L’uroboro penitenziario

Occupandomi di carcere e del mondo penitenziario da tanti, forse fin troppi, anni, spesso rivedendo le stesse devastanti storie di inefficienza del sistema, pensavo di aver letto tutto, ma alcune note recenti, a firma del capo del dipartimento che non allego per pudore, mi hanno proiettato, insieme a tanti giovani colleghi, direttori d’istituto penitenziario, spesso provenienti dalle professioni di avvocato o di altre afferenti il mondo giuridico, oppure da altre importanti amministrazioni dello Stato, in una dimensione surreale. Siamo passati dalla gestione dell’emergenza calura all’interno delle carceri a una sessione imprevista di analisi grammaticale e semantica, dove ci viene spiegato – con un tono che percepiamo tra il paternalistico e il professorale – che “frigo” è l'abbreviazione di “frigorifero” e che non bisogna confondere un elettrodomestico da cucina con un minibar, lì dove un direttore ritenesse doveroso, perché rispettoso della dignità umana, consentirne l’impiego in quei indecenti loculi tropicali in cui si trasformano le celle d’estate.

Sia io pur non certamente giovane, che le nuove leve di colleghe e colleghi del coordinamento, ringraziamo per il non richiesto chiarimento linguistico, ma vorremmo nel contempo rassicurare i vertici ministeriali che i direttori e di comandanti, insieme alla Polizia penitenziaria di frontiera e tutti gli altri operatori penitenziari, l’italiano lo comprendono ancora sufficientemente. Quello che, invece, si fa fatica a capire è la realtà parallela in cui sembrano muoversi gli uffici romani di punta e, francamente, si prova pure un sentimento di solidarietà verso quanti, dei diversi profili e qualifiche professionali, risultino costretti a vivere in quel mondo ministeriale organizzato in divisioni, si proprio in divisioni stile militare, costruito ad arte presso il Dap; lì operano public servant dotati di importanti competenze professionali, ma ingabbiati in un contesto organizzativo che sciupa e non premia i loro talenti.

L’ENIGMA DEI METRI QUADRI: LA MATEMATICA CREATIVA DEL DAP

Ci chiediamo, però, incuriositi, se chi suggerisca e porga, per la firma al massimo vertice, le note che abbiamo letto abbia mai varcato la soglia di una cellamedia” italiana. Parlare di divieto di inserire frigoriferi di grandi dimensioni (i famosi “pozzetti”) nelle camere di pernottamento è un esercizio di stile del tutto inutile: nelle celle italiane, sature oltre ogni limite, a malapena, incastrandoli, si riescono a far entrare i detenuti. Forse al Dap sfugge un dettaglio: le “cameredetentive ospitano oramai regolarmente, in tante realtà, letti a castello a tre piani. Persone impilate una sull'altra che, non di rado, rovinano sul pavimento, riportando lesioni per le quali il dipartimento, con un ambiguo equilibrismo giuridico degno di nota, cerca poi di rivalersi sui direttori, come se il sovraffollamento fosse una loro scelta gestionale e non un dato di fatto strutturale che non possono assolutamente impedire, nelle carceri il sold-out non è contemplato.

E che dire di una piattaforma informatica, nota come l’Applicativo 15? Quel software magico voluto dal ministero, che restituisce superfici calpestabili teoricamente in linea con i tre metri quadri imposti dalla Cedu, ma che nella realtà fisica non esistono. Se in una cella di nove metri quadri sottraiamo l'ingombro dei letti a castello, degli armadietti e dei sanitari, al detenuto resta meno spazio di quello concesso a un piccolo animale d’affezione. In questo scenario, l’idea che un direttore potesse pensare di inserire un frigorifero a pozzetto è pura fantascienza burocratica. A meno che, suggerisco con amara ironia, non li si doti di rotelle per spostarli continuamente e non farli conteggiare nel calcolo della superficie calpestabile.

L’OBBROBRIO E IL SOSPETTO DEL “SABOTAGGIO”

L’ultima nota di chiarimento, del 27 aprile, non è solo una “toppa peggiore del buco”, ma rappresenta una mortificazione per chi ogni giorno gestisce la trincea. Leggere che “i frigoriferi sono elettrodomestici di grandi dimensioni” (cit.) in risposta alle legittime preoccupazioni dei direttori, e di tutto il restante personale, sulla tensione climatica ed estiva che non è esclusivamente quella delle reti elettriche scadenti, è un insulto alla professionalità di chi opera sul campo. Siamo però convinti di una cosa: queste note non possono essere state scritte, nemmeno nella bozza, da un direttore che abbia mai lavorato in un istituto. Un “dirigente di carcere vero” non avrebbe mai portato alla firma del capo del Dap un testo così scollacciato e distante dalle dinamiche reali. Il sospetto, a questo punto, è che qualcuno voglia mettere deliberatamente in difficoltà il vertice del dipartimento e finanche il governo Meloni, facendo firmare al primo disposizioni che scatenano l’ilarità (se non fosse per la tragedia sottostante) di tutto il personale del territorio e dell’opinione pubblica, se correttamente informata.

Ciò detto, la proposta del coordinamento che ho l’onore di dirigere, ancora una volta risulta necessaria: fine dell’era dei magistrati ordinari al Dap e commissariamento straordinario. È ormai evidente che la guida del Dap non può più essere affidata a magistrati ordinari, spesso autori inconsapevoli o, peggio, disinteressati alle problematiche reali del sistema. Nelle more di un auspicabile affidamento della guida a un dirigente penitenziario di carriera, chiediamo formalmente al Governo e al capo dello Stato il commissariamento del Dap. Siamo convinti, infatti, che serva una fase di ricostruzione per una nuova architettura del sistema che valorizzi le vere professionalità. Puntiamo su un “commissario straordinario” che provenga, possibilmente, dal Consiglio di Stato, oppure un prefetto di navigata esperienza – un vero esperto in diritto amministrativo e scienza dell’amministrazione – affiancato auspicabilmente da un magistrato della Corte dei Conti e da un dirigente penitenziario con comprovata storia operativa. Basta con la gestione per teoremi. Volevano in tanti i commissari di polizia penitenziaria per risolvere le criticità? Ebbene, li avranno, seppure senza uniforme, ma per ricostruire, dalle fondamenta, un’amministrazione che ha perso la consapevolezza di sé. In fondo desideriamo semplicemente un sistema effettivo di check and balance.

(*) Coordinatore nazionale della dirigenza penitenziaria della Fsi-Usae

Aggiornato il 06 maggio 2026 alle ore 12:32