Non chiamateli ragazzi

Una ventenne arrivata in Italia per studiare. Quattro aggressori. Una notte di violenza. Il fallimento di una società

Una ragazza spagnola di vent’anni arriva a Milano per studiare. Potrebbe essere la figlia di chiunque. Potrebbe essere la sorella di chiunque. Potrebbe essere una delle migliaia di giovani che ogni anno scelgono l’Italia per crescere, imparare, costruire il proprio futuro.

Invece, secondo la ricostruzione investigativa, si ritrova nelle mani di un branco. E già questa parola dovrebbe bastare a farci capire tutto. Branco. Non uomini. Non ragazzi. Branco.

Perché nel momento in cui più persone decidono di accanirsi contro una donna indifesa, non siamo più nel territorio dell’errore umano. Siamo nel territorio della barbarie. Ci raccontano da anni che viviamo in una società evoluta, aperta, moderna. Poi basta una notte a ricordarci che sotto la superficie continua a scorrere qualcosa di oscuro.

Una violenza sessuale di gruppo non nasce dal desiderio. Nasce dal potere. Nasce dalla volontà di umiliare. Nasce dall’idea malata che il corpo di una donna possa diventare un terreno di conquista collettiva.

È il volto più feroce di un maschilismo che molti fingono di non vedere. Quello che non si manifesta necessariamente con gli slogan o con le dichiarazioni pubbliche, ma con l'educazione mancata, con l’assenza di limiti, con la convinzione che tutto sia concesso e che ogni freno morale sia soltanto un ostacolo da superare.

La domanda che dovrebbe tormentarci non è soltanto chi siano i responsabili. La domanda è come sia possibile che qualcuno arrivi a credere di poter fare una cosa del genere. Che cosa è mancato? La famiglia? La scuola? L’educazione sentimentale? Il senso del bene e del male?

Perché qui non stiamo parlando di una bravata finita male. Chi usa la parola “bravata” davanti a uno stupro dovrebbe vergognarsi. Qui siamo davanti alla demolizione volontaria della dignità di una persona. E allora la risposta dello Stato deve essere all’altezza della gravità del fatto.

Nessuna indulgenza. Nessuna giustificazione sociologica trasformata in alibi. Nessuna attenuante morale.

Chi riduce una donna a preda deve sapere che perderà anni della propria vita dietro le sbarre.

Aggiornato il 10 giugno 2026 alle ore 14:56