Garlasco: la grande assente è la giustizia

Il caso di Garlasco, con l’omicidio di Chiara Poggi, sta tenendo banco da mesi e scuotendo le coscienze dell’opinione pubblica.

Da una parte, sicuramente, il voyerismo che caratterizza la nostra società è stato pienamente appagato ed intrattenuto dai dettagli più morbosi ed inutili di questa storia.

Dall’altra, se ne continua a parlare perché rappresenta appieno il fallimento della giustizia. Per più di un motivo.

Il dubbio, ragionevole, sussisteva da tempo. Solo il fatto che il primo indagato (e poi condannato), Alberto Stasi, fosse stato assolto nei primi due gradi di giudizio per poi vedere ribaltata la sentenza in Cassazione bastava a creare perplessità.

Ma quando, a circa 18 anni dall’omicidio di Chiara, è iniziata una nuova indagine si è scatenato il finimondo.

Tifoserie opposte sono scese in campo per sostenere le ragioni ed i torti del vecchio e del nuovo indagato, Andrea Sempio. Tutti convinti di avere la verità in tasca. Tutti pronti a scagionare da un lato ed accusare dall’altro.

Come se le regole civili e giuridiche, la tutela dei diritti fondamentali ed il principio d’innocenza, fossero diverse. Per carità, è una reazione umana e comprensibile. Ma lo Stato dovrebbe esattamente avere il ruolo di mediare le emozioni di vendetta, che nascono da ciò che si percepisce come ingiusto, per arrivare a ciò che viene chiamato Giustizia.

Non è un compito facile. Anche perché lo Stato è fatto di persone. Che, proprio in quanto tali, provano emozioni che spesso, quasi sempre, travalicano la razionalità. Rischiando di generare errori madornali.

E lo stesso vale per i media, che invece si sono buttati come squali su questa storia per riuscire a rimediare qualche click e qualche vendita in più.

Rimangono però i fatti: il primo, e forse fin troppo sottovalutato perché il più importante, è che Chiara ancora non ha avuto Giustizia. Nonostante i 3 gradi di giudizio che ieri avevano portato alla (teorica) colpevolezza di Stasi, le indagini di oggi indentificano l’omicida di Chiara in una persona diversa.

Questo vuol dire, inoltre, che un’altra persona innocente ha subito un’ingiustizia drammatica: quella che è stata in carcere per più di 15 anni pur non avendo fatto niente di male.

Ma tutto questo ancora non basta. In attesa di un nuovo processo (se ci sarà), l’opinione pubblica ha già deciso il verdetto di colpevolezza per il nuovo indagato. Con il rischio di commettere lo stesso errore fatto con Alberto Stasi, allora ridenominato “il biondino dagli occhi di ghiaccio”.

Eppure, se Andrea Sempio continuerà a non voler parlare ed avvalersi della facoltà di non rispondere, bisognerà aspettare altri 3 gradi di giudizio per poter azzardare ad esprimersi con certezza e sicumera. Sempre che il processo ed il verdetto non siano condizionati dalla sete di sangue dell’opinione pubblica, come nel caso di Stasi.

Altrimenti, il rischio è creare l’ennesima ingiustizia.

Ma il garantismo o vale per tutti, o per nessuno.

Anche quando le emozioni vanno in senso contrario. Perché è la capacità di mediare i nostri istinti che ha consentito lo sviluppo della civiltà. Della nostra civiltà, quella dello Stato di diritto.

Perché di tutta questa storia, l’unica certezza è che nessuno sa come sia andata. Tranne Chiara. E chi ha deciso di toglierle la vita. E, soprattutto, nessuno sa davvero perché sia successo.

Nel difficile quanto delicato compito di poter esercitare il tanto sbandierato “diritto di cronaca”, bisognerebbe ricordarsi almeno questo: la giustizia, quella vera, è un’altra cosa.

Possiamo solo sperare che trionfi in un’aula giudiziaria. Anche se, purtroppo, non è affatto scontato. D’altra parte, anche i giudici, gli avvocati, chi conduce le indagini, sono esseri umani e, come tali, sono fallaci. Ed ammettere i propri errori, che da qualche parte in questa storia ci sono palesemente stati, non è mai facile. Ma è l’unico modo per rendere Giustizia.

Aggiornato il 08 maggio 2026 alle ore 10:06