quotidianità politica.
Dall’Ottocento a oggi non si ricorda l’insieme dell’intellettualità che ha previsto il declino o le difficoltà dell’Europa, già François-René de Chateaubriand (1768-1848), dopo la Rivoluzione francese ne intravide la decadenza. Per Arthur Schopenhauer (1788-1860) non è continuo il processo storico, l’Europa non progredisce stabilmente; per Søren Kierkegaard (1813-1855) avviene un declino certo del continente per il conformismo sull’esistenza umana; per Friedrich Nietzsche (1844-1900) il declino è la perdita dei valori assoluti, Dio è morto; Edmund Husserl (1859-1938) Parlava della crisi delle scienze europee; Michael Rostovtzeff (1870-1952) mette la caduta dell’Impero romano in parallelo con una possibile sorte dell’Europa; Paul Valery (1871-1945) indica la fragilità spirituale dell’Europa, anche le civiltà sono mortali; Johan Huizinga (1872-1945), La crisi della civiltà (1935); Oswald Spengler (1880-1936), Il tramonto dell’Occidente (1918); Ortega y Gasset (1883-1955), i mondi, esaurendo il loro ciclo muoiono solo di morte naturale; Zygmunt Bauman (1925-2017), assenza di progetto; per Nicola Matteucci (1926-2006), l’Europa nel dopoguerra non ha sviluppato una teoria pluralista; Klaus Schwab, fondatore e presidente del Wef, ha sminuito ruolo e credibilità dell’Occidente accusandolo, d’immaginaria arroganza verso il resto del mondo; per Luciano Canfora l’Europa è un soggetto ambiguo; Alain de Benoist dice che la civiltà europea destinata a scomparire; Massimo Cacciari, l’Europa reggendosi solo su interessi economici ha perso la sua anima; per Marco Bertolini l’Europa non ha una chiara visione del proprio ruolo geopolitico; Marcello Veneziani, l’Occidente rigetta la sua civiltà, la tradizione, la religione, la cultura, le sue radici; infine per Renato Cristin l’Europeismo mira a dissolvere l’Europa dei popoli.
Una rassegna che non contempla politica in quanto tale ma intellettualità di vario orientamento, di varie epoche, di varie sensibilità, accomunata da nessuna apostasia per l’affezione al vecchio Continente. Ritornando al nostro ragionamento sull’opportunità trascurata dall’Europa al tramonto del socialismo reale, quando la sua intellighenzia non fu in grado di comprendere che una civiltà (Europa) occorre preservarla, se avvilita occorre galvanizzarla, se confusa occorre risvegliarla; ma così non fu. Inaridito il comunismo europeo, le leadership continentali non avvertirono che una nuova era poteva dischiudersi. L’Onu era già sul cammino del travaglio, non occorreva mantenere e potenziare la Nato, ma su indicazione e convenienza Usa si realizzò l’inverso; quando poi si era già palesata l’inconcludenza dell’europeismo; un voler essere che non era e non lo sarebbe stato. Con l’entusiasmo del continente e un illusorio atlantismo, una distopia aveva avviato il suo corso. Confucio avrebbe detto che non vi era stato un mandato del cielo, quindi una realizzabile utopia si è tramutata da un lato in situazioni inquietanti a volte davvero preoccupanti. Ricordiamo l’Alto rappresentante dell’Unione per la politica estera, l’estone Kaja Kallas che, da tempo, afferma: “Siamo in guerra la Russia è una minaccia diretta per l’Europa”. Un vero, fondamentale, assioma utile per irrobustire posizioni europeiste bramose di interessate opinioni propagandistiche utili alla necessità di assicurare ruolo e futuro a una confusa Ue.
L’Europa, in quanto civiltà, solo potendo disporre di una dirigenza capace di comprendere e di popolazioni non assuefatte ad amorfi conformismi – che non imbocchino sentieri su cui nulla si interiorizza se non la banalità – potrebbe essere soggetto partecipante ad una, forse possibile, diversa, pacifica, era planetaria. Avremo bisogno di ripensare ad un logos, quale inteso da Eraclito, certamente non da europeismi guerrafondai né da scialbe opinioni che ci parlino di deterrenza non comprendendo che oggi il pianeta ospita circa 150 Paesi in armi.
(*) Direttore Società Libera
Aggiornato il 10 giugno 2026 alle ore 09:21
