È finita “la stagione del dividendo della pace”. Dopo il crollo dell’Unione sovietica e la fine della guerra fredda, l’Europa si convinse che il rischio di grandi conflitti appartenesse ormai al passato. Un’illusione alimentata anche dalle teorie di Francis Fukuyama sulla “fine della storia”, ricordate come esempio di un clima culturale che vedeva il tramonto definitivo delle contrapposizioni geopolitiche. Secondo il giornalista Pietro Romano – spesso ospitato sulle colonne de L’Opinione delle Libertà – quella convinzione si è rivelata una lettura profondamente sbagliata. Per decenni l’Europa ha ridotto uomini, mezzi e investimenti nella difesa, contando soprattutto sulla protezione garantita dagli Stati Uniti attraverso la Nato. Gli europei hanno pensato di poter continuare a stare al ristorante lasciando pagare il vicino di tavola, osserva provocatoriamente, sostenendo che il continente abbia rinunciato progressivamente a una reale autonomia strategica.
Romano ricorda come già gli attentati del 2001 e le guerre nei Balcani avessero mostrato che la storia non fosse affatto finita. Eppure, mentre il contesto internazionale cambiava rapidamente, l’Europa continuava a muoversi come se la sicurezza fosse ormai acquisita per sempre. Da qui nasce anche la critica verso il modo in cui è stato gestito il cosiddetto “dividendo della pace”. Per anni, infatti, si è sostenuto che ridurre le spese militari avrebbe liberato risorse per sanità, edilizia pubblica e infrastrutture sociali. Ma Romano si chiede dove siano finite realmente quelle risorse: Perché non abbiamo investito prima in ospedali, tecnologie sanitarie o case popolari? Nel suo ragionamento non c’è soltanto la difesa militare in senso stretto. La sicurezza, sostiene, comprende energia, infrastrutture critiche, approvvigionamenti e stabilità sociale. L’esempio è quello della dipendenza energetica: prima il gas russo, oggi quello algerino. Ma affidarsi completamente a Paesi politicamente instabili significa esporsi a nuovi rischi strategici.
Da qui anche il richiamo alla necessità di costruire una vera difesa europea, tema rilanciato più volte da Mario Draghi. Romano però invita a non trasformare l’argomento in uno slogan. Prima ancora degli armamenti, dice, serve una visione politica comune. Senza una linea strategica condivisa, il rischio è creare soltanto nuove strutture burocratiche senza efficacia reale. Sul piano industriale, indica come modello positivo Mbda, il consorzio europeo che riunisce competenze italiane, francesi, britanniche e tedesche nel settore missilistico. Un esempio che, a suo giudizio, dimostra come la cooperazione possa funzionare senza distruggere le eccellenze nazionali. In questo quadro cita anche il ruolo di Leonardo, considerata uno degli asset strategici italiani nel comparto tecnologico e della difesa.
Romano insiste inoltre su un punto spesso ignorato nel dibattito pubblico: gli investimenti militari generano anche innovazione civile. Molte tecnologie oggi utilizzate nella vita quotidiana, dai sistemi satellitari ai droni, nascono infatti dalla ricerca sviluppata in ambito militare. Gli stessi droni, sottolinea, non servono soltanto per il combattimento ma possono essere impiegati per trasporti sanitari, emergenze e logistica. L’Europa, infine, deve “diventare adulta”. Continuare a delegare la propria sicurezza agli Stati Uniti significa accettare una sovranità limitata. “Se vuoi essere padrone a casa tua, devi anche essere in grado di difenderla”, sintetizza. Una riflessione che intreccia difesa, economia, energia e politica estera in un momento storico che considera profondamente diverso rispetto agli anni successivi alla guerra fredda.
Aggiornato il 21 maggio 2026 alle ore 11:46
